di Girolamo Di Noto

Ci sono film necessari, urgenti, da non perdere, che sanno mettere in scena sia la bellezza, l’incanto delle immagini, sia la cruda realtà che spesso vi è sovrapposta. Ci sono opere che sanno raccontare la violenza, il sopruso del potere e nello stesso tempo descrivere scenari di sconvolgente meraviglia. Timbuktu, del regista africano Sissako, è uno degli esempi più lampanti di questo tipo di cinema, che ha il pregio di narrare qualcosa di ingiusto, mostruoso dentro una cornice da favola, tra dune color miele, tramonti poetici e indimenticabili specchi d’acqua argentati.

2012. La vita semplice e pacifica degli abitanti di Timbuktu è sconvolta dall’insediamento d’un gruppo di integralisti islamici che impone ogni genere di divieto: proibite sigarette, musica, gioco del pallone mentre gli abiti devono coprire interamente i corpi femminili. Premiato dalla giuria ecumenica a Cannes, il film di Sissako non indugia sulla facile rappresentazione della violenza: sa essere truce, straziante, eppure le storie degli abitanti che qui si delineano sono restituite in modo genuino, pudico, senza amplificarle in una rappresentazione cruenta e spettacolare.

“La bellezza è la distanza necessaria, quando si evoca la violenza”, dice il regista che, con delicatezza, sensibilità e una malinconia trattenuta e dolorosa, racconta il mondo dell’armonia perduta e calpestata, dà vita ad un crudele affresco di una città, un tempo eldorado di cultura e ricchezza, ridotta adesso al silenzio, in cui le strade sono deserte e le donne non sono che ombre che camminano vestite con colori vivaci.

Nei confronti di coloro che vogliono sradicare la bellezza, l’arte, la libertà dalla società, il regista sceglie la favola, la poesia delle immagini: denuncia l’orrore dell’oppressione che sconvolge le abitudini, le relazioni umane di un popolo, ma lo fa non con l’occhio critico del documentarista, ma con la bellezza delle immagini che parlano da sole, con i volti pacifici e quasi rassegnati di chi subisce la violazione, alternando sequenze pregne di violenza fisica e psicologica con altre di grande fascino e armonia.

L’incipit del film è folgorante: non servono proclami, dialoghi verbosi, voce fuori campo per descrivere come tutti si sentono braccati da una violenza contro cui sembra impossibile ribellarsi. A Sissako basta riprendere una gazzella mentre corre disperatamente verso il nulla e una jeep con un gruppo di jihadisti che la insegue: “Non ucciderla, sfiancala”, dice uno dei terroristi e l’immagine diventa presto sintesi della violenza inaudita, umiliazione dell’altro, il suo annientamento come individuo, la grazia fragile terrorizzata dalla follia insensata.

Di scene memorabili e poetiche ce ne sono diverse in questo film e spesso si richiamano ad una resistenza pacifica di questi abitanti. I soppressi non rispondono con la violenza alla violenza ma con la fantasia, l’audacia di chi non si arrende del tutto. Splendida, ad esempio, la scena della partita di calcio giocata dai ragazzi del posto senza pallone: scattano, esultano quando uno di loro segna, mimano punizioni, tirano in porta sollevando polvere. Nei loro volti sorridenti, nel gioco creativo è tutto racchiuso l’atto di sfida: vincere, gioire, abbracciarsi, “non darla vinta” diventano gesti carichi di umanità e nel potere dell’immaginazione Sissako lascia intravedere l’ultima speranza che mantiene in vita le persone.

Un altro esempio di resistenza è il canto di una donna sotto i colpi della frusta o un’altra donna che al mercato si toglie i guanti ( è obbligatorio portarli ) in faccia ad un maliziano: “Come faccio a vendere il pesce con questi?” Ispirato da un episodio avvenuto il 29 luglio 2012 ad Aguelhok ( la lapidazione di due conviventi rei di non essere sposati), Sissako mette in scena un atto di denuncia nei confronti di un regime che toglie dignità e vita e lo fa attraverso il cinema, per combattere anche l’indifferenza totale dei media.

“Aguelhok non è né Damasco né Teheran. Per quello nessuno ne parla”. Se la fantasia è l’unica arma che hanno i calciatori per combattere l’assurdo divieto di giocare a pallone, il regista rilegge la drammaticità del reale in chiave di denuncia poetica, usando l’arte come forma di resistenza, dando voce a chi è escluso dal mondo, utilizzando i riflettori su vicende meno note della storia, respingendo la barbarie e l’orrore attraverso il mezzo che gli è più congeniale, il cinema.

Sissako realizza un film corale che fa perno soprattutto nella storia di Kidane( Ibrahim Ahmed), un pastore che vive in un’oasi di pace con la famiglia, in una tenda, che presto vedrà mutata la sua condizione, violata la sua libertà. Timbuktu riflette infine sul potere insensato, feroce e pieno di ipocrisie dei jihadisti, che vietano le sigarette ma fumano di nascosto, invitano donne a coprirsi con il velo, ma poi le visitano nonostante siano sposate, proibiscono il calcio ma poi discutono animatamente tutto il giorno su Messi e Zidane.

Criticati perfino dalle autorità islamiche moderate, questi uomini non si capiscono neanche tra loro, circolano senza sosta sulla Toyota a diramare divieti assurdi, irrompono senza togliersi le scarpe nella moschea tra i fedeli in preghiera mostrando di essere invisi alle stesse autorità islamiche, ma soprattutto distruggono, occupano in nome di una legge ottusa, sadica, ingiusta. Timbuktu resta un film straziante, da riscoprire, necessario per capire l’assurda, efferata farsa sadica, utile e urgente per comprendere che solo la bellezza può salvare il mondo, può contrastare lo sfregio, può far rivivere le illusioni.

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