Cronaca di un assassinio, di Allen Baron (Usa/1961)

di Girolamo Di Noto

Cronaca di un assassinio di Allen Baron, nonostante sia stato un film ignorato all’epoca, si colloca a pieno titolo nel grande filone del noir americano poiché contiene, tra tutti gli elementi classici del genere, quello dell’eroe disilluso e smarrito costretto a misurarsi con una realtà che non comprende, un uomo solo che, come i personaggi di Jean Pierre Melville, sa in cuor suo che la sua vita lo condurrà verso un destino che non si potrà mai modificare.

Cronaca di un assassinio è un film indipendente, scritto, diretto e interpretato da Allen Baron, che narra l’odissea umana di un killer, Frank Bono, che va a New York nel periodo delle feste di Natale per ricevere un incarico: uccidere un pezzo grosso della malavita locale, il gangster Troiano. Il regista, con impeccabile rigore formale, mette in scena tutta la preparazione del colpo, ma più che concentrarsi sull’azione, focalizza tutta la sua attenzione sulla psicologia del personaggio, il quale, al di là del problema di mettere a segno l’ennesima missione, deve combattere con le profondità oscure della sua anima, con i suoi dubbi, le sue esitazioni, le sue diffidenze e soprattutto con l’illusione di poter cambiare vita, dare una svolta, soprattutto quando si innamora di una donna (Molly McCarthy).

Freddo e spietato, Frank Bono vive la propria inquietudine in maniera silente e naturale e lo spettatore viene a conoscenza dei suoi pensieri e delle sue emozioni grazie al ricorso sistematico della voce off, quasi un personaggio aggiuntivo del film, che anticipa azioni e reazioni del protagonista, ne amplifica la solitudine, è voce interiore dei suoi tormenti e accentua ancora di più il senso di fatalismo che pervade il film.

La sequenza iniziale ha da subito la funzione di delineare lo scenario cupo e senza via di scampo che il protagonista affronterà: il film si apre su uno schermo completamente nero dal quale pian piano comincia a comparire un puntino bianco, una fonte di luce che si allarga, un treno che esce da un tunnel, l’urlo di un neonato e poi una voce fuori campo che presenta il personaggio: “Sei nato con l’odio e la rabbia dentro di te. Hai preso uno schiaffo sulla schiena per emettere l’urlo. E a quel punto sapevi di essere vivo…”. Mentre il treno corre verso l’uscita, la voce continua: “Successivamente hai imparato a trattenere gli urli e far fuoriuscire l’odio e la rabbia in un altro modo…”.

La dettagliata cronaca di un assassinio commissionato per uccidere un boss diventa quindi una riflessione sulla figura del killer, quasi una sua nascita simbolica e la voce inquadra da subito la vicenda in una cornice esistenziale, mette lo spettatore in relazione con l’interiorià del protagonista, che si dibatte, va a caccia, vaga per locali notturni e strade poco illuminate, si muove guardingo, colpisce, ma alla prima esitazione pagherà un prezzo alto. Frank Bono si muove in un’atmosfera nevrotica e squallida e il suo vagare disilluso ricorda quello di Philippe Raven, interpretato da Alan Ladd in Il fuorilegge di Tuttle, come lui assassino solitario, taciturno, sfuggente, vittima di un inganno e delle avversità della sorte.

Baron è abile nel tratteggiare un personaggio rinchiuso in sé stesso, indurito da un’infanzia difficile, estraneo a qualsiasi legame sociale, che finisce per ritrovarsi legato dal rapporto più forte proprio con la sua vittima. È un uomo senza futuro, si è adattato a una regola di ininterrotto cinismo, è un loner che abita la provvisorietà e che vorrebbe cimentarsi ad un certo punto della sua vita con l’arduo compito di ricostruire un’esistenza, ma suo malgrado è perennemente in conflitto con il mondo esterno.

Baron è straordinario nel descrivere attorno al personaggio un panorama di devastante miseria morale, un universo ostile e indifferente popolato di un’umanità cinica, avida, disposta a tutto, senza possibilità né volontà di redenzione. Attorno a Frank ruotano, ad esempio, personaggi viscidi come Ralph, il grassone amante dei ratti che gli procura la pistola, i mandanti che si rivelano spietati e poco fiduciosi nei suoi confronti e la sua vecchia fiamma, che non è certo una dark lady che lo porta alla distruzione fisica e morale, non è una creatura senza scrupoli, ma rappresenta un sogno che ormai appartiene ad un passato vagheggiato, la donna che lo conduce a prendere coscienza del forte senso di solitudine e alienazione in cui si trova.

Attorno a questi personaggi va evidenziato il ruolo, come in qualsiasi grande noir che si rispetti, della metropoli, una New York che nel film non è solo sfondo, ma personaggio attivo, che assume la valenza simbolica di luogo deputato al vizio, che trabocca di pericoli e seduzioni, completamente indifferente all’individuo. Tra i generi cinematografici il noir è quello più sensibile a recepire l’immagine negativa della città: se la commedia mostra un panorama urbano più gaio, il noir mette in evidenza un ambiente livido, inondato di umana sporcizia: New York, da questo punto di vista, non è la Manhattan di Allen, ma è più vicina alla Brooklyn del primo Scorsese, oscura, dedita al vizio, da cui è vano aspettarsi una protezione.

I luoghi che percorre Frank Bono non hanno a che fare con la casa vista come focolare domestico, ma sono concepiti per soste brevi e provvisorie: stanze d’albergo di quart’ordine, bar aperti tutta la notte, nightclub popolano questo film a cui si aggiungono strade che, quasi in modo beffardo, sono illuminate dalle luci degli addobbi natalizi, che rivelano un clima di festa solo apparente. New York dunque non è un luogo rassicurante in cui trovare rifugio, ma la sua precarietà rimanda al personaggio che non può dare alla propria vita una fisionomia stabile e composta.

Cronaca di un assassinio è un thriller elegante, ingiustamente sottovalutato, che merita di essere riscoperto, un’opera amara che sa restituire – grazie anche all’apporto di una fotografia splendida e una musica strepitosa in stile jazz – l’atmosfera crepuscolare di una metropoli in perfetta simbiosi con il malinconico incedere del protagonista verso un destino già segnato, una disperazione che pervade ogni cosa.

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