di Girolamo Di Noto

Uno dei film più singolari del cinema italiano anni Sessanta, un’opera che riesce nell’intento di rendere materia viva l’angoscia esistenziale è certamente Fuoco di Gian Vittorio Baldi, importante figura del cinema indipendente, produttore, amato dai Cahiers du Cinéma e boicottato dalla censura e dal mercato.

Fuoco può essere paragonato “a quei disegni che si fanno senza che la matita lasci una sola volta il foglio di carta: con un unico tratto”.
In effetti, la definizione del film da parte del regista calza a pennello perché il modo con cui Baldi racconta una storia indigesta e marginale è alquanto originale e insolito per il cinema italiano: girato in presa diretta, in soli 14 giorni, in ordine tassativamente cronologico, quindi senza montaggio, Fuoco è la storia di un uomo disoccupato, Mario ( Mario Bagnato), che in un paese laziale, durante una processione, dal balcone di casa, comincia a sparare raffiche di mitra sulla statua della Madonna, poi si barrica con moglie, figlioletta e suocera.
Mentre la gente fugge, intervengono le forze dell’ordine che circondano la casa dove sono partiti gli spari. Mario non vuole, non può dare spiegazione al suo gesto.

Presentato alla Mostra di Venezia nel 1968, Fuoco si incentra su un personaggio solo, chiuso in un mutismo impenetrabile e assoluto. Non parla, ogni tanto è colto da violenti spasimi di dolore, si muove come un animale in gabbia nel chiuso della sua casa, dai muri scrostati e dal pavimento dissestato, e nel suo silenzio ostinato e lugubre passa le sue ore caricando le sue armi, scrutando dalla finestra i movimenti della polizia e ogni tanto scarica sulla piazza qualche colpo. Spara in aria per diffondere il panico, non vuole fare stragi ed è per questo che è un film crudo e impressionante, non tanto per la violenza, che è comunque presente, ma per l’impenetrabilità nelle motivazioni.

Baldi non offre spiegazioni, segue i gesti di un uomo che improvvisamente è folgorato dal senso dell’assurdità della sua esistenza; non dice quando Mario ha perso il lavoro, né sappiamo niente del suo disagio che si esprime in una forma di lucida follia che trova il suo linguaggio non nelle parole, nei discorsi ma nelle armi, che sono ovunque, segno di potere illusorio, che non fanno altro che misurare tutto il peso dell’impotenza dell’uomo.

Chiuso all’interno di uno spazio domestico degradato, Mario è un individuo che combatte contro la società e contro se stesso, che non ha emozioni, non si smuove di fronte al pianto della bambina e allo smarrimento della moglie e il suo rapporto con il mondo esterno è filtrato attraverso le grate della finestra e attraverso quelle poche voci presenti nel film, che fungono da assedianti, che cercano dialogo o sono pronte, come avvoltoi, ad approfittare delle tragedie altrui.

C’è la voce petulante dell’appuntato dei carabinieri che non minaccia Mario, non usa maniere forti, cerca di rassicurarlo con frasi come “Poi ti trovano un lavoro e tutto va come prima”, parla il suo dialetto, organizza persino un tiro al bersaglio, facendo allineare una serie di bottiglie vuote nel muro di fronte, ma sembra così insistente e sfibrante da ispirare sospetti. C’è la voce della giornalista che vorrebbe convincerlo a posare per un servizio fotografico, personaggio emblematico che anticipa l’assoluta spregiudicatezza dei media sulle tragedie individuali.
“I miei film sono dei pezzi di carne, di carne vivente, di carne cruda. Qualcosa che si vede vivere, che si vede palpitare, delle viscere a nudo”. Le parole di Baldi, estrapolate da un’intervista, sono significative perché delineano non solo il film come un’opera scabrosa, un dramma di ordinaria follia in cui il Male resta irrisolto, ma anche perché rivelano lo stile del regista che non sceglie gli attori, ma i volti, che si accontenta “di una ragazza che sia più o meno così”, che assolda nelle parti del carabiniere il suo aiuto-regista e nel protagonista il suo cameraman.

Con uno stile asciutto come i film di Bresson, Baldi dà vita ad un caso di suicidio sociale: riportando semplicemente i fatti, a differenza di Pasolini o Bellocchio, lo sguardo del regista non è ideologico né politicizzato, ma è racchiuso all’interno di una rivolta dettata da condizioni concrete di estremo malessere, una ribellione che può essere facilmente riconducibile a quella del Sessantotto, ma è anche caratterizzata da un’attenzione sociale fortissima che inquadra un’inquietudine, il disagio di un uomo che ha difficoltà a trovare un posto nella vita.
Un film importante, da recuperare, che descrive un momento di tragica irrazionalità che turba l’ordine razionale esistente, permeato da un’atmosfera claustrofobica che rispecchia la prigionia psicologica del protagonista, uomo emarginato, braccato, asserragliato contro tutti, portatore di un disagio senza fine, di una tragedia senza riscatto, terribilmente moderna.
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