di Simone Lorenzati

Coup de Chance narra la storia di Fanny Moreau, giovane donna la cui vita pare scorrere a gonfie vele, almeno finché non incontra per caso Alain, un compagno di classe del liceo che, in passato,era stato innamorato di lei. Così, poco alla volta, le certezze della donna iniziano a crollare, la sua relazione con il marito si sgretola, mentre il rapporto con Alain si fa più intimo. I due uomini sono diversissimi e la frequentazione con il vecchio compagno porta Fanny a riscoprire se stessa e a comprendere cosa davvero voglia per il suo futuro. Tuttavia il marito, Jean, iniziando ad intuire il tradimento, deciderà di correre ai ripari, assolutamente convinto di avere il potere per farlo.

Se è vero che il caso e la sorte sono da sempre stati al centro della produzione alleniana – tra digressioni fantasiose oppure percorsi alternativi, che portano, in un modo o nell’altro, sempre in quella direzione – Un colpo di fortuna sembra riallacciarsi al passato più prossimo del regista, in particolare alla trilogia inglese diretta tra il 2005 e il 2007. In quel caso, però, anche se erano opere incentrate sui medesimi temi, come per esempio Crimini e misfatti, vedevano nel noir una sorta di pretesto, per virare poi in direzione della commedia. Qui, invece, appare più radicato il thriller, simile alle premesse oscure e tormentate di Match Point o di Sogni e delitti, muovendosi il regista newyorkese tra fortuna – o meglio, il suo opposto – e senso di colpa.

Detto questo, anche se ripesca nel proprio passato, Allen parte dalle premesse dei thriller britannici per poi trasformarle in una commedia degli equivoci, equilibrata, con un ritmo incalzante e un linguaggio ancora modernissimo: se prima era la commedia, sempre alla base, a mascherarsi da generi diversi, adesso sembra il contrario. Allen resta l’unico – o almeno tra i pochissimi – in grado di poter giostrare in tal maniera tra generi differenti, riuscendo a intrecciare il romantico e la commedia con il giallo e l’ambiguo, senza cedere del tutto a nessuno di essi, così che oscure zone d’ombra possano intravvedersi, con naturalezza, anche negli ambienti più solari.

Da Londra ecco quindi Parigi – non più quella nostalgica e magica di Midnight in Paris, bensì una capitale francese decisamente meno sognante – ma il copione non cambia: al centro del discorso c’è sempre la società medio-borghese, messa alla berlina esattamente quanto quella anglofona. Una società convinta di conoscere fin nei minimi dettagli e di riuscire a controllare la propria vita, ignara, per questo, di non esser altro che vittima di un destino al quale è impossibile voltare le spalle. È un Woody Allen insieme sobrio e caustico, diretto ma elegante, che ragiona, e gioca, su e con i personaggi e gli ambienti, che riprende personalità e situazioni del passato, ma le riassembla in relazione al nuovo ambiente e in un presente differente.

Un colpo di fortuna conferma, poi, una rinata attenzione del suo autore nei confronti dell’impianto visivo, sulla strada di una ricerca formale iniziata già in Cafè Society e La ruota delle meraviglie. Affidata ancora una volta a nostro Vittorio Storaro, la stratificazione simbolica della fotografia si fa qui ancor più densa e riesce con maestria a raccontare attraverso le immagini non solo ambienti, caratteri ed emozioni, ma forse qualcosa in più della stessa storia narrata, ciò che le parole non riescono in definitiva del tutto a dire.

E in un cast nel quale non spiccano pezzi da novanta, si riescono comunque a distinguere prove attoriali di rilievo: tra tutti MelvilPoupaud e una Valérie Lemercier sulle orme di Diane Keaton – in uno dei ruoli più tipicamente alleniani – abili nel portare i personaggi oltre i prototipi alla loro base e nell’infondere loro, col passare dei minuti, una caratterizzazione personale e umana, una nevrosi condivisa che sta tutta nei dettagli rivelatori delle personalità – tra tutti, ad esempio, il maniacale controllo del marito sui suoi trenini giocattolo, che mostra a chiunque come un inarrivabile trofeo. Eppure… lui, lei, l’amante e la suocera… pare persino una barzelletta e forse lo è.

Il regista, insomma, riesce a mantenere la migliore verve anche nella sua prima opera recitata in francese. L’idea è di costruire la sceneggiatura proprio come se fosse una storiella umoristica con il colpo più forte proprio sul finale, con applausi a scena aperta nel corso della prima, alla Mostra del Cinema di Venezia. Tra paranoie, esasperazioni, denaro, razionalità e sentimenti, Un colpo di fortuna appartiene al filone alleniano che riflette su ciò che governa l’esistenza. Lo fa con dialoghi stimolanti in una trama che, forse, è già vista, ma non importa: la soddisfazione finale sarà tale da renderlo una visione natalizia che coniuga perfettamente intelligenza e intrattenimento.

Un cinema di questo tipo, fatto con semplicità, con grande arguzia ed energia, nonostante gli ottantotto anni del regista, è da considerare come una specie in estinzione. Si può parlare di coppie e fragilità così: rimbalzando, tra una battuta e l’altra, un equivoco che vada di pari passo con una mossa del caso. E poi la bellezza dello sfondo parigino, sia quello cittadino, quanto quello delle campagne circostanti, senza dimenticare il jazz, CantaloupeIsland di Herbie Hancock su tutto: meraviglie che accompagnano ulteriormente lo spettatore in questo viaggio, il cui vero pilota e motore era e resta il destino, che si fa beffe di chi pare non volerne cogliere l’essenza.

Insomma, Woody Allen ha ancora tanto da dire – anche a 88 anni -sulle emozioni che ritornano all’improvviso e sulle persone in balia di esse, sul destino e sulla fortuna. Ma che riesca a farlo così bene, quando la sua carriera sembrava ormai al capolinea, è davvero… Un colpo di fortuna!
Lascia un commento