Un Amleto di meno, di Carmelo Bene (1972)

di Luca Biscontini

L’avventura cinematografia di Carmelo Bene si conclude con Un Amleto di meno (1973), dove «il corpo è svanito del tutto», e i riferimenti letterari sono, oltre a Shakespeare, Amleto, o le conseguenze della pietà filiale, racconto estratto da Moralità leggendarie di Jules LaforgueIl lamento dello sposo del medesimo autore e, infine, La signorina Felicita ovvero la Felicità di Guido Gozzano.

Amleto è un tipo scaltro, tutt’altro che dedito al dovere filiale, o assillato dal dubbio o invischiato nelle responsabilità che gli competono. Allo stesso modo del Pinocchio beniano che non ne vuole sapere di crescere, Amleto non vuole questa parte, troppo seriosa, impegnativa e la scantona; cerca invece il divertimento, magari insieme ai due sicari Rosenkrantz e Guildenstern (interpretati da figure che appaiono femminili), messi alle sue costole dallo zio Claudio, da cui cerca, in un modo o nell’altro, riuscendoci, di farsi cinicamente pagare il suo silenzio. Di questo suo comportamento Orazio è sdegnato oltremisura, costretto a leggere per di più dei fortuiti pezzi strappati dalle pagine del copione del dramma, che Amleto gli recapita puntualmente; sono le parti caratterizzanti il ruolo che ha Amleto nel dramma della rappresentazione classica e che Orazio è costretto a leggere e dunque a recitare al posto di Amleto, rendendo quasi esilarante la situazione, come nel monologo dell’essere o non essere che suscita prima ilarità e poi il consueto sdegno in Orazio che sotto la neve, speranzoso, in attesa di un districarsi della situazione, si vede recapitato, gettato dalla finestra questa volta, il solito pezzettino di cartastraccia da leggere; all’essere o non essere da lontano, pensando già ad altro, ribatte cinicamente Amleto “avere o non avere, questo è il problema”.

Assai divertente risulta la distorsione del personaggio di Polonio che riferisce, sussurrando, L’interpretazione dei sogni di Freud, nella parte che attiene alle relazioni tra l’Amleto e l’Edipo re di Sofocle. Amleto artista, destinato all’inazione, si diletta col teatro e, invece di vendicare l’assassinio del padre, si trastulla con Kate e uccide Polonio, oltre a causare la morte di Ofelia. La sublimazione che Amleto mette in atto comporta uno spostamento del desiderio e re Claudio, assassino e fratello del padre, unitosi in matrimonio con la madre del rampollo, ricompensa la mancata vendetta, rimpinguando le finanze del giovane teatrante.

Ciò che resta della versione shakespeariana sono senz’altro i nomi dei personaggi (Amleto, Orazio, Yorick, Ofelia, oppure nomi di luoghi, Elsinore) che non svolgono però lo stesso ruolo che hanno nel teatro classico della rappresentazione (dal periodo elisabettiano fino al novecento). Anche alcune situazioni particolari restano superficialmente invariate, come l’assassinio del padre di Amleto, premeditato dalla regina a dallo zio Claudio, la morte di Ofelia; ma anche queste sono stravolte, oltre che dal mélange delle due versioni (Shakespeare e Jules Laforgue), anche da inserzioni indebite, come quella di Gozzano, oppure una scena ove appaiono i cavalieri della tavola rotonda; insomma c’è questa idiosincrasia temporale e immaginifica dove vediamo inoltre Laerte che si diverte a mettere a punto la sua pistola non proprio d’epoca e il suo coltellaccio serramanico.

Probabilmente, il cinema di Bene era già finito con Salomè, tant’è che l’Amleto televisivo supera esteticamente il film, e dal 1974 in poi C. B. riprende una massiccia attività teatrale, oltre a produrre un’enorme quantità di opere video e radiofoniche.

Disponibile su Rai Play a questo link.

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