Chi ha incastrato Roger Rabbit, di Robert Zemeckis (1988)

Di A.C.

Dopo i successi al botteghino conseguiti con “All’inseguimento della pietra verde” e “Ritorno al futuro”, Zemeckis riuscì finalmente a dare alla luce un progetto verso cui mostrò interesse già nel 1982, quando la Walt Disney Pictures acquistò i diritti del romanzo di Gary Wolf “Who censored Roger Rabbit?”. Ma non mancarono i problemi per via di polemiche produttive sugli stanziamenti di budget richiesti, che la Walt Disney Pictures considerò troppo elevati e la portarono successivamente ad abbandonare la produzione del film.
Una travagliata odissea produttiva risolta dall’intervento di Spielberg, uno dei produttori esecutivi, che entusiasta del progetto trovò un accordo con la Touchstone Pictures (nata in quegli anni da una costola della Walt Disney Studios per la creazione di prodotti destinati a un pubblico non interamente infantile) e ottenne i diritti in prestito di alcuni personaggi della Disney, lasciando Zemeckis a dirigere l’orchestra di uno dei suoi lavori più ispirati e iconici, tuttora tra i massimi risultati della sua carriera.

Nella Hollywood degli anni ’40 gli esseri umani condividono la propria realtà con i cartoni animati, per buonissima parte fenomeni da baraccone al servizio delle case di produzione. L’esuberante Roger Rabbit, un vip dello star system cartoonesco, è accusato dell’omicidio di un produttore umano per via del rapporto controverso di questi con la sua seducente moglie Jessica. L’investigatore Eddie Valiant (Bob Hoskins) si trova suo malgrado ad indagare sulla vicenda, pur provando sentimenti avversi nei confronti dei cartoon a causa di trascorsi personali.
Zemeckis unisce giallo, noir, commedia e animazione in un prodotto a tecnica mista che ha riletto i codici del cinema d’animazione adattandoli agli stilemi del noir americano classico, coniugando divertimento e cinismo, la parodia spassosa e le atmosfere torbide e scabrose.

Una netta deviazione in termini stilistici dai canoni della Walt Disney Pictures, per via dei suoi contenuti dissacranti e spesso politicamente scorretti: black humour, doppi sensi, delitti spietati e con tanto di femme fatale, di cui Jessica Rabbit è personificazione cartoonesca ma non meno irresistibile e sensuale, e un villain dal volto agghiacciante di Christopher Lloyd, in veste opposta a quella dell’amatissimo Doc della saga di “Ritorno al futuro”.
“Chi ha incastrato Roger Rabbit” si rivelò tutt’altro che un prodotto destinato al consumo esclusivo di un pubblico di bambini, poiché l’opera di Zemeckis, pur nella sua cornice di divertissement, è un sofisticato intreccio di generi e un trait d’union tra il cinema classico e quello moderno, tra il linguaggio consolidato e quello sperimentale, e soprattutto una metafora cinica e satirica del mondo hollywoodiano. Un prodigio tecnico ma anche un brillante lavoro di sceneggiatura ad opera del duo Jeffrey Price e Peter S. Seaman.

Diverse sequenze memorabili come l’ingresso in scena di Jessica Rabbit, la brutale esecuzione del cartoon scarpa e la scioccante rivelazione finale del giudice Morton.
Un’operazione che richiese un lungo tempo di lavoro, soprattutto in periodo di post-produzione nell’inserimento digitale dei vari fotogrammi d’animazione al materiale delle riprese. Ma proprio nella sua meticolosa lavorazione, la fattura del film conserva ancora oggi una qualità visiva non intaccata dal tempo.
Cult inossidabile del cinema americano anni ’80 che consolidò le basi artistiche su cui Zemeckis ha costruito la sua carriera di efficace “cantastorie”. Una carriera costellata di alti e bassi sul piano dei risultati, ma sempre coerente con la propria linea autoriale e sempre disposta ad osare nuove tecniche espressive.


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