La Califfa, di Alberto Bevilacqua (1970)

di Greta Boschetto

Fanatica, estremista, puttana

“Do-ber-dò, non lo senti come si odia bene un nome come il tuo? Non te ne potevi scegliere un altro? Mi piace da matti vederti prigioniero dei tuoi miliardi!”

La Califfa è un film del 1970 diretto da Alberto Bevilacqua, tratto dal suo omonimo romanzo del 1964, con Romy Schneider, Ugo Tognazzi, Guido Alberti, Massimo Serato, Marina Berti e Gigi Ballista.

A Parma c’è un torrente che divide la città, la parte destra e la parte sinistra, proletariato e ricchezza, amore e odio, il boom economico e il lato oscuro della stessa medaglia, un corso d’acqua e di una storia che divide, unisce e poi divide ancora.
Irene Cortini è una donna operaia indipendente e sicura, fortificata ancora di più dal suo dolore, dalla perdita del marito ucciso dalle forze dell’ordine durante uno sciopero.

Viene chiamata La Califfa, che a Parma si usa per definire quelle donne spregiudicate e indomabili che si fanno notare già da bambine e che, come scrive Bevilacqua nel suo stesso romanzo, vive già dalla gioventù “con tutti quei ragazzi che le andavano dietro, e lei se li trascinava per i borghi con burbera tenerezza, ma nel riso con cui gli altri l’avevano battezzata era passata l’amarezza di chi sa che bestia infida può essere la bellezza.”

Irene ha dentro di sé quell’inquietudine capace di agitare gli animi, è una di quelle donne che non devono scegliere il loro ruolo, ma lo interpretano e lo cambiano di volta in volta per cercare di non perdersi nulla dalla vita, nulla, nemmeno l’odio che si trasforma in amore per il nemico, uno degli industriali più potenti della città. Irene in un primo momento lo disprezza, lo sfida, sputa sul finestrino della sua auto, trascina gli operai in rivolta contro di lui, ma è così libera da accettare che la repulsione iniziale si possa anche trasformare in amore.

È l’inizio di una travagliata passione, incomprensibile per i compagni quanto per i padroni, al di là delle convenzioni sociali e dei giudizi di chi li circonda.
Annibale Doberdò è un imprenditore sprezzante e freddo, cinico, ma con una sua dignità, quella di chi è partito dal niente, quella di chi è scappato da un passato povero “per non vedere più quella macchia di umidità sopra la mia testa”: ora è ricco ma infelice, come se le infinite possibilità di una vita agiata vengano soffocate e smarrite col passare del tempo, in un’esistenza borghese ma tiepida.

Ha alle spalle un figlio che non comprende, una moglie con cui la passione si è affievolita, ha sulla coscienza il peso del potere che ha portato al suicidio un amico industriale fallito, lasciato solo da tutti nel momento del bisogno, ma davanti improvvisamente si ritrova Irene, che attraverso il loro rapporto è come se gli restituisse l’anima: i loro incontri diventano sempre più carichi di parole, di erotismo e di tenerezza, i loro sguardi accompagnati dalle musiche evocative di Morricone ci riportano ai primi piani dei volti dei film western, un colpo di pistola pronto per essere sparato dalle palpebre, una guerra privata e continua per ideali più grandi.

Irene scopre l’umanità di Doberdò e Doberdò riscopre la sua indole progressista, fa nascere una versione “illuminata” di se stesso, rileva la fabbrica fallita e cerca di farla ripartire in un’operazione controproducente su un piano economico ma innovativa su quello umanitario, finendo così per inimicarsi chi invece un passo avanti non lo vorrebbe mai fare, ristagnando nei propri quattrini.
Ma “La Califfa” non può essere un film a lieto fine, può solo ricordarci quale è la verità: che dobbiamo cercare di sentirci tutti davvero vivi, anche se in un’unica carne ferita e offesa, in una realtà in cui tutto soccombe, l’amore, l’umanità, la speranza.

Se una decina o una ventina di anni fa una storia come questa, di lotta e di diritti negati, di amore e di differenza di classe, poteva sembrarci lontana, mai come ora ci servirebbero una Califfa e un Doberdò, per ripartire da loro, da noi.


 

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