Il grande passo (2019) di Antonio Padovan

di Laura Pozzi

TORINO 37

Per il 50emo anniversario dello sbarco sulla luna anche il cinema italiano prova a dire la sua. Unico titolo in concorso al Torino Film Fest, il secondo lungometraggio di Antonio Padovan regista del già apprezzato, ma poco inebriante Finchè c’è Prosecco c’è speranza, punta decisamente in alto, (forse troppo) sciupando la preziosa opportunità di poter contribuire con un’idea (almeno sulla carta) originale e innovativa alla tanto agognata rinascita della nostra cinematografia.

Mario (Stefano Fresi) e Dario Cavalieri (Giuseppe Battiston) sono due fratellastri separati dalla nascita. Il primo gestisce insieme alla madre un negozio di ferramenta a Roma, il secondo soprannominato “Luna storta” vive come un misantropo in uno sperduto casolare nel Polesine. Pur essendo dei perfetti sconosciuti, essendosi incontrati una sola volta nella vita la somiglianza fisica a dispetto di quella caratteriale è davvero impressionante. Un giorno Mario riceve una telefonata dove viene sollecitato da un avvocato (Roberto Citran) a raggiungere quanto prima lo squinternato fratello accusato di aver provocato un vasto incendio nel fallimentare tentativo di far decollare una navicella spaziale. Per scongiurare il suo ricovero presso un ospedale psichiatrico, Mario si mette in viaggio, ma le probabilità di successo cominciano presto a vacillare: Dario è un inguaribile romantico che sogna di andare sulla luna con un razzo nascosto nel fienile, mentre Mario è un bontempone privo di ambizioni saldamente ancorato ad una monotona e prevedibile routine. Due opposti che grazie ad una convivenza forzata avranno modo di conoscersi riuscendo ad instaurare un rapporto problematico e reso complesso dalla totale assenza di un padre (un grandissimo Flavio Bucci) bugiardo e indifferente. Padovan non brilla certo per originalità nel trattare una tematica (la riconciliazione tra fratelli) ampiamente abusata, ma la scelta di affiancare due attori visivamente vicini risulta particolarmente intrigante. Peccato che la felice intuizione, si dissolva (anch’essa) nello spazio, potendo far leva su una scrittura poco solida e fortemente approssimativa e su un’inadeguato scavo psicologico. Seguendo le orme del compianto Carlo Mazzacurati, Padoan si affida quasi esclusivamente alla spigolosa eloquenza di un ambientazione indubbiamente suggestiva, ma un pò fine a se stessa. L’ammirevole tentativo di sperimentare strade alternative, virando su un genere poco battuto come quello fantascientifico resta confinato a due sequenze (inizio e fine) dalla notevole resa scenica. Alla fine quel che resta è un sentito, ma scontato elogio ai sognatori, una bella alchimia tra i protagonisi e a qualche battuta ben assestata. Ma l’epilogo sulle vibranti note di Pino Donaggio anche se rievoca un po’ ruffianamente struggenti visioni di niccoliana memoria (Gattaca, 1997) riesce miracolosamente a commuoverci oggi come (e più) di allora.

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