‘Waiting for the Barbarians’ (2019), di C. Guerra

di Luca Graziani

L’ultimo film in concorso per Venezia76 è ‘Waiting for the barbarians’ del colombiano Ciro Guerra, un’allegoria del potere terribilmente attuale.

Odio chiama odio, non proprio come in Kassovitz anche se è questo il principio su cui si basa il film di Guerra, l’adattamento dell’omonimo romanzo di J. M. Coetzee. Un’allegoria che consacra l’infondere della paura come metodo per mantenere ben salde le redini del potere in un sistema che si attesta imperialista nel modo più brutale.

Fomentare, generare, innestare il germe dell’intolleranza puntando il dito contro il prossimo e mai contro se stessi.

La rappresentazione di una metafora dai contorni biblici, dove controllo e supremazia si affermano nella razza, nelle gerarchie sociali e nel sesso.

Il premio Oscar Mark Rylance è il magistrato, l’uomo, reggente di una colonia di frontiera, che si trova  dinanzi lo spietato colonnello Joll (Johnny Depp), affiancato da un cattivissimo Robert Pattinson, inviato dell’impero per contenere le ‘invasioni barbariche’ di un popolo di poveri nomadi per lo più inoffensivo, che vive tra il deserto e le montagne.

Il protagonista, il nostro eroe, impotente difronte al braccio armato dell’impero non può far altro che abbassare la testa e aspettare che il tutto sia finito il più velocemente possibile per poter  dimenticare al più presto. Ma quello che è accaduto non si può cancellare e da complice degli aguzzini diventerà soccorritore della vittima quando la sua vita si intreccia con quella di una ragazza mutilata dai soldati imperiali a cui lui aveva aperto le porte della cittadina con tanti onori. Così il magistrato, per salvare la sua coscienza, è costretto a mantenere una promessa che attirerà su di sé tutta l’attenzione.

La minaccia di invasione da parte dei Nomadi della steppa in realtà non esiste, viene generata appositamente attraverso una spirale di violenza fatta di inumani interrogatori,  terribili torture,  confessioni estorte in un clima di odio fomentato da esecuzioni in pubblica piazza. La cosiddetta disumanizzazione del nemico, un nemico inesistente, che sembra ricordare la matrice nazista. Una storia di brutalità e soprusi ai danni di un popolo indifeso e una persecuzione che richiama per intensità ed efferatezza quella dei più terribili genocidi che hanno macchiato la storia dell’umanità.

Guerra firma un’opera tragicamente contemporanea, inizialmente ambientata in tempi e luoghi lontani indefiniti che con l’avvicinasi dell’epilogo per la sua portata universale si accosta sempre più paurosamente ai nostri giorni.

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