Il mio giardino persiano, di Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha (2023)

di Roberta Lamonica

Nella vita di quasi tutti c’è un prima e un dopo: in quella di Mahin, vedova settantenne di Teheran, c’è la vita prima della ‘rivoluzione’, quella in cui le donne andavano a ballare e uscivano a capo scoperto, in cui potevano indossare abiti che ne lasciavano intravedere le forme, in cui potevano parlare di desiderio e sentimenti; quella in cui ‘rubavano’ alberelli di cedro al parco per piantarli nel giardino della casa appena acquistata dove Mahin avrebbe vissuto una vita amorevolmente dedicata al marito e ai figli.
Ma in trenta anni può accadere di tutto: Mahin resta vedova, i figli emigrano a occidente, il tempo segna il corpo e il volto e inizia la vita dopo la ‘rivoluzione’, quella da vivere con uno scomodo ḥijāb in testa, una vita in cui la vanità è relegata a momenti solitari davanti a uno specchio o diluita in una boccetta di smalto rosso da darsi al buio, davanti una soap opera. Dopo la rivoluzione non si può andare in piscina, perché gli orari di accesso alla piscina per le donne sono incompatibili con l’insonnia di cui soffre Mahin e non ci si può incontrare con le amiche nei luoghi pubblici, non si può bere vino e non si può fumare. Non si può ballare. Non si può ballare…Una vita scandita da solitudine, una vita trattenuta e invisibile.

Eppure gli alberelli di cedro rubati al parco tanti anni prima sono diventati alberi forti e rigogliosi, nel ‘SUO’ giardino persiano, forti come lo spirito indomito di Mahin che fa della sua casa e del suo giardino un luogo sacro di libertà personale e resistenza. Teheran è sullo sfondo. L’Iran è sullo sfondo, percepiti e riconoscibili attraverso piccoli dettagli, ma orgogliosamente lasciati fuori dalla storia della splendida protagonista.

Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha firmano un’opera delicatissima, profumata ed evocativa come la menta e il gelsomino notturno che crescono nel giardino di Mahin, eppure piena di coraggio e di quello spirito di ribellione e quieta resistenza che partono da dentro, quando sostenuti da un raro equilibrio interiore e da un profondo senso di giustizia. Piccoli gesti apparentemente innocui: sedersi al parco da sola e parlare con uno sconosciuto, difendere una ragazza dalla polizia morale, guardarla abbracciare il suo fidanzato e godere della speranza che quell’abbraccio porta con sé; svegliarsi a mezzogiorno e dedicarsi la serata più bella della propria vita.


Straordinaria Lili Farhadpour nel rendere le mille sfaccettature di una donna fortissima, con una vita venata di profonda malinconia e solitudine, una vita che sembra non aver più nulla in serbo per lei. Un delicato viaggio tra le pieghe di una femminilità negata, nei chiaroscuri dell’età che avanza e che vede davanti a sé più scuri che chiari. Ma Mahin è decisa a prendersi l’ultimo ’morso’ della sua ‘torta preferita’ e con la spontaneità e l’onestà di chi non deve nascondere più nulla a se stesso, di chi reclama il diritto a un brandello di felicità compie l’atto più rivoluzionario. Nel suo giardino persiano.
Film bellissimo e tristissimo in cui il dolore e la felicità sono fili sottilissimi che si intrecciano a più riprese.
Ho visto più desiderio, amore e ‘cura’ dell’altro nell’ultima mezz’ora di questo film che in decine di scene pensate e raccontate come erotiche e amorose.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑