Lamerica, di Gianni Amelio (1994)

Di A.C.

Un incipit fatto di immagini d’archivio di propaganda fascista dà il via a questo racconto su un rapporto di matrice coloniale tra Italia e Albania. La seconda convinta di vedere nella prima un liberatore e una terra promessa di sogni e speranze. Poi la salita al potere di Hoxha, il cui regime comunista fu repressivo di qualunque forma di simpatia italiana e fascista, e infine il presente dei primi anni ’90 che ci introduce uno stato albanese ormai “libero” ma afflitto dalla miseria e i cui abitanti vedono nell’Italia d’oltremare l’America.

Qui un disonesto affarista italiano e il suo assistente cercano terreno fertile per le proprie speculazioni, simulando una iniziativa economica, con tanto di prestanome fantoccio e la complicità di un funzionario albanese corrotto, per poter usufruire dei contributi fiscali garantiti dalle norme italiane sull’imprenditoria all’estero.
Ma gli imprevisti non mancheranno, trasformando così la storia di una truffa in una immersione nella sofferenza di un paese, ferito, sfruttato, dilaniato e ingannato dalla chimera di una vita migliore in Italia.

Gianni Amelio, lucido osservatore della società italiana nel suo malcostume, dopo il dibattito etico scaturito da “Porte aperte” e il tema dell’abbandono dell’infanzia de “Il ladro di bambini”, offre un’altra panoramica tutt’altro che lusinghiera e rassicurante del suo paese, tracciando un percorso sempre più netto di urgentissima denuncia sociale.
In “Lamerica” mette a nudo le responsabilità storiche dell’Italia al di fuori del suo territorio. Responsabilità che partono dagli anni del fascismo fino a quelli attuali, che ieri come oggi restituiscono l’immagine di una Italia cinica e sfruttatrice a danno di una Albania soggiogata dal fascino di un paese latore di inganni e false speranze, miti di falso benessere alimentati da quella televisione italiana che esercita sui locali un’attrazione ipnotica.

Luigi (Enrico Lo Verso), il giovane assistente, è il volto di questo cinismo imprenditoriale che mano a mano prende sempre più coscienza di una realtà molto più complessa, ben oltre le sue aspettative di lucro.
La regia neorealista di Amelio fa da efficace discesa negli abissi, restituendo con secca drammaticità il viaggio della speranza di un popolo (tantissimi veri immigrati albanesi tra le comparse), travagliato dal divieto di espatrio del proprio governo e di conseguenza in una condizione di clandestinità, dove in un viaggio in furgone un esule muore lungo il tragitto nell’indifferenza di tutti.

Un’Odissea di disperazione, ma senza forzature di pathos, dal momento che la macchina da presa restituisce senza alcun artificio la realtà circostante. Un viaggio che trova il suo culmine in una nave piena di migranti albanesi che rievoca l’esodo degli italiani in cerca della fortuna in America, ma il cui destino resta del tutto incerto.

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