Enzo Jannacci. Vengo anch’io, di Giorgio Verdelli (Italia/2023)

di Girolamo Di Noto



Sono molte e variegate le possibilità di omaggiare un artista, ma quando si affronta una figura poliedrica e complessa come Enzo Jannacci, scriverne e parlarne diventa un’impresa.
Giorgio Verdelli, già regista affermato di “ritratti d’autore” di personaggi che hanno segnato l’universo musicale italiano degli ultimi anni, come Paolo Conte, Pino Daniele, Ezio Bosso, recuperando interviste e filmati di repertorio, ripercorre la carriera del cantautore milanese tra esibizioni, aneddoti divertenti, struggenti ricordi, mettendo in scena un’opera che va al di là della definizione riduttiva di documentario, ma diventa un ritratto appassionato di uno degli artisti più innovativi della canzone italiana.


Nel ritratto di Jannacci il regista è abile nel far emergere la figura di un uomo, come lo definì il figlio Paolo, “dalla semplicità disarmante ma con un’intelligenza terribilmente complicata”, un uomo a metà che racconta storie tragiche, comiche, surreali, diviso tra due anime indissolubili: il medico e il cantautore. Contesa tra la musa Euterpe e Ippocrate, la sua anima ha sempre mostrato un aspetto giocoso e serio, folle e squinternato, ma anche nella vita privata estremamente riservato o, come ha sottolineato Abatantuono, “difficile da frequentare, faticoso “.


Inafferrabile, complesso, arduo da etichettare, Jannacci aveva però una virtù che, a detta di tutti, balzava agli occhi e che in un certo senso univa, rendeva partecipi, il medico e il cantante, ovvero la sensibilità di chi si metteva con grande facilità alla pari di chi aveva di fronte. In un letto d’ospedale o in una strada di Milano Jannacci aveva a cuore la gente che soffriva, “quelli che stanno male, che devono arrangiarsi da soli”, le vite anonime vissute al bar o alla stazione, i barboni con le scarpe da tennis che rincorrono un bel sogno d’amore, “quelli senza una lira”, “quelli che non sanno dove andare e ci vanno lo stesso”.


Attraverso la ricostruzione delle testimonianze di chi ha condiviso con lui palcoscenico e vita reale, emerge l’Enzo che trasuda energia magica, che sa essere contagioso con la sua vena sarcastica, le frasi geniali, “perfetta mistura – come ha detto Paolo Conte – tra astrazione e realismo”.


Con grande capacità di racconto, Verdelli sa toccare le sfumature più complesse dell’artista, mettendo in guardia chi si fa troppe domande quando canta Jannacci  – magari riferendosi ad un verso come “bianca e rossa che pareva il tricolore”, ma anche invitando a riflettere sulla sorte di tanta gente emarginata che ha popolato le sue canzoni come l’Armando, il palo dell’Ortica o l’uomo di via Lomellina che piange senza freno “e niente chiedeva, e questo la gente non se lo aspettava”.


Toccante è il momento in cui in un filmato si vede Monica Vitti, emozionata, mentre lui suona al pianoforte Vincenzina e la fabbrica, uno degli omaggi più sentiti che l’artista ha dedicato all’umanità proletaria, così come all’opposto è divertente il ricordo di Abatantuono quando, per rimetterlo in sesto, il dottore gli iniettò punture di Campari, o esilarante è il ricordo di Guccini sulle telefonate con Enzo, “capivo poco perché si mangiava le parole”.


La parola, già. Ciò che ha reso grande Jannacci è stato l’uso molteplice della parola, pronunciata  in dialetto e in italiano, tra dizionario nazionale e la sensibilità della strada. Parola che avvolge, cattura, ti porta verso il non-sense, parole impazzite, schiaccianti, imbronciate, smorfia di dolore e ironia, parole come slogan, in libertà, che parlano piano, graffiano, che rifiutano la facile rima cuore-amore ma portano un modo nuovo di aggredire la realtà e soprattutto raccontano la vita allo stato puro, senza filtri.

Come ha scritto il figlio Paolo nel bellissimo libro fatto di racconti e dialoghi sul padre, Aspettando al semaforo, “la sua grandezza sta nel riassumere il senso della vita in un sorso di gazzosa”. Nei confronti di un mondo straniante e spietato Jannacci, da scheggia impazzita della musica italiana, con la sua voce bizzarra e di sofisticata grettezza, ha reagito con l’ironia, sia per denunciare le storture della società, sia per sdrammatizzare e trovare il contrappunto comico anche quando l’argomento è serio perché “nella tragedia c’è la retorica in agguato, allora svolto nella commedia”.

E allora “basta avere l’ombrela” per rendere bella la vita, basta poco per essere felici, “quando tace il water, quando ride un figlio, quando parla Gaber” e anche di fronte alla morte è riuscito sempre a piazzare la mossa giusta perché  – altro aspetto sottolineato da Verdelli  – Jannacci  “fa ridere e piangere con rapidità fulminea” come il condannato a morte di Sei minuti all’alba che rifiuta l’ultima sigaretta perché “non fuma prima di mangiare” o come quelli che ti spengono il cero alla Madonna che altri hanno acceso “perché hanno il nipote che sta morendo”.


Il compianto Beppe Viola, suo amico fraterno, disse di lui: “Quando lavoro con lui magari a livello di quantità faccio più io, nel senso che scrivo un maggior numero di parole, ma il tocco per andare in gol è suo. Mi spiego: lui è Rivera e io sono uno che corre”.


Un altro elemento importante che emerge nel documentario è il suo rapporto con Milano, che il regista sintetizza sin dalla prima inquadratura intervistando Vecchioni dentro un vecchio tram. Come Genova è associata a De Andrè così Milano non può non essere legata a Jannacci: la Milano più vera, quella popolare, quella del quartiere di Brera, Bianciardi e Arpino, diversa dai soliti cliché, non la Milano da bere ma quella dove Olmi girerà Il posto, popolata da personaggi umili e bizzarri.


Con un meticoloso lavoro di ricerca, Verdelli riesce a convogliare emozioni, ha il merito non semplice di inquadrare bene il personaggio, ci consegna momenti commoventi come l’inquadratura del figlio Paolo davanti al pianoforte del padre, aneddoti sorprendenti come quello che rivela la stima reciproca che c’era tra Jannacci e Vasco Rossi  e la scoperta che un pezzo generazionale come Siamo solo noi deve molto l’ispirazione a Quelli che…, per non parlare delle testimonianze di Cochi e Renato, Bisio, Conte, del rapporto con Gaber e Dario Fo e con il successo che è stato, come ha detto Paolo Rossi,  “una linea mediana tra altissimi e bassissimi”.


Forse se una cosa che si può rimproverare a Verdelli è quella di non aver tanto approfondito il rapporto tra Jannacci e il cinema, ma a sua difesa va anche detto, e questo viene ribadito anche in un’intervista, che il cantautore, pur avendo lavorato egregiamente con registi del calibro di Ferreri, Monicelli, Scola, non si era mai sentito a suo agio perché “troppi tempi lunghi di preparazione”, poco spazio all’improvvisazione e per questo aveva sempre preferito i teatri, i club, persino i Festival di Sanremo per far esplodere la sua creatività e il suo genio.


Enzo Jannacci. Vengo anch’io va assolutamente visto e ascoltato perché riflette la grazia e l’ironia di uno degli artisti più fantasiosi della tradizione italiana, strappa risate e qualche lacrima, perché esplora un mondo surreale e terribilmente vero, “una vita intera per rincorrere due o tre illusioni”. Oh yeh!

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