di Bruno Ciccaglione

Alla sua terza prova come regista, dopo Escobar e The informer – Tre secondi per sopravvivere, chiaramente due film figli della dimensione statunitense della sua vita e della sua carriera di attore e autore, Andrea Di Stefano con L’ultima notte di Amore torna anche idealmente all’Italia e vince la scommessa ambiziosa di realizzare un thriller avvincente e spettacolare, ma anche un film che proprio grazie al suo legame con l’Italia trova la sua originalità e i suoi tratti di maggiore interesse.
Se infatti giustamente in molti hanno apprezzato l’efficacia spettacolare di una produzione in grande stile, come di rado siamo abituati a vedere in Italia, con un film che cattura lo spettatore dall’inizio alla fine e che non ha nulla da invidiare alle migliori produzioni di thriller internazionali, Di Stefano riesce anche a fare qualcosa di più.

Il suo è uno sguardo affettuoso e indulgente sull’Italia di oggi, realizzato attraverso lo spaccato della città più internazionale, globalizzata e ricca dello stivale, Milano, senza edulcorarne i lati oscuri, ma con un acume che forse è proprio dovuto al fatto di essere lo sguardo di chi ormai da molti anni in Italia non vive più.
Innanzitutto il film coglie le profonde trasformazioni a cui molti sembrano essersi rapidamente abituati, mostrandocele più chiaramente: la presenza di una comunità cinese che combina i tratti della comunità di migranti esposti allo sfruttamento e alla fatica a quelli della grande imprenditoria e finanza internazionale, addirittura arrivando a comprare la squadra di calcio un tempo fiore all’occhiello della più importante famiglia di petrolieri italiani; l’intreccio tra economia legale e illegale, in una serie di relazioni in cui la parte italiana è giocata dalle cosche calabresi; le vite grame dei poliziotti e dei carabinieri che pur considerando se stessi onesti e per bene, fanno delle scelte che porteranno a conseguenze tragiche e disastrose.

Ma il film è anche pieno di nostalgia verso tutto quello che ancora di autentico e bello permea la cultura (in senso lato) degli italiani. La coppia protagonista – il poliziotto “che non ha mai sparato” Franco Amore (in nomen omen) e sua moglie Viviana – è un concentrato dei tratti che hanno dato forza a tanta commedia all’italiana. Il modo in cui si confrontano, si scontrano, si amano, prendono decisioni fondamentali per il loro futuro in una situazione di crisi estrema, è fatto di generosità, passione, verità. E i due attori che li interpretano sono straordinari.

Su Pierfrancesco Favino come attore c’è poco da aggiungere a quanto tutti sanno e questo film è la sua ennesima prova di bravura. Qui il suo nome è stato fondamentale proprio per la realizzazione del film, perché la sua decisione di sposare il progetto di Di Stefano ha aperto le porte di una produzione di grande livello. Ma la interpretazione che merita una menzione speciale è quella di Linda Caridi, in un ruolo che finalmente le offre la possibilità di mostrare tutto il suo valore. Chiamata da milanese a recuperare il dialetto calabrese che aveva orecchiato da bambina nella sua famiglia di immigrati dal profondo sud, regala una prova che ricorda le grandi commedie italiane del passato (memorabile la scena della parmigiana regalata al vecchio capofamiglia cinese), offrendo una gamma di sfumature che accompagnano perfettamente l’ampio arco narrativo della vicenda.

Bravissimi anche gli altri due attori centrali del film, Antonio Gerardi e Francesco Di Leva, entrambi chiamati a toccare corde in parte nuove rispetto a quelle a loro più usuali. E poi ci sono anche tutti gli attori cinesi, una risorsa che sicuramente il cinema italiano potrà utilizzare ancora in futuro.
L’ultima notte di Amore è un thriller scritto benissimo, dallo stesso Di Stefano, che parte da un’idea classica del genere: un uomo normale e mite, che per una scelta sbagliata, superficiale, ingenua, si trova costretto a lottare per la propria vita in un gioco più grande di lui. Il poliziotto, nell’ultima notte prima della pensione, vive una esperienza tragica e violenta, piena di colpi di scena, ma anche di momenti da commedia. La narrazione riesce a giocare con i tempi narrativi in modo efficace e a creare suspence, nel suo muoversi alternando i flashback in modo non lineare e così svelando solo gradualmente tutti i pezzi di un puzzle ben assemblato.

La regia si rifà al cinema classico del genere (Di Stefano ha anche scelto di girare in pellicola, una rarità ormai): la spettacolare sequenza iniziale, che nei primi secondi potremmo scambiare per le noiose sequenze di intermezzo affidate ai droni e che spopolano ovunque in serie e film commerciali, è girata invece con l’elicottero e si rivela rapidamente come l’inizio più efficace della narrazione, mostrandoci una panoramica che parte dal centro sfavillante di Milano – cogliamo subito il Duomo e poi la galleria Vittorio Emanuele II – e ci guida sempre più in periferia, fino ai quartieri dei palazzoni piccolo borghesi abitati dal nostro protagonista e dalla sua famiglia, che osserviamo dalla finestra in una modesta ma calorosa festa in famiglia.

Le sequenze girate sulla tangenziale di Milano, a cavallo di un tunnel che sarà la scena del crimine, sono suggestive e avvincenti, ogni elemento concorre a creare una tensione sapientemente gestita al montaggio, con una illuminazione e una gamma di colori che sa apparire realistica (i gialli della galleria, i blu dell’asfalto creati dai lampeggianti, le luci artificiali della notte), pur assecondando la perdita di punti di riferimento e il turbamento che irrompe nella psicologia del protagonista.
L’intreccio è ben congegnato e Favino in una intervista ha raccontato che sono stati girati diversi finali, perché Di Stefano voleva lasciarsi ancora dei margini una volta avuto il polso del materiale girato. Il finale scelto è un finale che soddisfa lo spettatore senza scadere in un lieto fine banale, che pur non restando aperto, ci lascia immaginare per il protagonista Franco almeno la possibilità di far cicatrizzare le ferite di quella ultima notte “di Amore”.
