“Il Viaggiatore delle Nebbie”: “Gli assassini della Terra Rossa” e “Killers of the Flower Moon”.

INTRODUZIONE

Xtha-cka Zhi-ga Tze-the, “la luna che uccide i fiorellini” 

“In aprile, nel territorio degli osage, in Oklahoma, milioni di fiorellini punteggiano le colline coperte di querce e le vaste praterie: violette, portulache e genzianelle. Di fronte a una simile galassia di petali, lo scrittore osage John Joseph Mathews osservò che era come se «gli dei avessero lasciato dei confetti». Nel mese di maggio, quando i coyote ululano a una luna minacciosamente grande, altre piante più alte, fra cui tradescanzie e rudbeckie, cominciano a sovrastare i fiori più piccoli, sottraendo loro acqua e luce. I gambi si spezzano e i petali cadono, e in breve vengono sepolti sottoterra. Per questo i nativi osage parlano del mese di maggio come del periodo della «luna che uccide i fiorellini»”.

Grann, David (2017-10-18T23:58:59.000). Gli assassini della Terra Rossa (Italian Edition) . Corbaccio. Edizione del Kindle.

David Grann è una firma della prestigiosa rivista New Yorker e scrive per il New York Times Magazine, The Atlantic, il Washington Post e il Wall Street Journal. Il suo primo libro, Civiltà perduta, è diventato un bestseller da oltre mezzo milione di copie, ed è stato pubblicato in Italia da Corbaccio, che ha pubblicato anche Il demone di Sherlock Holmes.

Il suo saggio, che da il titolo al film di Scorsese, venne tradotto inizialmente col titolo “Gli assassini della Terra Rossa: Affari, petrolio, omicidi e la nascita dell’FBI. Una storia di frontiera” (ancora rintracciabile in libreria, su Kindle, o su Audible per Salani, come “Gli assassini della Terra Rossa”); in Italia è edito oggi anche con il significativo e originale titolo “Killers of the Flower Moon”, che prende spunto proprio dalla metafora delle prime righe del testo.

Il saggio è diviso in tre parti: la prima riguarda la tribù degli osage, la sua storia, e poi il “regno del terrore degli osage” (1921-1926) dal punto di vista dei nativi americani, la seconda riguarda le indagini, e copre un periodo più ampio per descrivere la nascita della F.B.I, infine la terza parte è la testimonianza diretta dell’indagine giornalistica condotta da David Grann nella nazione Osage e delle testimonianze raccolte dai discendenti dei protagonisti, ancora oggi segnati da questa tragica storia.

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PREMESSA
LA “RISERVA SOTTERRANEA” 

Il quarto capitolo del saggio, intitolato “La riserva sotterranea”, contiene una vera e propria ricostruzione della storia della tribù degli osage e di tutti i loro spostamenti alla ricerca di una terra che non gli fosse strappata.

Nel 1600 gli osage erano residenti nella zona centrale tra Missouri, Kansas e Oklahoma fino alle Montagne Rocciose. Il Presidente Thomas Jefferson, nel 1803 acquistò dalla Francia il territorio della Louisiana, che comprendeva le terre degli osage; nel giro di 4 anni, dopo essersi proclamato loro amico e averne tessuto le lodi, li confinò tra i fiumi Arkansas e Missouri. In realtà un Capo osage disse che non avevano scelta tra firmare il trattato, o essere dichiarati nemici degli Stati Uniti. In seguito furono costretti a svendere molte delle loro terre e vennero confinati nel sud-est del Kansas.

Ne-kah-e-se-y, nome osage del padre di Mollie, e Lizzie (futuri genitori di Mollie e delle sue sorelle) si stabilirono lì: il loro sostentamento era quasi interamente legato alla caccia del bisonte americano, dal quale ricavavano tutto: dal cibo alle pelli, al materiale per gli utensili e alle stesse armi per la “sacra caccia al bisonte”…ma non durò per molto.

Nel 1870 gli indiani vennero prepotentemente cacciati dalla loro terra, costretti a venderla a 1,25 dollari l’acro, i loro accampamenti e insediamenti vennero distrutti e le tombe profanate; coloro che si opposero vennero fisicamente annientati e venne tagliato loro lo scalpo.

Un agente degli Affari indiani dichiarò: «La domanda viene da sé: quali fra queste persone sono i selvaggi?»

Gli osage si trasferirono nuovamente, stavolta nella zona a sud del Kansas, zona collinare e inospitale: il capo indiano Wah-Ti-An-Kah considerò:

«La mia gente sarà felice in questa terra. Qui l’uomo bianco non può piantare il ferro nel terreno. L’uomo bianco non verrà in questa terra. Ci sono molte colline qui […] all’uomo bianco non piace la terra dove ci sono colline, e non verrà». Poi proseguì: «Se la mia gente va a ovest dove la terra è piatta come il pavimento di una capanna, l’uomo bianco verrà nelle nostre capanne e dirà: ‘Vogliamo la vostra terra’ […] Presto la terra si esaurirà e gli osage non avranno una casa».

I primi insediamenti osage, in quella che nella cartina sopra è Osage County, furono quelli di Pawhuska, Fairfax e Gray Horse, dove, nel 1874, si stabilirono Lizzie e Ne-kah-e-se-y, futuri genitori di Mollie e delle altre tre sorelle.

Gli osage, privati del bisonte americano, nel 1877 quasi estinto (più tardi qualcuno dirà anche che che la specie venne messa fortemente a rischio dallo slogan “ogni bisonte morto è un indiano che se ne va”), e senza soldi, poiché il pagamento razionato dal Governo per la vendita delle terre in Kansas non avveniva nei confronti di indiani che non lavorassero la terra e che non si “vestissero da capo a piedi”, iniziarono a morire per deperimento, cosicché furono costretti a fare appello a Washington affinché il razionamento fosse sospeso.

Gli uomini indiani si vestivano con i loro abiti tradizionali: mocassini, pantaloni in pelle di daino con le frange, perizoma, cintura intrecciata che reggeva Tabacchiera e Tomahowk, in testa una cresta di capelli. Le donne portavano una coperta e spesso dipingevano una striscia rossa sui capelli, a simboleggiare il passaggio del Sole.

“Come molti altri membri della tribù, i genitori di Mollie cercarono di mantenere vive le loro tradizioni. L’attribuzione del nome era uno dei rituali più importanti fra gli osage: solo da quel momento si veniva considerati come una persona. Nata il 1° dicembre 1886, a Mollie venne dato il nome osage di Wah-kon-tah-he-um-pah. Anche le sue sorelle avevano un nome osage: Anna era Wah-hrah-lum-pah, Minnie Wah-sha-she e Rita Me-se-moie”.“Gli indiani devono adeguarsi allo stile di vita dell’uomo bianco”, disse un Commissario per gli Affari Indiani.

Nel 1874, all’età di 7 anni, Mollie venne iscritta al collegio cattolico per ragazze osage “St. Louis School”, nei pressi di Pawhuska; alcune ragazze tentarono di fuggire ma vennero catturate e riportate in collegio con la forza.

Fu vietato loro di indossare la tradizionale coperta, così come i ragazzi dovevano vestirsi “da capo a piedi”, e Mollie notava che sempre meno persone, anche a casa, a Gray Horse, portavano la coperta e ormai vestivano come l’uomo bianco.

In questo clima, le autorità dell’Oklahoma non parlavano certo di integrazione, ma di “assimilazione” degli indiani nella loro cultura, nella loro società e nella loro “civiltà”.

Così gli indiani, depredati della terra, minacciati di non essere pagati se non avessero vestito come l’uomo bianco, vennero prima spogliati delle loro usanze, della loro cultura, della loro religione e infine, persino dei loro stessi nomi: così Ne-Kah-e-se-y divenne per tutti “Jimmy” e i nomi dei nativi vennero usati sempre più raramente, sino a scomparire.

Gli indiani iniziarono a pregare Wah’Kon-Tah e Dio, insieme.

In questo clima di suprematismo culturale, prima ancora che fisico, si fecero spazio uomini venuti dal nulla come il mandriano William K. Hale, arrivato con un cavallo, “dal nulla” ma con la ferma intenzione di prendersi tutto in qualsiasi modo, anche nel più subdolo: studiare la lingua degli osage, la loro cultura e fingersi loro amico da un lato…dall’altro fare sì che tutti i loro averi finissero nelle mani dei coloni bianchi tramite acquisti forzati di terreni, matrimoni convenienti, nei quali il coniuge osage dopo poco tempo si ammalava e moriva, e altri crimini di ogni sorta. Questi uomini si inserirono ovunque nell’amministrazione della società e nei rapporti con gli osage.

La famiglia di Mollie visse a cavallo non solo di due secoli, ma di due civiltà”.

Negli anni ’90 dell’800 la situazione peggiorò drasticamente per la politica del Governo di Distribuzione della Terra. Il territorio indiano fu frazionato in lotti da 160 acri, e ad ogni osage venne concesso un lotto: il resto venne assegnato ai coloni tramite la “Corsa alla Terra”.

Fu molto più difficile applicare alla Nazione Osage la pratica della lottizzazione, poiché gli osage avevano comprato i loro terreni.

Nel 1904 il capo osage James Bigheart (che conosceva ben sette lingue, tra le quali anche il latino) avviò negoziati con il Presidente Roosvelt a Washington riguardo la lottizzazione del terreno osage.

Dopo mesi di contrattazione, nel 1906 venne firmato l’Allotment Act, col quale venne riconosciuto ad ogni osage registrato un lotto non di 160, ma di ben 657 acri.

La cosa più curiosa dell’accordo fu però l’inserimento della seguente clausola:

«Il petrolio, il gas, il carbone e altri minerali presenti nel sottosuolo del territorio […] sono riservati alla tribù degli osage».

Perché gli indiani pretesero una tale clausola è abbastanza chiaro: sapevano di essere seduti su un enorme giacimento petrolifero.

Ma come facevano a saperlo?

Una delle prime attività sorte a Gray Horse era l’emporio di John Florer, persona onesta, col quale lo stesso Jimmy/Ne-Kah-e-se-y era solito trascorrere del tempo; un indiano gli fece notare che la superficie dell’acqua di un torrente aveva “i riflessi dell’arcobaleno”. Il commerciante consigliò all’indiano di inzuppare la sua coperta nell’acqua e di spremere il contenuto in un barattolo: aveva lo stesso odore del grasso lubrificante venduto in negozio.

Era petrolio.

“Molti osage accorrevano per assistere all’eruzione di un pozzo spontaneo, accalcandosi per avere la visuale migliore, lo sguardo che seguiva il petrolio salire a quindici, venti, o persino trenta metri d’altezza. 

Con le sue grandi ali nere che si aprivano sopra la piattaforma, si innalzava davanti a loro come un angelo della morte.Lo spruzzo ricopriva i prati e i fiori, e sporcava il volto di operai e spettatori. 

La gente si abbracciava e lanciava in aria il cappello.Bigheart, morto poco dopo i negoziati sulla lottizzazione, veniva salutato come il «Mosè degli osage». 

La scura, viscida, puzzolente sostanza minerale sembrava la cosa più bella del mondo”.

Resta un interrogativo di fondo: dato che gli uomini bianchi avevano già preso, con la forza e con le minacce, tutto quanto potessero sottrarre alla tribù degli osage e agli altri nativi, persino i loro nomi…perché si è instaurato quel “Regno del Terrore degli Osage”, perché quella scia infinita di morti inizialmente solo poco chiare e poi sospette, al fine di appropriarsi della loro ricchezza in modo così artificioso?

Perché la clausola inserita nell’Allotment Act del 1906, anno di nascita ufficiale dello stato dell’Oklahoma, aveva istituito una vera “riserva sotterranea” in favore della Tribù Osage.

Ogni nativo osage, così come Mollie e ciascuna delle sue sorelle, era ricchissimo in quanto titolare di una quota del giacimento minerario (vale a dire petrolifero), ma, mentre i terreni potevano essere liberamente venduti (da coloro che non erano dichiarati “incompetenti”), le concessioni petrolifere (ciò che permetteva effettivamente di sfruttare la vendita del petrolio) potevano essere tramandate solo per via ereditaria, proprio affinché il privilegio dello di sfruttamento di quella enorme ricchezza rimanesse nelle mani dei nativi.

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KILLERS OF THE FLOWER MOON 

La vicenda narrata nel saggio ha formalmente inizio il 24 maggio 1921 a Gray Horse, Nazione Osage, in Oklahoma, quando Mollie Burkhart, nativa Osage e moglie di Ernest Burkhart dal 1917, iniziò a preoccuparsi per la sorte di sua sorella Anna, da poco scomparsa.

Solo tre anni prima aveva perso sua sorella Minnie, di 27 anni, per quella che i medici definirono “rara malattia debilitante”; circostanza ritenuta strana da Mollie, considerato che la sorella aveva sempre goduto di ottima salute.

“Il marito, Ernest Burkhart, un bianco di ventotto anni, si era arricchito con lei. Burkhart aveva il fascino di una comparsa in un film western: capelli castani corti, occhi azzurri, mento pronunciato. Solo il naso ne disturbava l’aspetto: sembrava avesse preso un paio di pugni nel corso di una rissa. Cresciuto in Texas, figlio di un povero coltivatore di cotone, era rimasto affascinato dai racconti sulle Osage Hills, le ultime vestigia della frontiera americana dove si diceva vagassero ancora cowboy e indiani. Nel 1912, all’età di diciannove anni, partì con un fagotto, proprio come Huck Finn, e andò a vivere con lo zio, William K. Hale, un dispotico mandriano di Fairfax. «Non era il tipo che ti chiedeva di fare qualcosa: te lo diceva e basta» disse una volta Ernest a proposito di Hale, che per lui divenne un secondo padre. Sebbene facesse più che altro commissioni per lo zio, talvolta Ernest lavorava come autista. Ed è così che conobbe Mollie, facendole da chauffeur.”

Anna Brown, 34 anni, sorella di Mollie, e Charles Whitehorn, 30 anni, entrambi nativi osage vengono trovati morti, la prima in un pascolo, con vicino una bottiglia di whiskey di contrabbando “moonshine”, nonostante da un anno vigesse il proibizionismo; il secondo vicino a un derrick, quelle installazioni meccaniche oscillanti per le estrazioni petrolifere. Vennero trovati morti, uccisi, Charles con due proiettili in pieno volto, Anna con un foro alla nuca, ma senza il ritrovamento di alcun proiettile.

Iniziarono così le indagini, sotto la spinta di Mollie e dello zio del marito, William “King” Hale, un mandriano che si era fatto da sé, sino a diventare uno degli uomini più importanti della zona e a ricoprire la carica di vice sceriffo a Fairfax.

“Sono e sarò sempre amico sincero di tutti gli Osage”, amava ripetere Hale.

Dalle testimonianze davanti al Giudice di Pace emerse che l’ultima persona vista in compagnia di Anna Brown era Byron Burkhart, fratello di Ernest, il quale giurò di averla accompagnata in auto direttamente a casa.

A seguito della testimonianza di un truffatore, venne arrestato il marito di Anna, Oda Brown, quale mandante dell’omicidio, ma fu rilasciato per ciò che noi chiamiamo “insufficienza di prove”, ed era effettivamente innocente.

Il Procuratore Bill Smith (due volte cognato di Mollie, poiché aveva sposato prima la sorella Minnie, morta nel 1918, e poi si era risposato con Rita, l’altra sorella di Mollie), come molti nella Contea, aveva fatto carriera grazie all’appoggio di Hale, e, quando venne ordinato di riesumare la salma di Anna per cercare nuovamente il proiettile gli fu chiesto di presiedere alle operazioni: il proiettile però, al contrario di quelli che uccisero Charles Whitehorn, non venne trovato dai medici, i fratelli Shoun.

Il Giudice di Pace decise quindi di archiviare i due omicidi per essere stati compiuti “per mano di ignoti” e di conservare le poche prove raccolte, perché in futuro sarebbero potute tornare utili.

Un avvocato dell’epoca disse che anche la società di pompe funebri estorceva agli osage cifre folli, tanto che “Non era possibile seppellire un osage per meno di 6.000 dollari (quasi 80.000 dollari di oggi)”.

A meno di due mesi dalla morte di Anna, in brevissimo tempo peggiorò e morì anche Lizzie, l’anziana madre di Mollie, accudita e curata in casa della figlia: la cerimonia funebre avvenne in rito cristiano e osage.

I medici Shoun, stranamente onnipresenti, non seppero fornire la causa del decesso; così Bill Smith, che conduceva ormai indagini per conto proprio, non solo si convinse del fatto che la donna fosse stata avvelenata, ma anche del fatto che che i tre delitti fossero collegati e che avessero a che fare con l’oro nero degli Osage.

Poiché le strutture di polizia erano ritenute inadeguate e gli ispettori poco preparati, le indagini furono affidate, sia dagli osage che dall’Amministrazione locale, a rozzi detective privati, i quali utilizzavano qualsiasi mezzo pur di giungere alla verità: intercettazioni con le nuovissime “cimici”, ricerca di prove con ogni mezzo, contatti con i testimoni, pedinamenti, interrogatori, erano così scarsamente regolamentati per la professione privata che il detective era incoraggiato nel suo agire privo di freni, se non quelli dettati da un’arbitraria etica personale.

Nonostante ciò, dopo nove mesi le indagini sui due omicidi portarono ad un binario morto: per quanto riguarda Anna, nella contea venne sparsa la voce che fosse addirittura incinta e che fu uccisa, per gelosia, da un’altra donna. In aggiunta, a riprova del fatto che Byron Burkhart l’avesse effettivamente accompagnata a casa, venne ritrovata lì la sua borsetta personale in pelle di coccodrillo. Il fatto che poco tempo prima della sua morte fosse stata vista con “due loschi figuri della società petrolifera” venne completamente dimenticato.

Nel febbraio del 1922 vennero rimossi dal servizio coloro che conducevano le indagini e i detective privati, sia quello assunto da Mollie, William J. Burns (e la sua rete di investigatori privati contraddistinti solo da un numero), che quello assunto da Hale, un certo Pyke. 

Lo stesso giorno, un ragazzo osage di nome Bill Stepson, sportivo e campione di tiro al lazo, peggiorò, e in due ore morì: avvelenamento da stricnina.

Risulta che, tra il 1920 e il 1930, nonostante le tecniche di esame dei corpi per trovare tracce di veleno fossero ampiamente disponibili, queste non siano mai state utilizzate in queste indagini, o davvero molto raramente. Inoltre, il veleno era facilmente reperibile nelle mercerie e nelle drogherie e, nel pieno del proibizionismo, era possibile “correggere” il bicchiere di moonshine della vittima passando del tutto inosservati, al contrario dei ben più rumorosi colpi di pistola, sfruttando il metanolo presente nel whiskey di contrabbando.

Nel marzo del 1922 una donna osage morì per sospetto avvelenamento; il 28 luglio un ragazzo di 28 anni osage morì istantaneamente dopo aver accettato un sorso di moonshine da uno sconosciuto.

In agosto gli osage convinsero il petroliere McBride a recarsi a Washington per chiedere alle autorità federali di indagare.

Quando McBride giunse al suo hotel a Washington trovò il telegramma intimidatorio di un collega: “FAI ATTENZIONE”.

Dopo una serata trascorsa a giocare a biliardo, la mattina seguente il corpo di MacBride venne ritrovato, denudato, incappuciato con un sacco di iuta sulla testa, ucciso con almeno 20 coltellate, sfregiato, e nelle scarpe solo un biglietto con il suo nome. 

Il delitto aveva le caratteristiche di un messaggio intimidatorio, di un avvertimento: “in prima pagina il Washington Post avrebbe rivelato ciò che sembrava sempre più evidente: SOSPETTO COMPLOTTO PER UCCIDERE INDIANI RICCHI”.

“Si diceva che, mentre un americano su undici possedeva un’auto, ogni osage ne possedeva undici”.

Gli osage divennero presto sinonimo di spendaccioni esagerati ma rozzi e ancora legati a riti “selvaggi” per la pilotata opinione pubblica, ma non erano certamente loro i veri eccentrici spendaccioni; i petrolieri che partecipavano alle aste sotto “l’olmo da un milione di dollari” per accaparrarsi i terreni lottizzati degli osage erano ormai del tutto dediti allo sfarzo e privi di gusto e sobrietà. 

Uno di loro, Marland, grazie alla ricchezza ottenuta dall’acquisto di un lotto e allo sfruttamento (illegale) del pozzo petrolifero, fece costruire un palazzo che riproduceva gli interni di un palazzo fiorentino, con 55 stanze, una quindicina di bagni, un salone con lampadari di cristallo e soffitto ricoperto di foglia d’oro, un ascensore foderato in pelle di bisonte, e all’esterno svariati campi da polo e 5 laghi artificiali, ciascuno con un’isola al suo interno; da un giorno all’altro dovette dichiarare bancarotta per l’esaurimento del pozzo e fu costretto a vendere la dimora, senza riuscire a pagare le bollette e morì in povertà.

In questa situazione di eccessi i negozianti privati rincaravano i prezzi di beni e servizi per gli osage a livelli più che estorsivi; nel frattempo il governo locale varò addirittura una norma che proibiva agli osage di prelevare dal proprio fondo fiduciario più di qualche migliaio di dollari all’anno, ponendo così seri ostacoli legali alla loro stessa sopravvivenza.

Gli indiani in generale, anche se del tutto sani, avevano bisogno di un tutore per spendere il proprio patrimonio, perchè sistematicamente “dichiarati incompetenti”.

Qualcuno, anche ai tempi, disse che il Governo del territorio degli osage “sembrava presieduto dal Diavolo”.

Nel febbraio del 1923, a nord-ovest di Fairfax, Henry Roan, indiano osage di 40 anni, venne trovato morto in un’auto, ucciso da un colpo di pistola alla nuca, il che ne rendeva impossibile l’archiviazione come “suicidio”. Roan era un amico strettissimo di Hale, il quale, dato che il patrimonio dell’indiano era congelato e sottoposto ad amministrazione controllata, gli prestava denaro all’occorrenza. 

Henry stesso dichiarò di aver ricevuto così tanti prestiti dall’amico da renderlo beneficiario della sua polizza sulla vita per ben 25.000 dollari.

“HENRY ROAN ASSASSINATO DA UNA MANO SCONOSCIUTA”.

Mollie e Henry Roan risultavano sposati nel 1902, probabilmente per un matrimonio combinato (all’epoca Mollie era appena quindicenne) per conservare uno stile di vita che stava svanendo: la cerimonia era avvenuta col solo rito degli osage, quindi lei non dovette ricorrere al divorzio per sposare Ernest, e mantenne il segreto su un fatto ritenuto ormai semplicemente folcloristico e di poca importanza per lei, ma che avrebbe sicuramente turbato l’attuale marito.

In quello che venne rinominato “il Regno del Terrore degli Osage”, Bill Smith e sua moglie Rita (sorella di Mollie) si trasferirono a Fairfax, in un quartiere dove tutti gli osage avevano cani da guardia al piano terra e, non per sfoggio di ricchezza, ma per timore, tutti i cortili erano costantemente illuminati da lampadine, quelle che lo stesso William Hale definì “le luci della paura”.

Qualche tempo dopo i cani iniziarono a morire uno dopo l’altro e, una notte, la casa degli Smith saltò per aria con una esplosione talmente forte che anche le vetrate di hotel vicini andarono in frantumi e le porte delle vicine abitazioni furono divelte.

Rita morì nell’esplosione, Bill Smith sopravvisse ancora quattro giorni rimanendo alternativamente cosciente, ma non riuscì mai a testimoniare o a rilasciare dichiarazioni agli inquirenti.

L’esplosione illuminò la notte e venne ricordata dalle testimonianze di tutti coloro che scesero per strada, richiamati dal rumore assordante simile a quello di un tuono preceduto dal bagliore di un lampo: scesero in strada persino Ernest Burkhart e Mollie, sconvolti per l’esplosione avvertita in lontananza, ma non vi era nessuna autorità locale, nemmeno Hale e lo Sceriffo, in viaggio di lavoro in Texas.

L’attentato venne appositamente programmato per essere svolto in loro assenza.

Mollie, sia per il diabete che peggiorava di giorno in giorno che per la consapevolezza di essere probabilmente la prossima vittima, si rinchiuse in casa sbarrando porte e finestre.

William Hale le promise che avrebbe “personalmente vendicato il sangue versato dalla sua famiglia”, e così fece, sparando e uccidendo uno dei membri della potentissima banda di Henry Grammer, probabilmente coinvolta nell’attentato. Subito dopo alcuni pascoli di proprietà di Hale presero “accidentalmente” fuoco.

Henry Grammer era il capo di una potentissima banda di malviventi che si occupava davvero di tutto nel campo dell’illecito: dalle rapine alle estorsioni, alle intimidazioni, sino al commercio di qualsiasi cosa fosse illegale trafficare. Loro erano anche i produttori del whiskey illegale, chiamato “moonshine” perché inizialmente veniva distillato nelle sole notti illuminate dal chiaro di luna; ma in seguito la banda divenne talmente potente e ricca da installare una centrale elettrica e rendere autosufficiente lo stabilimento clandestino, per non rallentare la produzione. Lo stesso Grammer in persona risultò coinvolto in scambi di bustarelle, influenze e finanziamenti illeciti con il petroliere Marland a proposito della costruzione di una eccentrica dimora.

La stampa degli anni ’20 non rimase indifferente, dedicando alla strage degli osage articoli e titoli in prima pagina, esortando le autorità a livello più alto ad agire.

Nel 1923 venne inviato dal Governatore dell’Oklahoma l’ispettore capo Herman Fox Davis, avvocato ed ex investigatore privato, che però si dimostrò presto un criminale incallito e venne arrestato, prima per corruzione, e poi per omicidio di un procuratore, quindi incarcerato.

Nello stesso anno, W.W.Vaughan, avvocato di 54 anni di Pawhska, cercava di fare la cosa giusta. Venne convocato con urgenza in ospedale perché George Bigheart (nipote del capo indiano James Bigheart) voleva parlare solo con lui di alcune informazioni che aveva riguardo gli assassini degli Osage. Vaughan, prima di partire per Oklahoma City, portò la moglie a conoscenza del fatto che stesse raccogliendo prove sugli omicidi e che queste erano nascoste in un determinato posto, nel quale avrebbe trovato anche una somma di denaro utile per lei e i figli, nel caso a lui fosse capitato qualcosa di brutto.

Vaughan giunse all’ospedale di Oklahoma City e rimase con l’amico qualche ora, fino a quando si spense, dopodiché, in possesso di documenti e prove, chiamò lo Sceriffo di Pawhuska, la sua città in terra Osage, dicendo che sarebbe tornato e che non solo sapeva che l’amico era stato avvelenato, ma sapeva davvero “molto di più”.

Così uscì dall’ospedale e prese il treno notturno per Pawhuska.

La mattina seguente arrivarono a destinazione solo i suoi vestiti, e nel luogo indicato alla moglie non c’era più nulla.

“MISTERIOSA SCOMPARSA DI W.W.VAUGHAN DI PAWHUSKA”, titolava il Tulsa Daily World.

Alle ricerche di Vaughan prese parte anche il corpo dei Boy Scout, la cui prima unità si forno a Pawhuska nel 1909.

Il corpo di Vaughan venne ritrovato settimane dopo, gettato da quel treno, nelle stesse condizioni del petroliere McBride, quello che avrebbe dovuto “fare attenzione”.

I documenti rilevanti che portava con sé, assieme a tutte le prove che aveva raccolto, vennero distrutti.

Vaughan lasciava moglie e 10 figli. 

In quel momento gli omicidi che avevano apertamente a che fare con l’oro nero degli Osage erano almeno 24, ma certamente ammontavano a molti di più tra le morti per le quali non si era indagato: con molta probabilità qualche centinaio, compresi molti bambini, per paura che potessero ereditare.

Nessuno sapeva quando sarebbe terminata “La maledizione nera degli Osage”, Literary Digest.

Il nuovo sceriffo della contea si rifiutò di indagare sugli omicidi.

«Non volevo avere nulla a che fare con tutto questo» avrebbe ammesso in seguito, aggiungendo in modo enigmatico:

«C’era una corrente sotterranea, come una sorgente a monte. Ora la sorgente non c’è più, si è prosciugata, e si è esaurita a fondovalle».

A proposito della soluzione dei casi, disse:

«È una faccenda troppo grossa, lo sceriffo e pochi uomini non possono farcela. Deve intervenire il governo».

Nel 1923, dopo l’attentato all’abitazione di Bill Smith, la tribù degli osage cominciò a sollecitare al governo federale l’invio di detective che, a differenza di Davis o dello sceriffo, non avessero alcun legame con la contea o con i funzionari statali.

Il consiglio della tribù adottò una risoluzione ufficiale in cui si dichiarava:

“VISTO CHE in nessun caso i criminali sono stati catturati e consegnati alla giustizia, e

VISTO CHE il consiglio della tribù degli osage ritiene essenziale per salvaguardare le vite e la proprietà dei suoi membri intraprendere un’azione pronta e coraggiosa per catturare e punire i criminali […]

SI DECIDE di chiedere all’onorevole segretario degli Interni affinché ottenga l’intervento del dipartimento di Giustizia al fine di catturare e processare gli assassini dei membri della tribù degli osage”.

Su richiesta, si attivò una oscura sezione del Dipartimento di Giustizia, chiamata “Bureau of Investigation”, quella che nel 1935 sarebbe stata rinominata “Federal Bureau Investigation”, F.B.I.

Nel 1925 Mollie inviò un messaggio al sacerdote locale, nel quale esprimeva preoccupazione per la propria vita.

In seguito un agente dell’Ufficio per gli affari indiani scoprì che veniva avvelenata: al nuovo farmaco, l’insulina, veniva aggiunto il liquido di una fialetta sospetta, quella che nel film vediamo consegnata da Hale al nipote Burkhart.

Solo all’undicesimo capitolo del saggio (la “cronaca seconda”) entra di fatto in scena l’agente Tom White che, su richiesta diretta di J.Edgar Hoover, assume il comando delle indagini sugli assassini degli osage, e il saggio prende la piega di ciò che, solo da lontano, potrebbe vagamente assomigliare ad un poliziesco o ad un giallo investigativo.

Non lo è: si tratta del più classico pretesto letterario per mascherare e rendere più scorrevole un saggio storico su quello che è stato in realtà uno sterminio organizzato di una tribù, e un espediente per poter meglio denunciare i seguenti insabbiamenti delle prove ad opera degli stessi mandanti degli omicidi. 

Una tecnica tanto interessante e intrigante per il lettore, quanto efficace nel mostrare la barbarie dell’uomo bianco nei confronti dei nativi americani, e per mettere nero su bianco la presa di coscienza di una pagina oscura della storia americana.

Così vengono mostrate le falle nei precedenti modelli di amministrazione della legge e l’affermazione dei nuovi metodi nella conduzione delle indagini, la presenza di infiltrati del Bureau nel territorio, ma anche di talpe nel Bureau in un sistema di doppi e tripli giochi, sino a dimostrare la responsabilità del diabolico pianificatore (di una parte) di questa sistematica e metodica strage, che indossa la maschera dell’ipocrisia di una persona elegante e per bene, come William K. Hale (col volto di un immenso Robert De Niro).

Nel ridisegnare il saggio sotto forma di indagine, Grann descrive la nascita dell’F.B.I., ancora allo stato embrionale, ed esalta le differenze tra i nuovi investigatori e i precedenti, anche qui sottolineando un passaggio epocale.

Tom White, figlio di uno Sceriffo e poi direttore di un carcere del Texas, intraprese da giovane la carriera nei Texas Rangers, un corpo di polizia “di frontiera”, dove ciascuno aveva una propria etica, ricorreva spesso e volentieri all’uso delle armi e a dubbi metodi arbitrari nel rapportarsi con i malviventi.

Tom White era diverso: si vantava di non aver mai sparato, e, quando divenne direttore di un carcere (come il padre) instaurò con i detenuti un rapporto di fiducia reciproca basato sul fatto che nessun detenuto sarebbe stato maltrattato in quanto tale (e in futuro la sua etica sarà messa davvero a dura prova).

I metodi antiquati e rozzi di investigatori, che arrivarono anche a ruoli importanti nelle nuove istituzioni, come William J. Burns “lo Sherlock Holmes d’America”, giunsero al capolinea.

Per questi motivi, White fu fortemente voluto da Hoover per risolvere gli omicidi osage, e, nonostante il giovane direttore desiderasse un corpo di polizia investigativa quasi in divisa (ad indicare l’impersonalità dell’amministrazione della giustizia) con vestito nero e scarpe in tinta lucide, si dovette accontentare del detective con il floscio cappello da Cow-Boy (presto abbandonato in favore del classico fedora), ma dall’etica impeccabile per l’immagine che intendeva promuovere.

La sua maggiore preoccupazione era quella che chiunque entrasse a far parte del Bureau fosse il più lontano possibile dall’attirare al Bureau critiche o attacchi: la sua stessa immagine era quella di un elegante giocatore di golf, molto lontana da “baffi finti e pistola” dei corrotti detective del passato o dei Texas Rangers della Frontiera (si vede che il suo archivio personale di prove per ricattare i politici era da lui considerata storia a parte…vabbè).

In questa ottica venne sviluppato il concetto di agente slegato dal suo territorio al fine di evitarne il condizionamento, e la sua stessa valutazione con punteggio da 1 a 100 su più categorie:

  • preparazione;
  • giudizio;
  • aspetto personale;
  • lavoro d’ufficio;
  • dedizione.

Il loro metodo era il quello “scientifico” basato sulla raccolta e l’archiviazione delle prove, nonostante non fossero ancora pratici nell’esame di impronte digitali, perizie grafologiche, balistica e cose simili, ma come per Sherlock Holmes:

“Escluso l’impossibile, ciò che rimane, anche se improbabile, è la verità”.

L’approccio alle indagini doveva essere l’opposto di quello utilizzato dal detective privato del passato, che distorceva i fatti per dimostrare la colpevolezza del criminale: l’agente del Bureau doveva immedesimarsi nell’indagato e tentare in ogni modo di provare la forza di resistenza del suo alibi.

Chi uccise Anna Brown? Chi era il terzo uomo visto con lei e Bryan Burkart il giorno in cui venne uccisa? Davvero i medici Shoun non trovarono nessun proiettile nel cranio di Anna? Qual era il vero ruolo del detective Pyke, assunto da William Hale? Chi gettò l’avvocato Vaughan dal treno in corsa, dopo averlo ucciso? Cosa scoprì Bill Smith nelle sue indagini private? e, soprattutto, cosa disse ai medici prima di morire?

Come accennato in precedenza, lo svolgimento delle indagini, e la risposta a molte di queste domande (che ne porranno man mano di nuove), permettono a Grann di continuare a svelare il grado allucinante di corruzione, prepotenza, violenza, malvagità che permeava la società  e i crimini che venivano perpetrati, quasi alla luce del sole, a danno degli osage.

L’Amministrizione era implicata a tutti i livelli in quello che era uno sterminio sistematico: su tutti Hale, il “Re delle Osage Hills”, a seguire Mathis, il patrono della Big Hills Trading Co. (che offriva anche il servizio di pompe funebri), gli onnipresenti medici Shoun, persino Giudici che in cambio della loro elezione “promettevano ottimi posti da amministratori di beni” degli osage, sindaci e sceriffi delle vicine città, compagnie di assicurazioni compiacenti, per non parlare dei vecchi Rangers e investigatori corrotti…

Quello che faceva capo a William K. Hale era solo uno dei piani per lo sterminio sistematico degli osage; altri banchieri e petrolieri fecero la stessa cosa in modo autonomo.

In occasione della morte di Rita Smith, uno dei medici, i fratelli Shoun, divenne, non certo casualmente o per merito, il curatore del patrimonio di Rita “per far sì che venissero rispettate le sue ultime volontà”.

In realtà quella del curatore dell’eredità era una delle posizioni più ambite per l’alto tasso di corruzione che generava, proprio perché si poteva facilmente disporre dei lasciti ereditari e quindi di ciò che era più ambito: le concessioni petrolifere sullo sfruttamento della riserva, e inoltre i terreni e i beni di lusso. 

Spesso, quando i loro parenti osage erano in fin di vita, gli indiani “nominavano” uomini bianchi tutori e curatori dei beni, con i risultati che possiamo immaginare.

Per altri dettagli sulle indagini si rimanda alla lettura del saggio, lettura vivamente consigliata e imprescindibile per comprendere il contesto storico.

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IL FILM

Nel 2016, Eric Roth (premio Oscar per la migliore sceneggiatura non originale per “Forrest Gump” di Robert Zemeckis, e sceneggiatore anche di “Alì”, Michael Mann, 2001 – “Munich”, Spielberg, 2005 – “The Good Shepherd”, Robert De Niro, 2006 – “Il curioso caso di Benjamin Button”, David Fincher, 2008 – “A Star is Born”, Bradley Cooper, 2018 – “Dune”, Denis Villeneuve, 2021), penna evidentemente dotata di tanto stile quanto, allo stesso tempo, di estrema sensibilità e delicatezza, nonché di passione per le spy-story e per i drammi personali a sfondo sociale, iniziò a lavorare, e poi proseguì insieme allo stesso Scorsese, all’adattamento del saggio del giornalista americano David Grann, intitolato “Killers of the Flower Moon: The Osage Murders and the Birth of the FBI”, incentrato sugli assassini e sulle morti misteriose dei nativi osage in Oklahoma e la seguente indagine della futura F.B.I.

Si dice che Roth e Scorsese, dal saggio sopra richiamato, avessero tratto la sceneggiatura di un film poliziesco, che DiCaprio fosse stato scritturato per la parte di Tom White (poi andata a Plemons), ma che l’attore, e produttore esecutivo, avesse voluto riscrivere la sceneggiatura cambiando il punto di vista, da quello dell’investigatore a quello di Ernest Burkhart, nipote di William K. Hale.

Scorsese, con l’apporto decisivo di Leonardo DiCaprio, propone un film da vedere al cinema, rivolto al grande pubblico, che è più di una storia “crime”, che è un qualcosa di totalmente diverso e molto più importante: è un monumento alla memoria, che, come il saggio, mira all’informazione, alla crescita personale e alla formazione di una coscienza collettiva, non al mero e facile intrattenimento.

Forse, invece di criticare il regista, dovremmo cercare di capire il perché di alcune delle scelte effettuate e accettare il fatto che, con la sua carriera alle spalle, le opinioni di Scorsese, espresse sia con le parole che con i fatti, ovvero tramite il suo Cinema, costituiscano una eredità cinematografica e non solo, da non sottovalutare, o sminuire nel goffo tentativo di banalizzarla.

DI SEGUITO ALCUNE MIE RIFLESSIONI PERSONALI SUL FILM.

Jesse Plemons nei panni di Tom White

Da un punto di vista narrativo, realizzare un poliziesco, seguendo le indagini di Tom White e mostrando “anche” gli indiani come vittime, avrebbe funzionato rendendo il film più “veloce” e avvincente per lo spettatore: ma non avrebbe ottenuto lo stesso risultato in termini di comprensione della posizione degli osage, anzi, sarebbe stato molto simile come struttura a “Gli Intoccabili” di De Palma, ma con gli indiani come vittima, sullo sfondo. O, peggio, sarebbe stato solo l’ennesimo buon film investigativo.

Lily Gladstone nei panni di Mollie Burkhart

Un’altra opzione era quella di seguire la storia dal punto di vista di Mollie, ma probabilmente avrebbe portato ad uno stacco netto con le scene riguardanti i dialoghi di Hale e Burkhart con tutti i malvagi protagonisti di questa oscura vicenda: si sarebbe persa proprio l’ambiguità di Henry Burkhart.

L’attrice che interpreta Mollie è Lily Gladstone, nativa americana, e offre una interpretazione formidabile nella sua apparente staticità e immobilità.

I suoi occhi e i suoi sguardi dicono tutto: dicono che sapeva tutto sin dal principio ma non poteva fare niente, perché la congiura era di proporzioni spaventose. Gli occhi di Lily Gladstone comunicano tutto ciò: non immobilità, bensì “imperturbabilità”, anche se solo apparente; allo stesso tempo sicurezza e rassegnazione, ma anche volontà e coscienza di dover reagire, in ogni modo.

Il personaggio di Mollie sarebbe stato paradossalmente un porto troppo sicuro per lo scopo di questa narrazione, ovvero la condanna di una intera società colonizzatrice, poiché la donna viene presentata come una “Viaggiatrice delle Nebbie”: i Viaggiatori delle Nebbie erano coloro i quali, nei periodi bui, avevano il compito di prendere per mano la tribù e orientarla verso la luce. Lei stessa è la “donna condannata” del primo capitolo del saggio.

William Hale.

Robert De Niro nei panni di William K. Hale

“Come scrisse Shakespeare nel Giulio Cesare (atto II, scena I):

Dove troverai una caverna oscura abbastanza da mascherare il tuo viso mostruoso? Non cercarla, cospirazione; nascondilo sotto sorrisi e affabilità.”

Parole che non potrebbero essere più appropriate per Hale, e utili per descrivere l’interpretazione di un De Niro nuovamente gigantesco, dopo tanto tempo, nel rendere visibile il Male personificato. 

Non c’è un solo momento infatti, nemmeno nei dialoghi finali, nel confronto con il nipote in carcere, in cui il suo volto non sia sereno e rilassato; la maschera dell’ipocrisia, eppure si percepisce costantemente che la sua minaccia incombe su tutto e tutti.

L’inquadratura del gufo dentro casa è simbolica e allegorica, dato che per noi il gufo è simbolo di cultura o intelligenza, ma per gli indiani era la manifestazione di uno spirito maligno.

Seguire il suo punto di vista avrebbe significato dare forma ad un “gangster movie” a tutti gli effetti, certamente un film di condanna di un uomo ripugnante e perseguibile, ma un film che avrebbe catalizzato eccessivamente e quasi esclusivamente l’attenzione sulla figura del malvagio Hale, col rischio di incensare un genio del male.

Il suo piano era incredibilmente subdolo, diabolico e umanamente inqualificabile: mirava ad ottenere, ereditandole poiché non commerciabili, più concessioni petrolifere possibile, programmando gli omicidi degli osage in serie, in modo che l’ultimo ancora in vita ereditasse le concessioni degli altri a lui legati, fino a farle finire nelle proprie mani con un ultimo omicidio.

Persino l’attentato dinamitardo ai coniugi Smith, con l’inusuale metodo della dinamite, era programmato perché la concessione petrolifera di Rita andasse in eredità interamente a Mollie, mentre quest’ultima veniva lentamente avvelenata: ciò sarebbe accaduto solo nel caso di commorienza dei coniugi. Il fatto che Bill Smith sopravvisse 4 giorni rovinò parte del piano, poiché ereditò la sua parte, che poi passò ad un suo erede.

White era talmente incredulo di fronte alla scoperta che non riuscì mai a convincersi del fatto che, probabilmente, anche il matrimonio di Ernest Burkhart, e la sua progenie, venne programmato, con lo stesso obiettivo, da William Hale.

Fu Hale ad ordinare a Morris di sparare ad Anna Brown (la quale era forse incinta dello stesso Hale per una relazione clandestina risaputa).

Fu Hale a fare stipulare una polizza sulla vita all’indiano osage Henry Roan, ubriaco abituale, per 25.000 dollari; fu Hale a raccomandare ai medici Shoun l’indiano Roan, affinché un ubriaco abituale potesse essere assicurato con il loro avallo; fu Hale stesso a dimostrare di dover essere beneficiario della polizza poiché il suo credito nei confronti dell’indiano ammontava a 25.000 dollari, cifra da lui stesso falsificata, e fu, infine, lo stesso Hale a ordinare il suo assassinio: non per ottenere la polizza, ormai formalmente equivalente al credito, ma per intascare, come eredità sulla quale rifarsi, la sua concessione petrolifera.

Fu Hale ad ordinare ai medici di nascondere prove e referti in favore dei nipoti Burkhart.

Fu Hale ad ordinare “il lavoro”, organizzato da Burkhart ed eseguito da Asa Kirby, ai danni dei coniugi Smith in sua assenza.

Fu Hale ad ingaggiare il Detective Pyke per indagare sugli assassini, ordinandogli sottobanco di “dare forma a un alibi per i Burkhart” e fare in pratica controspionaggio.

Fu Hale a fare una soffiata ad un gioielliere per una rapina che si sarebbe svolta a suo carico; fu Hale ad appostarsi e a sparare al malvivente, che era Asa Kirby, il bombarolo dell’attentato a casa Smith.

Fu Hale a dare fuoco ai suoi stessi pascoli per simulare una vendetta e intascare denaro dall’assicurazione.

Fu sempre Hale ad assicurarsi che i medici Shoun non diffondessero nessuna dichiarazione in punto di morte di Bill Smith, la quale tempo dopo comunque venne rivelata:

“Io ho solo due nemici: William K. Hale ed Ernest Burkhart”.

I discendenti di Mollie Burkhart, dei quali David Gramm ha raccolto la testimonianza tagliarono le foto collettive dicendo che nella parte mancante “c’era il Diavolo”.

La nipote di Mollie Burkhart, figlia del figlio di Henry, soprannominato “Cow-Boy”, racconta di come suo padre odiasse Henry al punto che nel 1986, anno della morte di Henry Burkhart, ne distrusse l’urna con le ceneri.

La motivazione è la seguente: la notte dell’attentato a casa degli Smith, Mollie, il figlio “Cow-Boy” e la figlia dovevano essere a dormire dalla zia Rita e Bill Smith, ma non ci andarono a causa di un forte mal d’orecchi di “CowBoy.”

Ernest Burkhart venne processato e condannato come organizzatore dell’attentato ai coniugi Smith, la cui casa venne disintegrata da una bomba.

Pertanto Ernest, suo padre, aveva tentato di ucciderlo, fingendo poi di essere allarmato per l’esplosione.

Ernest Burkhart. 

“Il marito, Ernest Burkhart, un bianco di ventotto anni, si era arricchito con lei. Burkhart aveva il fascino di una comparsa in un film western: capelli castani corti, occhi azzurri, mento pronunciato. Solo il naso ne disturbava l’aspetto: sembrava avesse preso un paio di pugni nel corso di una rissa. Cresciuto in Texas, figlio di un povero coltivatore di cotone, era rimasto affascinato dai racconti sulle Osage Hills, le ultime vestigia della frontiera americana dove si diceva vagassero ancora cowboy e indiani. Nel 1912, all’età di diciannove anni, partì con un fagotto, proprio come Huck Finn, e andò a vivere con lo zio, William K. Hale, un dispotico mandriano di Fairfax. «Non era il tipo che ti chiedeva di fare qualcosa: te lo diceva e basta» disse una volta Ernest a proposito di Hale, che per lui divenne un secondo padre. Sebbene facesse più che altro commissioni per lo zio, talvolta Ernest lavorava come autista. Ed è così che conobbe Mollie, facendole da chauffeur.”

Leonardo DiCaprio nei panni di Ernest Burkhart

E, infine, c’è lui, Leonardo DiCaprio, che decide, consiglia, dirige e organizza in qualità di produttore esecutivo, litiga con De Niro e Scorsese per difendere la sua visione della storia, e regala una delle sue migliori interpretazioni, forse la migliore dai tempi del Lupo di Wall Street, dimostrando di essere oggi un attore a tutto tondo, e di poter stare a pieno diritto tra i più grandi.

Una interpretazione volutamente spinta, a volte eccessiva, a volte improvvisata (per me sicuramente nello sfogo in camera con la moglie quando le fa addirittura il verso degli indiani alla carica), sempre volutamente caricaturale, che ricorda tanto Marlon Brando, con tanto di protesi, ne “ Il Padrino”; capace di mostrare fino all’ultimo l’ambiguità del personaggio, sicuramente colpevole, ma più succube dello zio, Ernest Burkhart sarà l’unico a permettere, con la sua confessione, la svolta nelle indagini che porteranno anche alla condanna di Hale nel processo per l’omicidio di Anna Brown.

Brendan Fraser nei panni dell’avvocato W.S. Hamilton. 

Ottima anche la prestazione di Brendan Fraser, fresco dell’Oscar per “The Whale” che interpreta la ricercata parodia di un avvocato, in un ruolo dal minutaggio troppo breve.

MA PERCHÉ SEGUIRE LA STORIA DAL PUNTO DI VISTA DI ERNEST BURKHART?

Ho cercato di darmi delle risposte, e alla fine ritengo ci siano più motivazioni e di differente natura.

Il soggetto di David Grann non è un romanzo ma un saggio storico, sociologico, filantropico, e, anche dopo l’entrata in scena di Tom White, continua ad esserlo in ogni sua parte, essendo solo travestito da detective story; pretesto col quale l’autore passa a descrivere, dopo essersi dedicato alla tribù degli osage (nella prima cronaca), la nascita dell’F.B.I. in contrapposizione alla precedente amministrazione della giustizia.

Rendere centrale il personaggio di White avrebbe significato travisare la portata di un simile saggio: dimostrare la colpevolezza di una persona come mandante non basta a rendere l’idea di una collettività corrotta a tutti i livelli, colpevole dello sterminio organizzato di un popolo abbandonato dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto proteggerlo.

Seguire Ernest Burkhart, permette al regista di spostare a piacimento il punto di vista talvolta più vicino agli indiani, come sua moglie Mollie, e talvolta vicino agli oppressori, come Hale e tutti gli altri loschi figuri coinvolti, cambiando sempre genere del film dal noir al gangster movie, e ritornando poi al dramma storico, personale e sociale, ma senza mai abbandonare il coinvolgimento diretto dello spettatore che vede gli eventi attraverso il suo sguardo, pur se distorti. In realtà ciò accade per i primi quaranta minuti del film, o poco più, perché per la parte rimanente il film è dichiaratamente un “giallo dal mistero svelato”, che descrive una tragica storia di “amicizia tradita”, come la definisce Scorsese.

Ma la motivazione più convincente, a mio avviso, è la seguente: in verità Ernest Burkhart è un “signor nessuno” qualsiasi, esponente di quella classe sociale priva di moralità e di scrupoli, disposta a tutto per avidità.

Hale era solo uno dei grandi manovratori all’interno di una società che in quegli anni sviluppò una preoccupante “cultura dell’omicidio” degli Osage, come riportato da Grann: nel primo processo per omicidio intentato a Hale, si dice che nella società a lui vicina si fossero chiesti se sarebbe dovuto essere un processo per “omicidio” a tutti gli effetti oppure qualcosa di più simile ad un processo per “crudeltà verso gli animali”.

Sicuramente Ernest è un malvagio manipolato dallo zio, del quale però non sappiamo fino a che punto sapesse o capisse i piani: esemplare la risposta alla domanda della moglie sul farmaco che lui le somministrava, dalla quale non si capisce se lui non si rendesse veramente conto di avvelenarla lentamente, non volesse vedere i fatti che avvenivano anche in casa sua, o volesse nascondere ancora parte della verità per paura dello zio, più che della legge.

La sua condanna diventa quella di un’intera società colonizzatrice, ottusa, malvagia, avida, ignorante e opprimente.

Burkhart è un manovrato e un manovratore, ma sempre per conto di altri, è la caricatura di sé stesso (resa magistralmente dal volto di un DiCaprio più che mai “ingrugnito”), è una pedina in uno scacchiere molto al di sopra della sua portata: seguendo lui il regista/autore annulla il punto di vista e ci consegna, mettendoci nel finale letteralmente la faccia, la cronaca dell’epopea di una tribù e il declino programmato della loro civiltà, una pagina di Storia, un dramma familiare, un testamento sulla presa di coscienza americana, e, senza dubbio, un imperituro monumento alla Memoria.

L’ULTIMA INQUADRATURA.

I’N-LON-SCHKA.

“Al suono dei tamburi e dei canti, i danzatori cominciavano a camminare in senso antiorario per commemorare la rotazione della Terra, battendo i piedi sul terreno soffice e facendo suonare i campanelli. Man mano che i tamburi e i canti corali si facevano più intensi, i danzatori si accucciavano un poco e procedevano più rapidamente, muovendosi all’unisono e con precisione. Un uomo scuoteva la testa mentre un altro sbatteva le braccia come un’aquila. Altri mimavano i gesti della caccia e dell’esplorazione. In passato alle donne non era consentito danzare in occasione di questi eventi, mentre oggi vi partecipano. Erano vestite con camicette, gonne di tessuto spesso e cinture intrecciate a mano e formavano un cerchio più lento e solenne intorno ai danzatori maschi, tenendo il busto e la testa dritti mentre andavano su e giù a ogni passo.”

Grann, David. Gli assassini della Terra Rossa (Italian Edition) (p.291). Corbaccio. Edizione del Kindle (Saggio consigliatissimo a chiunque voglia approfondire, a mio parere imperdibile).

L’ultimissima inquadratura chiude il film su una cerimonia tribale osage di oggi, così come era iniziato, mostrando un rito osage di un tempo passato.

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Mollie divenne cittadina americana, “dichiarata competente” (cosa che permetteva di poter spendere il patrimonio senza un tutore), si risposò, e morì in seguito di morte non sospetta: diabete.

William Hale non accettò mai di ammettere le proprie responsabilità: venne condannato a scontare la sua pena proprio nel carcere gestito da Tom White e, solo grazie ad un suo ordine, alla sua etica di ferro, non venne mai toccato né dai detenuti né dalle guardie carcerarie: continuò a dire di essere l’amico sincero degli osage e a tesserne le lodi. Ma fu bandito dall’Oklahoma.

Hernest Burkhart, terminato di scontare la pena, chiese la grazia e ottenne di poter tornare in Oklahoma nella terra degli osage: solo grazie alle sue confessioni le indagini arrivarono ad un risultato concreto; morì nel 1986. Leggendo questa data, di colpo, i circa 100 anni che ci separano dal “Regno del Terrore Osage”, già troppo pochi, non sebrano più così tanti.

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La colonna sonora è l’ultima del musicista e amico di Scorsese Robbie Robertson, recentemente scomparso: una colonna sonora che spazia dal blues al jazz, con una traccia di percussioni sottostante che tiene sempre viva l’attenzione e crea una sorta di ansia costante: si manifesta apertamente pochissime volte in tutta la bellezza dei suoni delle chitarre folk e di quelle elettriche (quasi a sottolineare un’era di transizione): una di queste è la danza sotto il pozzo di petrolio, tra le prime scene del film.

La fotografia è del tre volte candidato all’Oscar Rodrigo Prieto, collaboratore assiduo del regista.

Il montaggio è della inseparabile collaboratrice di Scorsese, Thelma Schoonmaker (tre volte premio Oscar), e presenta un solo “difetto” evidente: il film dura troppo poco. 

Le riprese sono state effettuate in accordo con i nativi (anche attori nel film con parti in lingua sioux) in Oklahoma, nella Nazione Osage, nelle città di Pawhska, Fairfax, Gray Horse e nei territori limitrofi.

Anche le riprese degli omicidi sono state girate nei luoghi in cui questi avvennero nella realtà, seguendo lo stile del reportage giornalistico.

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All’età di 80 anni, Martin Scorsese gira film che hanno il sapore amaro di un testamento cinematografico oggi incompreso: quest’ultimo film è una perla di un cinema classico che sembra sempre più “in via di estinzione”, e il giorno in cui non ci sarà più lo rimpiangeremo.

La terza parte del saggio è sul lavoro del giornalista, quello serio, competente, professionale e preparato: quello vero, insomma, non l’opinionista tv dell’immaginario collettivo odierno.

Anche questa parte in un certo modo è tradotta nel film, nella misura in cui il regista voglia dimostrare che cosa significhi essere un autore che, ormai libero da tanti condizionamenti, vuole fare cinema non solo per passione, ma per il dovere morale di comunicare qualcosa di importante, con l’esortazione “a non dimenticare”: l’arte ha spesso, o dovrebbe avere, come il giornalismo serio o la letteratura, il valore di denuncia di quanto accaduto e di monito affinché gli scempi del passato non vengano mai più commessi.

Purtroppo, nonostante le superficiali critiche che oggi sta ricevendo a livello personale, un giorno si spera molto lontano, Scorsese, schernito da troppi per i suoi moniti odierni inerenti alla sua forma d’arte prediletta, mancherà al cinema come un Viaggiatore delle Nebbie.

                                                                       Giuseppe Bonaccorsi  

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