di Girolamo Di Noto

Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola compie venticinque anni dalla sua prima uscita. Presentato alla Quinzaine des Rèalisateurs del 52° Festival di Cannes, è l’opera che segna l’esordio alla regia di una figlia d’arte, capace, sin dai suoi primi passi, di catturare con sensibilità le mille sfaccettature di un’età dolce e amara come è quella dell’adolescenza, un tema cui ha dedicato parte della sua carriera, da Marie Antoinette a Bling Ring, fino al recente Priscilla.

Adattando il romanzo di Jeffrey Eugenides, la regista racconta la storia delle cinque sorelle Lisbon, Cecilia (Hanna R. Hall), Lux (Kristen Dunst), Therese (Leslie Hayman), Mary (A. J. Cook) e Bonnie (Chelsea Swain) che decidono di togliersi la vita in un inspiegabile e silenzioso suicidio. Bionde e bellissime, tra i 13 e i 17 anni, le ragazze sono educate e cresciute da una madre severa e bigotta (Kathleen Turner) e un padre (James Woods) insegnante di matematica, dal temperamento molle, nel Michigan degli anni Settanta.

Lo sguardo della regista, sin dalle prime inquadrature, gioca sul contrasto tra ciò che apparentemente può sembrare tranquillo, immutato e ciò che all’improvviso diventa disturbante, intrusivo, difficile da percepire. La scena di apertura del film, ad esempio, mostra i rassicuranti paesaggi del quartiere periferico di Detroit, ordinato e gradevole allo sguardo: i piccoli giardini all’ingresso delle case, l’erba ben tagliata, gli olmi che nascondono un poco la vista delle finestre dalle strade. Ai margini di questa rassicurante tranquillità, tuttavia, una nota discordante, all’inizio percepibile, poi sempre più insistente, si inserisce all’improvviso, diventa ingombrante: la sirena di un’ambulanza rompe il quieto vivere e una voce narrante si introduce a spiegarci che Cecilia, tredici anni, la più piccola delle cinque sorelle, ha appena tentato il suicidio.

La regista fa leva su questa voce ma anche sul punto di vista delle persone che circondano le ragazze per mettere a nudo il tragico abisso tra ciò che pensano gli altri sulle sorelle e l’effettiva esperienza personale delle ragazze. Sofia Coppola non fornisce spiegazioni sulla tragedia, ma osserva, registra le tracce che le esistenze di queste ragazze sfortunate ha lasciato nella vita di chi le ha conosciute, arrivando amaramente alla conclusione che alla base dei rapporti c’è stata solo incomunicabilità ed estraneità.

Cecilia, una volta rinsavita, manda segnali del suo disagio all’esterno, fa chiaramente intendere di essere intrappolata in una famiglia glaciale, fa capire di aver perduto, come direbbe Leopardi, “il tatto e il senso dell’animo”, ma sono segnali che non vengono recepiti e che non fanno altro che aumentare il divario tra il giudizio esterno e quello che la ragazza effettivamente sente.

Di grande impatto è la scena del dialogo tra Cecilia e lo psicologo (Danny DeVito) : quando il dottore le domanda cosa potrebbe mai spingere una ragazzina a compiere tale gesto, lei risponde che probabilmente lui non è mai stato tredicenne. Cecilia è come l’olmo davanti alla sua casa: sembra intatto, vigoroso, ma dentro è marcio e va rimosso.

Il secondo suicidio purtroppo va a buon fine, ma nella famiglia Lisbon non c’è spazio per elaborare un lutto significativo: tutto viene accantonato e presto la vita prosegue. Le sorelle riprendono ad andare a scuola, si affacciano alla vita consapevoli di essere oggetto di desideri, le vediamo mentre si dipingono le unghie dei piedi, si annoiano, sfogliano riviste di moda e cataloghi di viaggi, lanciano occhiate ai ragazzi, sono corpi in procinto di sbocciare, ma dentro rivelano una sensibilità gracile, introversa, un cuore invocante che si fa piatto, non reattivo.

Sofia Coppola più che sui motivi di una sciagura senza spiegazione si concentra sui dettagli, fa parlare il film per immagini: una cicca masticata, un sorriso velato di malinconia, l’olmo segato a metà, il risveglio crudele di Lux sul campo sportivo dopo la sua notte d’amore con Trip (Josh Hartnett), il più bello della scuola, rivelano segnali più di mille parole e quando i personaggi parlano non fanno altro che mettere in atto la difficoltà a decifrare l’imperscrutabile mistero delle cinque meravigliose esistenze femminili.

Non se ne capacita la mamma, la quale sottolinea che “A nessuna delle mie figlie è mai mancato l’amore, c’era tutto l’amore necessario nella nostra casa”, non si accorgerà di nulla il padre, troppo preso dal baseball e dalla passione del modellismo, non riusciranno a comprendere gli psicologi, né la scuola che lancerà campagne di sensibilizzazione contro il suicidio distribuendo volantini per prevenire fatti del genere, invitando a notare “se le pupille delle ragazze sono dilatate”, né tanto meno potranno mai dare un contributo i vicini, che vivranno il fenomeno dei suicidi come un pettegolezzo tra tanti, né i giornalisti, che trasformeranno in spettacolo la tragedia in nome dell’audience.

I ragazzi, pur nei loro limiti, sono gli unici che sembrano prendere in considerazione la silenziosa richiesta d’aiuto delle ragazze: non riescono a conoscerle veramente, le avvolgono nel loro immaginario erotico, tentano timidi approcci, le osservano dal telescopio, fuggono via nel silenzio assordante di fronte al suicidio riuscito di Cecilia ma sono gli ultimi ad arrendersi e cercano di stabilire un contatto, espresso in diverse scene dalla Coppola, in modo delicato e poetico: un chewing-gum masticato scambiato in un bacio, un altro bacio anticipato dal sorseggio di un succo d’arancia, ma soprattutto significativa e commovente è la scena del contatto telefonico in cui emerge l’importanza della musica nel film. Impietositi dalla mancanza di musica per via dei dischi fatti bruciare dalla signora Lisbon, fanno ascoltare i loro LP attraverso la cornetta del telefono. Vittime della solitudine, le ragazze, avvolte in un’aura mistica, mostrate in un’atmosfera tra sogno e realtà, possono per un attimo evadere con i loro pensieri all’ascolto delle canzoni dei Bee Gees.

L’ambiente sognante viene evocato oltre che dall’uso della sovrimpressione e dalla fotografia color pastello, anche dalla musica eterea dei francesi Air (splendida la canzone Playground love) che riesce in qualche modo a delineare l’insondabile dimensione interiore delle ragazze.

Sofia Coppola è abile nell’affidare la storia alla narrazione collettiva di un gruppo di ragazzi che ripercorrono gli eventi della loro adolescenza cercando, attraverso la memoria, di recuperare i pezzi del puzzle: passano al setaccio ricordi, raccolgono indizi, collezionano i loro oggetti, tra cui un diario che non fa altro che rimarcare la nostalgia di ricordi non del tutto condivisi, ma per quanto possano recuperare delle prove, resteranno sempre degli interrogativi, si porteranno il senso di colpa per tutta la vita e soprattutto arriveranno a scoprire “che le ragazze erano donne travestite che capivano l’amore e la morte e il nostro compito altro non era che fare quel chiasso che sembrava affascinarle tanto. Capimmo che sapevano tutto di noi e che noi non potevamo comprenderle affatto”.

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