La rabbia giovane (Badlands), di Terrence Malick (1973)

di Girolamo di Noto

Da sempre il cinema ha rappresentato la tentazione di evadere, di fuggire da un mondo che ci sta troppo stretto, che ci opprime. Ci sono film, soprattutto americani, con sequenze di viaggi memorabili che hanno catturato l’occhio dello spettatore, immagini dove compaiono immense distese di terre piatte e polverose che si srotolano all’infinito, proiettate verso l’ignoto. Uno dei più suggestivi film che appartengono a questo genere è di certo Badlands (La rabbia giovane), tra i capolavori assoluti del cinema contemporaneo americano, del regista Terrence Malick. Mai un esordio è stato così clamoroso e autorevole come quello del regista canadese.

La storia di Kit e Holly (interpretata da Martin Sheen e Sissy Spacek), due giovani innamorati che fuggono da un mondo privo di prospettive, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue, non sarà di certo originale, ma il modo tutto introspettivo con cui viene raccontata, la maniera sublime con cui questa vicenda viene incorniciata dentro una natura ostile, splendida e indifferente, fanno di questo film un esempio di poesia visiva di rara bellezza, un’opera prima struggente e indimenticabile.

Regista schivo e controcorrente, da sempre lontano dallo star-system hollywoodiano, Malick, nonostante abbia girato una decina di film nell’arco di cinquant’anni di carriera, è considerato uno dei più grandi registi visionari del ‘900, i cui film, come scrisse il critico Rogert Ebert, “non sono mai meno che capolavori “. Considerato il Salinger del cinema, il regista ha concesso pochissime interviste, come Kubrick ha messo in atto un perfezionismo maniacale che gli ha permesso di produrre opere raffinate, pregne di significati.

Pur essendo ispirato ad una storia vera, la vicenda del serial killer Charles Starkwheater e della giovane Caril Ann Fugate, Badlands è un film senza tempo, simile ad una fiaba, un road-movie introspettivo in cui ad emergere principalmente sono la solitudine dei protagonisti, il loro essere disadattati in un mondo ostile, denso di bellezza ma estraneo. Il titolo italiano è fuorviante perché indirizza il senso del film sul sentimento della rabbia giovanile. In realtà non esiste rabbia o furore nei gesti compiuti da Kit. Due giovani, quindici anni lei, venticinque lui, fuggono da tutto e mettono a soqquadro ogni cosa. La candida voce off di lei ricorda i fatti accaduti. Senza enfasi. Lui è un disadattato che si atteggia a James Dean, sfiora la schizofrenia, segue i suoi impulsi omicidi con freddezza e noia inseriti in una forma di stanchezza che deriva, come direbbe Camus, ” dagli atti di una vita automatica “. Lei rappresenta la fuggevolezza di una stagione, l’adolescenza, che passa rapida come un’increspatura del cielo. Vive quasi in uno stato di trance e senza partecipazione emotiva, non si scompone più di tanto neanche quando il padre viene ucciso dal ragazzo, assiste agli omicidi con un misto di sbigottimento e indifferenza.

L’autentico significato sta nel titolo originale. Badlands. Terre ostili. Malick racconta la storia di queste due anime perdute concentrandosi soprattutto sugli spazi sterminati delle badlands, sulla natura spietata, diremmo leopardiana, indifferente ed estranea alle vicende umane. Il regista svuota la visione di una natura buona e diletta come quella raccontata da Whitman. In un paesaggio come quello del Sud Dakota, nelle sconfinate praterie del Montana ciò che emerge è il contrasto tra la bellezza della natura circostante e la violenza perpetrata dal protagonista. Campi totali si soffermano su paesaggi che tramontano, prati, boschi: immagini di abbagliante limpidezza si alternano a scene di violenza gratuita, crudele, inutile, deformata dall’estraneità emotiva di chi la compie e di chi vi assiste senza reagire. La violenza raccontata in questo film nasce dal disprezzo e si può disprezzare per due ragioni: o perché ci si sente superiori o perché non c’è nulla a questo mondo che meriti apprezzamento. Kit continua ad uccidere sotto gli occhi attoniti di Holly senza sapere perché, senza nessuna logica; non c’è da parte sua voglia di imporsi, non organizza ritorsioni, uccide con freddo distacco senza provare rimorso, emozione, pentimento. Il suo atteggiamento – uccidere senza sapere che cosa è il male – ricorda la stessa assenza di emozione e coinvolgimento di Alex ed Eric che sarà raccontata anni più tardi da Gus Van Sant in Elephant nella ricostruzione del massacro degli studenti della Columbine High School. Come i due giovani studenti non provano nulla nel guardare in tv documentari sul nazismo e restano indifferenti quando arriva la vettura delle consegne delle armi ordinate in Internet, così Kit e Holly si muovono come pupazzi privi di vita, apatici, annoiati, in fuga da tutto. L’indifferenza si annida sorniona nelle loro vite: Kit si pettina guardandosi nello specchietto retrovisore dell’auto, incurante di essere braccato dalla polizia, Holly parla di cosa vorrebbe mangiare dimenticandosi di un crimine appena avvenuto.

Nonostante l’età giovane, i due non trovano più appagamento, girano a vuoto, sono nomadi irrequieti e la voce off di Holly non fa che accentuare l’assenza di prospettive. È il film più duro e secco di Malick, eppure non significa che non conservi un certo tono lirico. Indimenticabile è la scena che vede i due ballare in piena notte e in piena solitudine accompagnati dalla voce di Nat King Cole alla luce dei fari della loro auto che rischiarano la notte. La fotografia superba, mozzafiato cattura maestose panoramiche e riflette in ogni momento il vuoto esistenziale dei due giovani.

Straordinarie le interpretazioni degli attori: per Sissy Spacek e Martin Sheen il film costituirà il loro trampolino di lancio, Warren Oates, il padre di Holly, leggendario antieroe di molti western crepuscolari di Peckinpah, qui è un gigante. Badlands è ancora oggi un’opera accattivante, fonte di ispirazione di generazioni di registi a venire ma anche di cantanti prestigiosi come Springsteen che dal film prese spunto per incidere la canzone Nebraska. Uno dei film più insoliti e preziosi del cinema americano, capolavoro indiscusso della settima arte.

2 risposte a "La rabbia giovane (Badlands), di Terrence Malick (1973)"

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  1. Bellissima recensione, Malick e’ un visionario. I giorni del cielo, forse ancora superiore a Badlands, che comunque e’ un capolavoro. Mi piacerebbe ribloggarlo se posso questa tua recensione. Ti auguro buon anno. Fritz.

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  2. Da ciò che hai scritto, ma soprattutto da come lo hai scritto, so già che questo sarà uno dei miei film preferiti, anche se non l’ho ancora visto. Grazie mille per le parole sublimi!

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