Gli amabili resti, un lungo addio

di Marzia Procopio

“Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo 14 anni quando fui uccisa, il 6 dicembre 1973. Sono stata qui un solo istante. Auguro a tutti una vita lunga e felice.”

Si conclude così il best-seller mondiale di Alice Seabold Amabili resti da cui Peter Jackson ricavò nel 2009 l’omonimo film, titolo originale The lovely bones, che all’epoca della sua uscita non suscitò particolari entusiasmi nella critica e nel pubblico. Prima opera di Jackson dopo la trilogia del Signore degli anelli, di cui conserva l’ambizione di grandiosità e la dimensione visionaria, il film narra la storia di una famiglia che stenta a ricominciare a vivere dopo la perdita della figlia maggiore, assassinata all’età di quattordici anni da un serial killer. Susie ne osserva e ne racconta le vicende e i sentimenti da una sorta di limbo, un luogo sospeso fra terra e cielo in cui i suoi stati d’animo – il dolore della separazione dai suoi cari, la rabbia contro il suo assassino, la nostalgia per la sua vita felice e l’amore per i suoi genitori, in particolare per il padre – sono rappresentati da Jackson attraverso la mutevolezza del cielo solcato dalle nuvole che si inseguono e dalle molteplici figure che si rincorrono intorno alla sua figura. Susie soffre perché li vede soffrire, e continua a comunicare in un modo misterioso con loro, finché il padre e la sorella non riusciranno, con il suo aiuto, a risolvere il mistero straziante della sua fine. Solo allora tutti saranno pronti a lasciarsi andare e Susie potrà osservare con amore e serenità gli “amabili resti” della sua morte.

Non è facile per il film rendere l’atmosfera onirica e struggente del libro, che in tempi più dilatati racconta la storia di un “dopo”, i modi peculiari di ciascun personaggio di elaborare il lutto: il padre Mark Wahlberg e la sua tenacia, la madre Rachel Weisz dolente e confusa, l’eccentrica nonna alcolista, Susan Sarandon. Jackson allora gira, in qualche modo, due film: il giallo, che guida lo spettatore sulle tracce dell’assassino e racconta in modo realistico la vita della famiglia Salmon, e il film lisergico sulla vita sospesa e separata di Susie, che li guarda talvolta sentendosi esclusa e temendo di essere dimenticata, altre volte cercando di mettersi in contatto con loro.

È in questo aspetto che si riconosce il Jackson di Mordor: nel Limbo dai colori fluo in cui l’ostinazione di Susie la trattiene, nei conigli giganti che corrono su prati che sembrano tagliati da Edward Mani di forbice, nei vestiti sgargianti degli anni ‘70 indossati dalle creature che popolano quel mondo di mezzo; le atmosfere cupe sottolineano invece i momenti di sconforto in cui Susie si rende conto di dover liberare i suoi cari dal ricordo di lei perché possano ricominciare a vivere o quelli più drammatici in cui cerca di proteggere padre e sorella quando la ricerca dell’assassino e lo sforzo di sopravvivere sembrano impossibili.

Non sempre i due stili si intrecciano armoniosamente, perché l’espressionismo che caratterizza il fantasmagorico mondo di mezzo rischia di straripare sui toni del mondo reale e di stridere con la sua cifra realistica resa dalla fotografia livida, bianca, che ci racconta la disperazione di una famiglia che non si dà pace per l’assenza di un corpo su cui piangere.

È il dramma delle famiglie che subiscono l’indicibile, quella perdita del figlio che paradossalmente le spezza, a volte in modo irreparabile: basterà pensare al romanzo Bambini nel tempo di Mc Ewan, a La stanza del figlio di Nanni Moretti, alla maggior parte delle lingue moderne, che non hanno “le parole per dirlo”, per primo l’italiano, che avrebbe a disposizione il latino orbus e invece lo confina nel campo semantico della vista, perché per i nuclei familiari della nostra epoca il corpo del figlio è sacro, e il sacro deve stare al suo posto.

Un odioso Stanley Tucci interpreta lo psicopatico tanto bene da aver meritato una candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista, Saorsie Ronan è straziante e perfetta nel ruolo di Susie.

“Queste erano le bellissime ossa cresciute intorno alla mia assenza: i legami – a volte esili, a volte stretti a caro prezzo, ma spesso meravigliosi – nati dopo che me n’ero andata. E allora cominciai a vedere le cose in un modo che mi lasciava concepire il mondo senza di me. Gli avvenimenti cui la mia morte aveva dato luogo erano semplicemente le ossa di un corpo che in un momento futuro imprevedibile sarebbe divenuto intero. Il prezzo di quel che ormai vedevo come un corpo miracoloso era stato la mia vita”.

Così finisce Amabili resti: solo lasciando andare si libera e ci si libera, solo lasciando andare si ama pienamente e si comprende quale eredità per ciascuno di noi è possibile lasciare e ricevere in dono, ci dice Susie Salmon, che aveva quattordici anni quando fu uccisa, il 6 dicembre 1973.


 

 

 

 

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