di Girolamo Di Noto
” Su questa terra ci stai una volta sola e per tutto il tempo che ci stai, devi starci bene “

Se c’è un regista che fa della bellezza la conditio sine qua non per la sua arte questo è sicuramente Terrence Malick. Cantore dei grandi spazi e straordinario artefice di un cinema introspettivo fatto di silenzi, paesaggi di infinita bellezza e di personaggi in preda di un’angoscia esistenziale, Malick ha dato vita ad un universo cinematografico raffinato dal punto di vista visivo, pregno di significati, continue domande sul senso della vita, mettendo sempre in primo piano la bellezza imperturbabile e indifferente della natura come palcoscenico delle passioni e delle paure umane.

Tralasciando le ultime opere che sono state condizionate dalle sirene New Age, uno dei film più belli del regista è senz’altro I giorni del cielo, opera seconda dopo l’esordio folgorante de La rabbia giovane, un’altra storia di “amorale sopravvivenza”.

Chicago 1916: Bill (Richard Gere), un operaio ricercato per omicidio, l’amante Abby (Brooke Adams), che lui presenta come sorella, e la sorellina Linda (Linda Manz), che fa da narratrice della storia, lasciano la città per trovare lavoro in campagna. Dopo un lungo viaggio saranno assunti come braccianti agricoli in una vasta piantagione di grano in Texas. Il lavoro è faticoso, eppure tra la natura splendida e indifferente, i tre vivono un’invidiabile armonia di affetti. Per poco. Il proprietario s’innamora di Abby e la chiede in sposa. Sobillata da Bill, che vede i vantaggi della situazione, la ragazza accetta: ma il mėnage a tre avrà esiti tragici e impensati.

Premiato con l’Oscar per la migliore fotografia ( Almendros ), il film di Malick è apparentemente un melodramma amoroso, in realtà nelle mani del regista la storia diventa una profonda riflessione sul rapporto tra l’uomo e la natura, sul tentativo da parte dell’uomo di cercare di modellare la natura a sua immagine, di perdersi dentro la sua bellezza per sempre. La felicità, sembra dirci il regista, è raggiungibile solo perdendosi nei grandi spazi, vivendo a stretto contatto con la natura.

Se ne La rabbia giovane i personaggi si sentono liberi solo quando sono fuori dal mondo civile, se ne La sottile linea rossa i soldati possono trovare pace solo dentro paesaggi incantati o giocando con una farfalla, ne I giorni del cielo i protagonisti trovano nella natura un iniziale rifugio. A differenza di Kit e Holly, Bill e Abby si illudono di vivere ” i giorni del cielo “, ovvero quelli in cui ogni uomo cerca di migliorare la propria condizione, in cui si batte per raggiungere un approdo ideale, in cui immagina di ampliare i propri orizzonti, per poi capitolare nella consapevolezza che tutto resta un incanto momentaneo, che svanisce e ha la durata di un meraviglioso crepuscolo.

Bill, Abby e Linda si avventurano con la libertà di Huckleberry Finn, sono sempre alla ricerca del nuovo, ” in cerca di avventure ” dirà la voce fuori campo di Linda: tre anime dannate che portano avanti le loro esistenze vissute, come direbbe Heidegger, come ” inautentiche ” nella cornice rurale del paesaggio texano, alla ricerca di un cielo perfetto e lontano.

A Malick non interessa tanto raccontare una storia, ma ciò che preme a lui è sottolineare gli equilibri di forza tra i personaggi, i singoli fotogrammi di forte richiamo pittorico, Hopper in primis, i frammenti di immagini pregne di straordinario spessore psicologico, gli intermezzi dedicati alla descrizione di albe e tramonti, dentro cui lo spettatore sembra percepisca persino i profumi, ma anche segnali di premonizione perché Malick sa scrutare con occhio affascinato la natura abbagliante, senza però tralasciare la violenza sempre incombente, l’impossibilità da parte dell’uomo di controllare il Caso: il primo piano di una locusta diventa quindi tragico presagio di un’invasione dai richiami biblici, così come le ombre nel gazebo dei due amanti e la lontana percezione di una loro carezza infonderà nel proprietario un terribile dubbio che darà poi vita alla caduta metaforica dal cielo, al crollo dell’idillio, alla presa di coscienza che l’apparente felicità non è che un vano fuoco destinato a spegnersi.

Malick narra di solitudini, amori, tradimenti, fatica del lavoro, disillusione con uno stile che lascia meravigliati, inserendo pochi dialoghi e molti dettagli, come nella scena della notte d’amore tra Bill e Abby, in cui viene ripreso un bicchiere di cristallo appoggiato sul fondo del fiume e un pesce, come incuriosito, che gli gira intorno: una sequenza che allude alla fragilità del loro rapporto, un bicchiere sommerso che è, come è stato sottolineato dal critico Andrea Fornasiero, ” come gli stessi giorni del cielo, qualcosa di posseduto, forse, per un istante e poi perduto per sempre “.

I giorni del cielo è un film sul desiderio d’amore e sull’attesa. Tutte le vite si snodano in attesa che accada qualcosa: ci sono gli operai che aspettano il ruotare delle stagioni, c’è il proprietario che vive per incontrare l’amore, c’è l’attesa di una morte annunciata che non arriva mai, c’è il desiderio di trascendere l’esistenza, di staccarsi dalla dimensione anonima, c’è quella tensione spirituale che nasce dall’umano e si proietta nel cosmo che è ancora meglio evidenziata dalla fotografia eterea di Almendros e dalla musica celestiale di Morricone.

Nessuno è in grado di filmare la natura con profondità e sensibilità come Malick, una natura che dà e toglie, che ha una funzione etica e religiosa e che è rappresentata simbolicamente dai suoi quattro elementi: il fuoco, le cui fiamme della fonderia anticipano l’incendio del campo di grano, l’acqua associata sia al piacere che alla morte, la terra, fertile e feconda, ma anche arsa e bruciata, infine l’aria rappresentata dal cielo, esempio di bellezza quando accoglie un uccello alzato in volo, portatore di sciagure quando da esso piovono locuste pronte a distruggere tutto.

I giorni del cielo resta ancora oggi un’opera che non somiglia a nessun’altra, un film unico ed emozionante che lascia la storia sullo sfondo per esaltare la centralità delle immagini, che ritrae l’uomo con tutte le sue debolezze e i suoi desideri, uno straordinario affresco sui moti dell’anima, raccontato da un regista schivo e riservato, fautore di un cinema di lirica contemplazione e di sublime bellezza.

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