Di Girolamo Di Noto

Spesso il cinema racconta storie amare sui sogni infranti, segue le disavventure di personaggi disincantati, incapaci di adattarsi al mondo, eppure in grado di riconoscerne la bellezza. Un poeta, secondo lungometraggio del regista colombiano Simón Mesa Soto, persegue questi temi, ponendo lo sguardo sulla natura del fallimento e sul senso dell’arte all’interno di una società cinica e opportunista.

Presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, il film segue le vicende di Oscar Restrepo (Ubeimar Rios), un uomo di mezza età, che vive con la madre anziana, separato, che ha dedicato la vita alla poesia senza ottenere riconoscimenti, successo o stabilità. L’incontro con Yurlady (Rebeca Andrade), un’adolescente che vive nei quartieri poveri della città di Medellin, dotata di un talento istintivo per la scrittura, riaccende uno spiraglio di vitalità nella sua esistenza: le fa da mentore convincendola a partecipare a un concorso di poesia, ma quello che nasce come un gesto di cura si trasformerà in un terreno ambiguo, dovrà fare i conti con un mondo disperato in cui tutti annaspano e guardano al proprio interesse.

Con il suo sguardo ironico e profondamente critico, il regista mette in scena la parabola di un artista incapace di guadagnarsi da vivere, che continua testardamente a nutrire un’idea romantica di cosa significhi essere poeta: è il ritratto di un piccolo uomo sghembo, ridicolo sotto certi aspetti ma umanissimo, che si sente smarrito, abbandonato, le cui parole, seppur cariche di purezza, non hanno venduto che poche copie di libri e, non avendo destinatari, si fanno portatrici di ambizioni frustrate, si rendono custodi di rimpianti, arrivando a scontrarsi con una realtà poco propensa a sognare, che vede le cose come sono e non come le percepisce il poeta.

Oscar è un cercatore di chimere attraverso la parola, ma per la sorella Yolanda resta un disoccupato, quando si decide ad accettare il ruolo di insegnante, Oscar straparla di poesia con ragazzi abituati a seguire la ritmica hip-hop, con i suoi colleghi di poesia deve scontrarsi con un sistema che detta ciò che il pubblico si aspetta di sentire. Oscar è un personaggio sincero, che cerca di recuperare un rapporto dignitoso con la figlia che lo guarda con disprezzo e pietà, è mosso da fervore autentico, è un idealista che non ha mai abbandonato la sua vocazione.

L’incontro con la studentessa adolescente gli offre l’illusione di abitare un sogno attraverso qualcun altro, di sublimare se stesso nell’altruismo: il gesto di prendere sotto la sua protezione la ragazza porta un po’ di luce nelle sue giornate, nasce dal coraggio di credere nel talento, ma quello che interessa maggiormente al regista è la critica feroce di un sistema che spolpa i giovani dalla loro autenticità per sacrificarli sull’altare delle vanità.

L’ingresso della ragazza sulla scena letteraria smaschera il cinismo di alcuni letterati che vedono in lei un’opportunità per assicurarsi finanziamenti europei a patto però che si affrontino temi più richiesti e commerciali. Significativa, in tal senso, è la figura di Efrain (Guillermo Cardona), il coordinatore della Casa della Poesia, che di fronte all’investimento del consolato dei Paesi Bassi, invita la ragazza a scrivere qualcosa che parli meno dei suoi sogni e più della difficile vita del suo quartiere, del colore della sua pelle. Nessuno è risparmiato dallo sguardo dissacrante del regista: intellettuali ossessionati dall’assecondare le richieste che vanno più di moda, ceti poveri ridotti a furbastri per un briciolo di soldi, rapper che conquistano milioni di followers solo perché cantano “Bagnami la mia Jacuzzi”, tutto rientra dentro una parabola di moralità perduta.

Dietro questa ondata corrosiva, questo mondo posticcio scritto in cattiva prosa, rimangono saldi però momenti poetici rilevanti che svelano tenerezza e autenticità come il tentativo maldestro di avvicinamento di Oscar verso la figlia, il primo incontro con Jurlady: “Anche tu porti in te una tristezza profonda? Sei malinconica? “, i rapporti dolenti e dolcissimi di Oscar con la mamma.

Momenti che sono resi esaltanti dalla prova eccellente di Ubeimar Rios, straordinario attore non professionista, dalla presenza magnetica, che riesce per tutto il film, sia nei momenti di commedia che di dramma, a sprigionare vitalità e far esplodere il suo carisma nelle sbronze, nelle corse sfrenate, nelle urla di disapprovazione, nei silenzi, nel suo tumulto interiore, nel suo disordine vitale e doloroso, rendendolo un personaggio eccentrico, in controtendenza con la società, inadatto ma umano, ultimo baluardo di purezza, lontano dalla gloria, ma sempre alla ricerca di una scintilla che lo porti al riscatto.

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