L’albero degli zoccoli, di Ermanno Olmi (Italia 1978)

di Bruno Ciccaglione

Avvicinarsi oggi a questo capolavoro di Ermanno Olmi, due generazioni dopo la sua prima uscita, oltre un secolo dopo l’epoca oggetto del racconto, è ancora un’esperienza ricchissima. Il film è ancora intatto nella sua capacità di toccare corde profonde, perché l’autore, con le sue scelte formali, ha saputo cogliere la verità del mondo che racconta, e quella verità è ancora tutta lì. Ma forse questo film oggi ci parla ancora più profondamente, perché la civiltà contadina che ci racconta, ci appare, oggi che è ormai perduta, diversamente da quando il film uscì, come una cultura millenaria da cui abbiamo ancora qualcosa da imparare, e non come un concentrato di ignoranza, superstizione e miseria che il progresso avrebbe finalmente spazzato via, come la vedeva gran parte della classe dirigente dell’epoca.

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Forse proprio per la sua origine contadina, Ermanno Olmi non è un regista “puro”: il cinema non è tutto, per lui, la vita è più importante. Questo modo di farsi mediatore della vita e della realtà nel cinema, ha guidato le scelte estetiche per questo film: recitato in dialetto da contadini del bergamasco, che non di rado il regista ascolta e osserva per carpirne atteggiamenti e battute, costruendo un’atmosfera di grande rispetto e tranquillità, importantissima per questi attori non professionisti. Spesso imbraccia la macchina da presa lasciandosi guidare non tanto dall’istinto, ma dalle piccole rivelazioni che scopre in questo processo creativo che è una scoperta continua e che lui guida sapendo bene cosa sta cercando.

A proposito della realizzazione di questo film disse: “Io non sono mai stato un cineasta per il cinema. Direi che amo molto la vita, come tutti, e quindi amo rappresentare quella vita che mi appartiene di più, quella realtà che più ha influenzato la mia esistenza. Io sono figlio di quella terra. E quindi è come fare un ritratto della madre: la madre la riconosciamo davvero quando ormai è perduta. Quando l’abbiamo accanto la madre è una realtà che ci spetta e quindi non ne siamo del tutto consapevoli. Quando ci viene a mancare allora cerchiamo nella memoria di ricomporre il suo volto, di sentire le voci, di avere addirittura una sensazione palpabile del ricordo. E questo assomiglia molto al cinema”.

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Il film racconta le vicende di quattro famiglie di mezzadri della piana bergamasca, che nell’anno 1897 vivono in una cascina di proprietà del proprietario terriero per cui lavorano, con i loro animali, in una povertà dura, anche se non nella miseria. Diversamente da Novecento di Bertolucci, che esce nello stesso anno (ma che racconta un arco temporale molto più ampio), il taglio è asciutto, mai retorico, mai didascalico. Non c’è una epopea contadina, qui. I contadini non si ribellano alla palese ingiustizia sociale che subiscono, mentre di sfuggita vediamo cosa succede a Milano a chi ha osato ribellarsi, con la feroce repressione di massa di Bava Beccaris nel 1898. I contadini trovano l’unico conforto in una socialità che è comunione di condizione ed in una spiritualità non troppo ortodossa, ma sostanzialmente cristiana, di carità e di fede. Non conoscono altro, del resto. Ed è ben poco marxista la critica che fece Moravia al film, ironizzando sul fatto che l’unico soggetto presente nel film capace di razionalità e quindi di ribellione, sarebbe un cavallo, il quale, malmenato, si ribella. Fa davvero impressione – a rileggerli oggi – la durezza degli attacchi che il film subì, accusato perfino di essere un film “pericoloso per i contadini”, perché secondo questa lettura li invitava a non ribellarsi ed a subire passivamente.

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Addirittura intellettuali del calibro di Beniamino Placido, con la sferzante ironia che gli era propria, si presero la briga di spiegare a Olmi che i contadini erano ben più miserabili e sfruttati di come risultassero nel film e che non si capisse perché con tanti ciocchi di legno nella corte della cascina dove viveva, Batistì per riparare gli zoccoli che servono al figlio per andare a scuola, abbia deciso di rubare un albero di ontano che appartiene al padrone: Beniamino Placido, il noto esperto di calzature intagliate a mano nel legno, insomma, quando alla fine il gesto di ribellione c’è, non trova di meglio che bollarlo come stupido. Ebbene, oggi lo possiamo dire: erano argomenti debolissimi, quelli di questo tipo, totalmente figli del conflitto politico, culturale e sociale degli anni ’70 ed in fondo erano argomenti borghesi: noi borghesi, sì che sappiamo come debbano vivere i contadini (e per inciso, come debbano vivere tutti: come noi!).

Nel dopoguerra un intellettuale come Carlo Levi poteva porre la questione contadina (e meridionale) in modo critico anche verso i progressisti della sua epoca, affermando di aver imparato molto dai contadini analfabeti della Lucania durante il confino: “Quando io dico contadino, dico tutti quelli che fanno le cose, le amano e se ne contentano”, dice il protagonista di Cristo si è fermato ad Eboli nel finale del libro. Olmi invece, negli anni ’70, per la sua estraneità all’ortodossia della sinistra dell’epoca e per il suo sguardo “manzoniano”, nel momento di massima crisi politico-istituzionale dal dopoguerra, viene percepito come non facente parte del club ed attaccato, in un modo che appare oggi come del tutto strumentale, senza ritegno. Ma soprattutto, il mondo contadino che Olmi racconta non è quello del meridione, ma quello di un’area che ancora oggi è il cuore dell’industria italiana, e la sua cultura contadina un intralcio evidente allo “sviluppo”.

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Quell’epoca è finita, L’albero degli zoccoli resta, come un monito di fronte alle macerie di quello sviluppo che ha prevalso nella bassa bergamasca e che in questi mesi di Coronavirus non pochi vedono come uno dei moltiplicatori di morte di un territorio martoriato. Per Olmi il film era il ritratto poetico della (sua) madre-terra. Molti anni dopo averlo girato, dirà: “Io credevo d’aver fatto, con L’albero degli zoccoli, un film per conservare la memoria di un mondo che sarebbe stato fagocitato, addirittura calpestato, da quello che noi chiamiamo il progresso. Beh, mi sono accorto che invece L’albero degli zoccoli è il battesimo di una nuova consapevolezza del valore della terra”. In tempi di crisi climatica e di crisi pandemica, speriamo di tornare ad essere all’altezza di questo valore.

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Nota bibliografica: L’albero degli zoccoli 30 anni dopo, a cura di Lorenzo Codelli, Motta Editore, 2008

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