di Girolamo Di Noto

Nel cinema di Michael Mann c’è sempre una forza visiva, un’apertura di sguardo che non fa che immergere le sue opere in un umanesimo malinconico. Cantore dell’uomo solo e infelice, il regista non può che dedicargli uno sguardo indagatore, alla ricerca degli invisibili moti dell’anima, delle debolezze e soprattutto delle scelte che, prima o poi, deve operare nella sua vita.
La storia di Jeffrey Wigand (Russell Crowe), ricercatore licenziato da una multinazionale del tabacco, che decide di rivelare al giornalista Lowell Bergman (Al Pacino) che nelle sigarette vengono aggiunti composti chimici come l’ammoniaca che creano dipendenza, è l’esempio di una scelta morale, una decisione coraggiosa che parte dal presupposto, più volte ribadito nel film, che “un intelligente uomo d’affari dev’essere anche un uomo di scienza”.

Wigand non può abdicare alla propria deontologia: la sua moralità di scienziato non può tollerare più quello che vede e sa, anche a costo di buttare per aria carriera, famiglia, salute, sicurezza personale.
Traendo ispirazione dall’articolo L’uomo che sapeva troppo, pubblicato su Vanity Fair, in cui si parla della vera vicenda di Jeffrey Wigand, il biochimico impegnato nella sensibilizzazione dei problemi di salute legati al fumo, Mann mette a frutto il suo straordinario talento visivo per ricostruire il più scandaloso caso di condotta aziendale illecita nella storia degli Stati Uniti, che, se ha dato il via ad un’imponente campagna americana contro il fumo, costringendo le multinazionali a pagare i danni ai malati di cancro, ha altrettanto evidentemente mostrato il fallimento degli ideali, l’inutilità dei sacrifici, il potere del denaro che compra tutto, giustizia, opinione pubblica, vita.

È dettagliata la riflessione sul potere dei media, in questo caso dell’informazione televisiva, che catalizza gli sguardi, manipola le notizie, taglia e incolla servizi e interviste a discapito della verità.
Wigand e Bergman, da questo punto di vista, sono dei piccoli David che lottano contro grandi Golia: le loro azioni si battono per la verità, sono vestite di etica, senso del dovere e Mann racconta le vite di questi due uomini destinate a incrociarsi con la capacità di saper scavare nelle loro solitudini, nella loro interiorità. Si interroga sul nulla che sottende il loro operato e se è vero che alla fine l’intervista rilasciata alla Cbs da Wigand, prima bloccata, poi tagliata, finalmente va in onda, resta forte in questi due personaggi una presa di coscienza dolorosa che invita a riflettere sul fatto che alla fine più o meno in questa sporca faccenda perdono tutti.

Wigand toccherà con mano gli inganni del benessere quando vedrà sfuggirsi lo stipendio, l’assicurazione medica per la figlia asmatica, la casa con giardino, la famiglia, la propria posizione sociale,mentre Bergman avrà a che fare con la fine dell’illusione di portare avanti le utopie di obiettività dell’informazione, dovrà compiere profonde riflessioni sulla sua professione, sotto controllo di forze economiche e di poteri occulti, arrivando ad affermare “la libertà di stampa è per chi possiede la stampa”.

I due protagonisti sono idealisti senza macchia e senza paura, sembrano incarnare il cavaliere intabarrato del quadro della casa di Wigand, che sprona il suo cavallo su una strada solitaria, tra il bosco e il mare. Vale proprio la pena quello che stanno facendo?
Mann è straordinario nel raccontare il tormento interiore dei due personaggi, impegnati ad intraprendere una lotta impari che metterà alla prova la loro dignità di esseri umani. Per Wigand il luogo del conflitto è soprattutto con la propria coscienza: nonostante il peso di fortissime pressioni, trova comunque la forza di reagire e affermando: “Al diavolo, andiamo in tribunale”, scaglia l’offensiva decisiva, non si arrende, così come Bergman è pervaso dal senso del segugio, bracca la verità perché “è incazzato e curioso”, pur ritrovandosi con le mani legate quando dall’interno dello stesso network gli oppongono resistenza.

Portando avanti l’idea di un cinema civile o di inchiesta che ha avuto i suoi modelli in Pollack, Pakula, Costa Gravas, per non parlare di film come L’ultima minaccia di Brooks o L’asso nella manica di Wilder, Mann mette chiaramente in luce che i veri terroristi non sono tanto i guerriglieri fondamentalisti libanesi ripresi all’inizio del film, intenti a rilasciare un’intervista per il programma Cbs 60 minutes, ma le industrie del tabacco e dell’informazione dedite entrambe a sistemi criminosi come il frugare nella vita di un comune cittadino potenzialmente nocivo per i loro interessi, entrambe spudorate nel non dire la verità, l’una tagliando i concetti importanti, l’altra giurando il falso davanti al Congresso sostenendo “che la nicotina non dà assuefazione”.

Foucault, nel suo saggio Discorso e verità, che raccoglie sei lezioni, tenute dal filosofo presso l’Università di Berkeley, alla fine del 1983, metteva in risalto la verità nella forma greca della parresia, che equivale “all’essere franco”, “al parlare chiaro”, “al dire tutto”. L’atteggiamento di Wigand richiama alla mente questo concetto di verità, sia perché appartiene a quella categoria di persone la cui verità è garantita dal possesso certo di qualità morali, sia perché in lui è sottolineato più di ogni altro il principio secondo cui la parresia si lega al pericolo. “Quando il filosofo – scrive Foucault – si rivolge ad un sovrano e gli dice che la sua tirannia è pericolosa e spiacevole, in questo caso il filosofo dice la verità perché corre un rischio”.

Wigand, mettendo a nudo segreti e misteri, mette a repentaglio la sua vita, potrebbe vivere tranquillamente insegnando chimica in una scuola, ma violando l’accordo di riservatezza che lo lega all’azienda, non fa che esaltare la moralità della sua persona, la sua qualità individuale, il suo mettersi in gioco fino in fondo a costituirsi come garanzia di verità.

Rispetto all’industria del tabacco che sacrifica la salute pubblica alle leggi del profitto, di fronte a giornalisti televisivi narcisisti e megalomani che più che la verità amano l’ego e l’audience, Bergman e Wigand offrono invece un ritratto di persone integerrime e di grande dignità, che perseguono ossessivamente un ideale, uomini d’altri tempi, che non si arrendono alle leggi del presente, ma che rivolgono il loro sguardo al passato. Mann li raffigura spesso pensierosi, che attraversano corridoi fiocamente illuminati, ombre sfocate, perse in stanze vuote. Lì ritrae impegnati in scene forsennate e in sequenze lente, uomini la cui interiorità, grazie alle recitazioni appassionate e sofferte dei due attori, si fa azione visiva, mettendo in luce un impegno etico che è lo stesso che condivide il regista, fautore di un “cinema antropomorfico”, caratterizzato da “storie di uomini vivi nelle cose”, attori per i quali “senti la loro stessa vita passare attraverso la lente”.

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