Angela, di Roberta Torre (2002)

di Bruno Ciccaglione

Dagli studi di filosofia, attraverso i quali immaginava di diventare psicanalista nella sua amata Milano, dopo aver studiato drammaturgia Roberta Torre frequenta la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti e poi tra i suoi insegnanti trova Ermanno Olmi. Dal grande regista imparerà soprattutto, come racconterà molti anni dopo, a lavorare con attori non professionisti (si pensi al capolavoro L’albero degli zoccoli), creando sul set un clima di grande tranquillità e rispetto per tutti.

La curiosità da antropologa, che poi sarà uno dei fari che la guiderà nelle scelte della sua carriera, la spinge a trasferirsi a Palermo all’inizio degli anni 90, dove si cimenta con il documentario (a questa tappa, che durerà quasi un decennio, ne seguiranno altre, prima a Roma e poi a Siena). La città siciliana negli anni ‘90, soprattutto in reazione alle stragi mafiose del 1992, sarà al centro di una ricca stagione di rinnovamento, di speranze e trasformazioni, così come di stimoli e di grande vivacità culturale (già dalla fine degli anni 80 si parlerà addirittura di “primavera palermitana”). Scoppia un grande amore tra la intellettuale milanese e la città di Palermo, che finirà poi dopo un decennio “come finiscono i grandi amori”, dirà Roberta Torre, con una rottura dolorosa.

Attraverso una serie di cortometraggi e documentari, alla scoperta della città e della sua cultura popolare, Roberta Torre arriverà all’esordio in un lungometraggio che si rivelerà un successo clamoroso: partita dall’idea di realizzare un documentario sul macellaio della Vucciria Pino Guarrasi, un mafioso di piccolo calibro ucciso dai corleonesi nel 1988, deciderà di raccontare con un musical comico e grottesco la sua vicenda. Tano da morire (1997), che tutti ricordano come il “musical sulla mafia”, avrà un successo mondiale, tanto che oggi è considerato un classico, oltre ad essere – assieme a Johnny Stecchino (1991) di Benigni e a La mafia uccide solo d’estate (2013) di Pif – tra i rari esempi di film comico sulla mafia siciliana.

Esplorato ancora il genere musical con Sud Side Stori (2000), una trasposizione nella Palermo contemporanea della tragedia di Romeo e Giulietta di Shakespeare, con Angela (2002) Roberta Torre sceglie un cambio di registro: dal musical al melodramma a tinte fosche, con un finale che se non è drammatico però offre certamente il racconto di una dramma sentimentale.

Ma al cambio di registro, rispetto ai lavori precedenti il film aggiunge anche un interesse diverso e in particolare verso quei personaggi (spesso femminili) che si trovano in situazioni estreme, difficili, emotivamente forti. Se il film sarà frainteso alla sua uscita, perché letto come un altro film sulla mafia, sia pure in un registro diverso da quello grottesco di Tano da morire, qui l’interesse vero di Roberta Torre è soprattutto per le passioni che sconvolgono la vita della protagonista e dei diversi personaggi. Rivisto oggi questa cifra appare molto più evidente.

Anche stavolta l’idea di partenza viene da una storia vera, quella della moglie di un trafficante di eroina nella Palermo degli anni ’80, che consente al melodramma – una passione amorosa travolgente e pericolosa – di prendere il volo tra fiumi di denaro e droga, violenza e vite criminali.

L’impatto visivo del film è costruito sapientemente dalla fotografia di Daniele Ciprì, all’epoca ancora pienamente impegnato nel sodalizio artistico con Franco Maresco. La macchina da presa sembra quasi non riuscire a stare dietro al ritmo della realtà, le vite dei personaggi ci appaiono sfuggenti, irrequiete, immerse in contrasti di luce che riflettono l’impressionismo della messa in scena.

Gli incastri del racconto sono costruiti con un sapiente uso del flashback, giocando a volte sulla armonia e altre volte sul contrasto tra le immagini e il sonoro: i ricordi e le ricostruzioni collocano i personaggi – e soprattutto quello della protagonista – in una sorta di ineluttabilità. Paradossalmente man mano che questa donna intraprende il rischioso gioco di amore e passione che travolgerà tutti, il film sembra assumere maggiore sobrietà e facilità di racconto. Se la frenesia della vita criminale in cui Angela vive nella prima parte del film ci scuote con i contrasti di luce tra il negozio e la luce dei mercati del centro di Palermo, con l’arma delle camicette sensuali e una certa sfrontatezza che la aiutano a prendersi un ruolo in questo mondo dominato dai maschi, quando la passione la travolge Angela si trova quasi spaesata in una città che diventerà per lei piovosa e grigia.

Roberta Torre scopre e regala al cinema italiano Donatella Finocchiaro, che debutta in modo eccellente in questo ruolo da protagonista al cinema, cui approda un po’ casualmente mentre già esercita la professione di avvocato. Molti saranno i riconoscimenti per questa interpretazione e per lei si aprirà una carriera che la porterà poi a lavorare con alcuni dei nomi più importanti del cinema italiano (Tornatore, Bellocchio, Avati ecc.)

Le maschere e i ruoli di cui i personaggi di Angela sono prigionieri sembrano immutabili. Il personaggio di Masino, detto “o pescecane” (interpretato da un convincente Andrea Di Stefano, approdato poi alla produzione e alla regia, di cui ci piace ricordare il suo L’ultima notte di Amore), è fin dall’inizio presentato come uno “sciupafemmine” che insidia le donne dei boss, e questo è proprio quello che poi succederà.

Il contatto tra Angela e Masino e quello tra Angela e Saro, che sia visivo o fisico, al di fuori dell’amore rubato alla vita del mondo del narcotraffico di cui fanno parte, appare solo possibile mantenendo una certa distanza: con un vetro a fare da filtro e da barriera, come vediamo simbolicamente in due scene tra le più belle del film, quella della cabina telefonica e quella del colloquio in carcere tra Angela e Saro. Se la realtà e l’ambiente sono spesso mostrati in una instabilità e irrequietezza che danno un tocco realistico, il finale non potrebbe essere più melodrammatico, col suo racconto di una malinconica attesa senza più speranza.

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