DENTRO “LA STANZA ACCANTO” (2024), di PEDRO ALMODOVAR

di Marco Grosso

“The room next door”, uscito in Italia con la fedele traduzione “La stanza accanto”, è una riflessione potente e diretta, senza infingimenti e soluzioni consolatorie, sulla ricerca della dignità del morire, sulla fatica di restare umani e interiormente liberi mentre la vita (la propria come quella del pianeta) si spegne inesorabilmente. Si tratta di un’opera intima, asciugata di ogni forzatura melodrammatica e retorica, sull’elaborazione di un lutto (quello legato alla propria scomparsa e all’imminente svanire del proprio “vissuto” con tutti i suoi nodi irrisolti, ma anche – sullo sfondo – a un’estinzione più universale), sul cammino della lucida accoglienza dell’ineluttabile che mira alle vette solitarie del più consapevole abbandono e della più coraggiosa delle rese.


Pedro ci ricorda con un film insolitamente essenziale e a tratti algido come la sublime e aliena Tilda Swinton, con una riflessione poetica che non scade mai nel lirismo e con un inedito afflato politico mai incline al registro retorico-ideologico, che imparare a vivere la propria vita significa in definitiva imparare a morire la propria singolarissima e irripetibile morte, ovvero che la morte (la nostra e quella degli altri) non è il Tabù collettivo da rimuovere ed esorcizzare con gli espedienti più frivoli e penosi ma resta la “stanza accanto” di ogni nostra dimora terrena, la compagna più fedele e la spia più insidiosa, la stanza davanti alla quale passare ogni giorno finché la porta resta aperta. Così come “accanto” (mai davanti, mai dietro, mai sopra) è la presenza silenziosa e generosa di chi diventa nostro “con-sorte” anche solo nell’ultimo tratto di strada, perché se è vero che “si muore soli” e da soli si varca “la porta dello spavento supremo” (cito il titolo di una canzone del maestro Battiato) è ancor più vero che la morte si sconta e s’illumina di senso vivendola assieme, ogni giorno, nell’arte di spegnersi e di rassomigliare a quella “goccia di splendore” che nell’ultima e laica “Smisurata preghiera” di “Anime salve” De André cantava di voler consegnare alla morte. Ecco il testamento (di certo non l’epilogo della carriera del regista spagnolo) del coraggioso e luminoso spogliamento (non semplicemente “naturale”) di cui ci parla dalla sua stanza accanto alla nostra.


Visivamente le sue consuete tinte accese e mediterranee lasciano il campo ad atmosfere nordiche e bergmaniane da un lato e pittorico-minimaliste dall’altro che richiamano esplicitamente i dipinti delle solitudini assolate di Hopper (eppure tutto finirà in una sequenza cromaticamente cangiante, nel trascolorare variopinto e silenzioso della fine).
È un film “necessario” oltre che essenziale, disperatamente “ultimo” e insieme catartico-liberatorio, come la neve di Joyce – più volte citata nel film – che nel racconto finale “The dead” nei “Dubliners” scrive:
“La neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina, dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti”.


Ma “La stanza accanto” è forse il suo film più politico e schierato, solleva diversi temi senza mai affastellarli come aveva fatto in “Madres paralelas” e prende posizone. Partendo dalla vexata quaestio filosofica e biopolitica del fine-vita dell’individuo si risale allusivamente alla più lenta e progressiva “eutanasia” del Pianeta e della Civiltà occidentale che cerca nelle “guerre giuste e necessarie”, nelle nuove chimere del “transumanesimo” o nell’alternativa super-ideologica tra neoliberismo globale ed estrema destra (a cui il personaggio interpretato da Turturro allude come alle due facce di un pensiero unico e di una stessa moneta fasulla) illusorie vie d’uscita al proprio declino irrevocabile.
Non è un caso che il film sia ambientato negli Stati Uniti, il paese che emblematicamente rappresenta quest’idea del “suicidio assistito” dell’Occidente globalizzato, a cui la vecchia Europa fornisce soltanto zelante e servile supporto.
Julianne Moore e Tilda Swinton, che nella storia scoprono la loro “sorellanza” d’anima come un inaspettato dono di “Sorella Morte”, giganteggiano sullo schermo regalandoci momenti di emozioni intensamente trattenute e spietatamente vere.


Forse il meno almodovariano dei film di Almodovar ma anche il più radicale ed essenziale e di certo uno dei più sinceri.
Consigliatissimo.

Voto: 8.

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