UN ALTRO FERRAGOSTO, di Paolo Virzì (Italia, 2024)

di Simone Lorenzati

“Ferie d’agosto” fu, nel 1996, una brillante caricatura del popolo italiano, popolo da cui emergevano profonde ipocrisie – sia a destra che a sinistra – facendo trapelare, peraltro, che a destra erano messi peggio.
Nel nuovo cast, troviamo veterani del film precedente come Sabrina Ferilli, Laura Morante, Silvio Orlando, Gigio Alberti, e nuovi interessanti arrivi, tra cui Emanuela Fanelli, che ha definito la prima pellicola come contemporanea e profetica, e Christian De Sica che l’ha addirittura giudicata rivoluzionaria, poiché, a suo dire, non si erano mai visti in una commedia scontri generazionali e sociali di quel tipo.


“Un altro Ferragosto” è, invece, per dirla come Laura Morante, «la constatazione di un mondo che è sfuggito alla comprensione di chi ha continuato a credere in certi ideali», mentre Vinicio Marchioni – new entry anche lui, e bravissimo nell’interpretare un fascista cocainomane – ha affermato che «Non è possibile non riconoscersi in questo film, e la cosa bella è che ci sarà la possibilità di perdonarsi, laddove ci si riconosca nelle cose peggiori».
Il film, uscito nelle sale il 7 marzo, è stato girato tra giugno e luglio 2023, nell’estate più calda della storia. Il clima è cambiato – letteralmente e ideologicamente – i protagonisti sono invecchiati, la realtà si è rivelata deludente, ma chi era di destra è rimasto di destra e chi era di sinistra è rimasto di sinistra. L’intellettuale impegnato, ex-corsivista dell’Unità Sandro (un superlativo Silvio Orlando) è diventato un nonno moribondo che passa il proprio tempo a istruire il nipote sul passato di Ventotene, quando questa fu isola di confino. E le sue lezioni sull’antifascismo si mescolano alle fantasie in bianco e nero nelle quali conversa con Sandro Pertini, Camilla Ravera, Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann e Altiero Spinelli, che lasciarono l’isola nell’agosto del 1943.


Gli adulti, che formavano i due gruppi familiari del primo film, continuano a scontrarsi. Quelli che negli anni ‘90 erano i comunisti, gli “alternativi”, i “cannaioli”, oggi sono i “radical chic”, i “paladini del politically correct”. C’è chi è rimasto ancorato al passato, chi trascorre le giornate a litigare su Facebook coi Cinque Stelle, come Sandro, o chi, come la coppia di anziane lesbiche, ancora spera «nella nostra Elly». Eppure, spesso, la loro genuina buona fede ce li fa apparire come inutili, patetici, dissociati e disgregati.
Quelli che invece, trent’anni fa, erano i burini destrorsi, attaccati alla tv spazzatura e ai loro telefonini, ignoranti, e razzisti, oggi sono persino peggiorati: ancora più ignoranti e ancora più razzisti, omofobi, gretti, orgogliosamente fascisti con tanto di tatuaggi espliciti e ciondoli simbolici nostalgici, adesso sono pure influencer seguitissimi sui social, impegnati in dirette, reel, storie e conteggi di like e visualizzazioni.
La figlia del bottegaio Ruggero, Sabry Mazzalupi (Anna Ferraioli Ravel), una burina sempliciotta, ignorante, non bellissima, è diventata un’influencer famosissima, adorata dalle ragazzine (che facilmente possono identificarsi in lei), e le sue nozze con Cesare (Vinicio Marchioni, per l’appunto), sono un evento mondano che attira i follower, i media e i maggiori esponenti del partito di estrema destra, che vuole approfittare della faccia rassicurante di Sabry per la campagna elettorale. Per fare spazio alle impalcature per il matrimonio più volgarmente cool del secolo, verrà demolito un importante monumento dell’antifascismo (ma sarà poi così?).


Come in “Ferie d’agosto”, i due gruppi si ritroveranno a confrontarsi, senza che questo confronto riesca a provocare il benché minimo cambiamento. A rendere tutto ancora più amaro ci sono i ricordi, i rancori e i rimpianti, flashback che prendono forma attraverso le scene del primo film – una trovata che funziona, a patto che lo si sia visto.
L’affresco che ne esce porta in primo piano personaggi caricaturali, macchiette (si avvertono echi de “I mostri” e de “I nuovi mostri”, con l’efficacia grottesca della lezione di Dino Risi, Mario Monicelli ed Ettore Scola), stereotipi viventi tutti presi da quel desiderio di avere ragione, dalla convinzione di essere dalla parte “giusta”, che, nonostante il passare degli anni, non si è mai affievolito.
L’unico personaggio diverso dagli altri è Altiero, figlio di Sandro, interpretato dal magnetico Andrea Carpenzano: calmo, taciturno, quantunque ambiguo e oscuro. Nonostante il successo – è andato a vivere negli Usa, ha creato una specie di Telegram, è diventato milionario – e il matrimonio con un androgino e sensibile modello, Altiero non sembra esattamente felice (succede, quando non ci sente amati e compresi da un padre ingombrante e algido come Sandro), ma con la sua presenza enigmatica e silenziosa rappresenta l’unico punto di vista contemporaneo del gruppo, e quindi anche del film.


E dopo una prima parte in cui non si può non sentire vicinanza con il gruppo progressista, ecco che nella seconda parte della pellicola i confini ed i contorni si mischiano, sfumano, e portano a più di un dubbio. Dove sta la verità? E la felicità? Ed ancora, dove finisce la recitazione, dove termina il personaggio per lasciare l’uomo, o la donna, in preda alla propria coscienza? Sono domande che non trovano risposta, e nella politica e nella vita. Insomma parrebbe che si debba sì marciare ma non si sa bene verso dove né, tanto meno, se lo si stia facendo con intelligenza o coerenza.
Si assiste, in sostanza, a un’opera tenera e tristissima, che ci fa ridere ma anche piangere, perché – ancora una volta – Paolo Virzì ha la capacità di mostrare la fragilità della linea di demarcazione sociale: comprendiamo quanto la “burinaggine” possa essere una corazza per fragilità di cui, seppur raramente, si ha contezza (ma quando ciò accade il dolore può devastare), e quanto si possa essere ipocriti e presuntuosi, pur nella campana di vetro dei grandi valori in cui si crede e che distolgono da quegli affetti semplici e importantissimi che danno senso alla vita.

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