Capri-Revolution. La ricerca del Sé tra arte e natura

Corpi nudi danzanti, che volteggiano nella foresta come esseri sovrannaturali, eterei e in sinergia con il Cosmo. Hanno la purezza e la perfezione delle ninfe greche e danzano con la passione e la libertà delle menadi, ma sono esseri umani, artisti, alla ricerca della bellezza e di un nuovo modo di vivere. Gli occhi di Lucia (Marianna Fontana), una giovane di famiglia povera ogni giorno dedita a pascolare le capre, li osservano, con incanto e meraviglia, ma anche turbamento ed esitazione. Tutto di loro è affascinate e seducente, eppure la loro diversità li rende oggetto di scherno e rabbia, fino ad essere associati al demonio.

1914, Capri. Una stupenda isola in cui segretamente, silenziosamente si sta verificando una piccola e immensa rivoluzione interiore. Mario Martone, regista dalla fama sempre più consolidata, ha tratto ispirazione con la sua collega co-sceneggiatrice Ippolita di Majo da un fatto reale: un gruppo di giovani provenienti dalla Svizzera, ispirati dall’esperienza di Monte Verità, dove si sviluppò la danza moderna, sotto la guida del pittore spiritualista Karl Diefenbach, crearono una comune sull’isola di Capri, praticando uno stile di vita anomalo in nome dell’arte e della bellezza. La danza stava vivendo un periodo di profondo rinnovamento, e grandi personalità maturavano nuovi stili e ideologie ben lontane dalla danza classica. Era il tempo di Isadora Duncan, Ruth St. Denis, Loïe Fuller, Mary Wigman (citata nel film, insieme alla sua “danza della strega”) e Rudolf Laban, solo per citarne alcuni. Capri-Revolution celebra questo spirito di libertà, immergendovi e cogliendone anche le sfumature più controverse. Seybu (Reinout Scholten Van Aschat), il visionario leader del gruppo, e i suoi seguaci vivono in totale sintonia con la natura, in una sorta di estasi spirituale e fisica. Sembrano essere l’incarnazione del concetto greco e nietzschiano di “apollineo”, ma la natura è anche violenza e sofferenza e il “dionisiaco” prima o poi, lentamente, come la serpe che sedusse Eva, fa la sua comparsa e impone delle scelte radicali. In fondo è sempre la stessa archetipica storia, la scelta tra il bene e il male che sono in noi.

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Un‘altra dicotomia su cui punta la sceneggiatura è quella tra arte e scienza, tra spiritualismo e materialismo. Un ruolo centrale in questo senso è ricoperto dal dottore Carlo (Antonio Folletto), colmo del fervore di un idealismo illuminista volto al cambiamento sociale. È un idealista, ma non comprende il valore della ricerca artistica. In uno stupendo monologo tra lui e Seybu emergono le loro diverse personalità e il loro opposto modo di rapportarsi con l’esistenza. La mente di Carlo è rivolta completamente verso l’esterno, al prossimo, alla realtà concreta su cui sente l’esigenza di intervenire attivamente; Seybu apparentemente si isola, auspicando a una forma di sapienza superiore, che può ottenere solo penetrando nei segreti della natura, a cui è sinceramente devoto. Una grotta è il suo tempio e gli animali sono sacri, ragione per cui è vietato nutrirsene. La vita è sacra, quella di chiunque. “Io non mangio cadaveri” ripetono lui e i suoi seguaci. Infatti è storicamente accertato che i membri della comune di Diefenbach fossero vegetariani.

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Dopo Il giovane favoloso Mario Martone continua la sua riflessione sull’esistenza e sull’umano bisogno ancestrale di andare oltre la materia. Capri-Revolution è un film che solleva tante domande e perplessità, senza giungere a una risposta conclusiva che le soddisfi pienamente, perché rappresenta la ricerca interiore dell’essere umano. Una ricerca che non avrà mai fine, dal momento che il dubbio e l’errore fanno inevitabilmente parte di noi, ma abbiamo un dono inestimabile: la possibilità di elevarci verso l’infinito con la nostra mente, con la potenza dell’immaginazione, come Maria quando immagina di volare sull’isola di Capri, un momento così intenso da divenire reale, almeno per lei.

Corinne Vosa

2 risposte a "Capri-Revolution. La ricerca del Sé tra arte e natura"

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  1. Danza, musica, cinema, arti, scienze (Cultura) e Natura: da Monte
    Verità il filo rosso della ricerca continua, si prolunga e arriva in
    California con Eden Ahbez (George Alexander Aberle), profeta degli
    hippies. Uno strano vagabondo che con moglie e figlio vive in una
    tenda sotto la grande scritta HOLLYWOOD, e nel 1947 compone, su
    melodia ebraica, la celebre “Nature Boy”

    , canzone portata al successo da Nat King Cole. Vale la pena
    rileggerne il testo:

    C’era un ragazzo
    Un ragazzo incantato molto strano
    Dicono che ha vagato molto lontano
    Molto lontano, oltre terra e mare

    Un po’ timido e triste d’occhio
    Ma molto saggio era lui

    E poi un giorno, un giorno magico
    Passò per la mia strada, e mentre noi parlavamo
    Di molte cose, pazzi e re,
    Questo mi ha detto
    “La più grande cosa che imparerai mai
    È solo amare ed in cambio essere amato”
    “La cosa più importante che mai imparerai
    È amare ed essere amato”.

    Vedere anche:
    “Forrest Gump” (Eden Ahbez ne ispirò una scena: anche lui amava
    attraversare a piedi gli Stati Uniti);
    “Moulin Rouge” (colonna sonora).

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