The human voice (2020), di Pedro Almodóvar

di Flavia Salierno

Nonostante l’annata particolare, Pedro Almodovar è tornato ad onorare con la sua presenza la 77esima Mostra del Cinema di Venezia presentando fuori concorso The human voice, cortometraggio in lingua inglese con protagonista l’enigmatica e camaleontica Tilda Swinton, premiata con il Leone d’oro alla carriera. Ispirato a La voce umana di Jean Cocteau, pièce teatrale già portata sul grande schermo da Roberto Rossellini e Anna Magnani nel 1948, il cortometraggio si presta a una rilettura simbolica e in chiave psicoanalitica.

Ed entri in un sogno. Che ruota intorno ad una donna, o meglio, intorno al femminile. Perché è tutta “al femminile” la reazione della protagonista del corto del cineasta spagnolo: trenta minuti in una condizione onirica i cui contenuti simbolici arricchiscono le scene, ma anche la mente dello spettatore, facendolo ondeggiare tra le emozioni e i contenuti. Come sedersi sulla poltrona dello psicoanalista, lasciandosi andare all’ascolto di un sogno, appunto, che parla di un abbandono, di una separazione, di un lutto improvviso. Rosso, il colore della passione, nero quello della perdita. E il nostro amato regista spagnolo veste di rosso e nero l’eterea Tilda Swinton nei primi attimi del suo sogno.

The Human voice, il titolo, è tratto da una pièce teatrale di Jean Cocteau. Umana è la voce infatti che immaginiamo, e ci sembra di sentire, dall’altra parte del telefono. L’amante, l’amato, che abbandona. E umana è la reazione di chi tenta disperatamente di tenere in piedi quella linea telefonica che conduce all’amore con cui non si vuole chiudere per sempre. Quel filo immaginario che la protagonista sembra allucinare mentre si muove con fragilissime AirPods per non perdere la linea.

Lo spettatore rimane incollato alle scene come alla poltrona, vivendo in piena identificazione il dolore lancinante della perdita. Ma anche la rabbia, che Almodovar tramuta nell’acquisto di un’accetta, raffigurazione simbolica di ciò che ferisce mortalmente per rompere, tagliando in due, o fare a pezzi, appunto. La protagonista tenta così di riprodurre la frammentazione psichica dell’abbandono nel corpo immaginario.

Potremmo riflettere a lungo sulla diversa raffigurazione della donna, facendo un paragone tra l’interpretazione dello stessa opera di Anna Magnani, diretta da Rossellini nel 1948, e quella della algida Swinton. È lo stesso Almodovar a dare la sua chiave di lettura, e questo ci basta. Senza prezzo, infatti, è la sua libera e personalissima reinterpretazione dell’intera pièce, di cui tiene a conservare contenuti centrali e fondamentali.
Nel film del regista ispanico tutto si muove in un set cinematografico, e nel suo esterno. Quest’ultimo tutto vuoto, che contrasta con il troppo pieno dell’”interno”, come a volere riempire la costante condizione depressiva della protagonista. Troppi i colori, troppo il mobilio. Troppi i quadri, le sculture, gli oggetti. Ma mai niente casuale.

Dovremmo sostare, frame dopo frame, su ogni particolare e oggetto, per capire cosa il nostro regista voglia comunicare, a se stesso o allo spettatore. Come in ogni forma d’arte, però, preferiamo lasciamo andare l’immediatezza dei nostri liberi vissuti. Non sapremo mai, inoltre, perché Almodovar abbia pensato per anni alla messa in scena del testo teatrale del 1930, o perché lo faccia dopo lo splendido e autobiografico Dolor Y Gloria. Ce lo godiamo così, come fa uno psicoanalista ascoltando un sogno, lasciandosi andare al libero fluire dei pensieri e delle immagini, e facendosi attraversare dalle emozioni, quelle che solo un’umana voce riesce a raccontare.

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