La forma dell’acqua (2017), di Guillermo Del Toro

di Roberta Lamonica

La forma dell’acqua è un film di Guillermo Del Toro del 2017, vincitore di 4 premi Oscar tra cui quello alla miglior regia e Leone d’Oro alla 74esima Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Il cineasta messicano ha scritto la sceneggiatura con Vanessa Taylor mentre colonna sonora e fotografia sono rispettivamente di Alexandre Desplat e Dan Laustsen. Evidenti nel film i richiami a Il mostro della Laguna nera (Jack Arnold, 1954) e al L’Uomo Anfibio (G. Kasanskij e V. Cebotariov, 1961). Nonostante ciò, il film risulta assolutamente originale ed è stato universalmente acclamato e molto apprezzato dal grande pubblico.

In un laboratorio governativo di ricerca scientifica a Baltimora, Elisa (Sally Hawkins) e Zelda (Octavia Spencer) lavorano come donne delle pulizie. Siamo nei primi anni ’60, quelli della Guerra Fredda e dell’America del Sogno che esalta le ultime invenzioni, le innovazioni tecnologiche e la famiglia perfetta e per contrasto disprezza le categorie deboli, i neri, i disabili, gli omosessuali. L’arrivo di una misteriosa cisterna piena d’acqua porta trambusto e fermento nella grigia monotonia del laboratorio segreto e per puro caso Elisa e Zelda si trovano a essere involontarie testimoni di un eccezionale ritrovamento scientifico: un uomo-anfibio proveniente dalla foresta amazzonica. I servizi segreti americani ritengono la Creatura, ‘The Asset’, fondamentale per la corsa contro l’Unione Sovietica per la supremazia in campo aerospaziale. Non consapevole delle future conseguenze delle proprie azioni, Elisa inizia un processo di avvicinamento alla Creatura facendone l’eroe romantico dei film musicali che ha imparato a vedere e ‘ascoltare’ con il suo amico e dirimpettaio, Giles (uno strepitoso Richard Jenkins), innamorandosene perdutamente.

La Forma dell’acqua è un fantasy con elementi horror, occasionale esibizione di violenza e soprattutto con la presenza di un mostro. Guillermo Del Toro ha abituato i suoi spettatori all’incontro con creature fantastiche e assurde nei suoi precedenti lavori (uno su tutti Il Labirinto Del Fauno) e possiamo dire che il ‘mostro’ rappresenta un po’ il suo marchio di fabbrica. Alla cerimonia di premiazione dei Golden Globe, Del Toro ha dichiarato: : “Penso che i mostri siano gli angeli custodi delle nostre beate imperfezioni, che consentano e incarnino la possibilità di fallire e di continuare a vivere”. Da qui la necessità di prendere le distanze dal piano immanente della realtà e di perdersi nella dimensione del sogno (o incubo?) e della fiaba. E La forma dell’acqua è una ‘fiaba per adulti’ come egli stesso l’ha definita, che pretende di essere accettata e accolta proprio in virtù del proprio specifico status. In quanto fiaba, la storia è ovviamente assai improbabile e chiede allo spettatore un assoluto atto di fede, lo stesso che Giles ed Elisa fanno al Cinema degli anno ‘40, elemento focale intorno al quale si organizza la loro percezione della realtà stessa.

Una delle ragioni per cui La forma dell’acqua, che piaccia o meno, è un film comunque interessante risiede nella dichiarazione d’amore pubblica e palese che Del Toro fa al cinema americano. Il cinema dei lustrini e delle piume, dei sorrisi bianchi e delle chiome bionde, delle coreografie scintillanti, dei Kolossal biblici in Cinemascope, degli sguardi languidi e degli abbracci prolungati. Se non per questo, perchè mai avrebbe scelto per la sua protagonista proprio un appartamento ammuffito sopra un vecchio cinema che continua a proiettare La Storia di Ruth e Mardì Gras nonostante nessuno vada a vederlo? Del Toro omaggia il cinema musicale degli anni ’40 e ’50, Shirley Temple, Betty Grable, Alice Faye e Carmen Miranda e lo sceglie come alternativa escapistica agli orrori della realtà e alle tensioni del momento storico in cui il film è ambientato. Un cinema fatto di immagini fluide, di occhi liquidi, di sguardi acquosi.

La forma dell’acqua è un film perfettamente coerente. Direzione, fotografia, montaggio, sonoro e… suggestioni. Tutto è talmente armonioso e ‘fluido’ da evocare quell’ebb and flow che aveva fornito la struttura al più maturo romanzo di Virginia Woolf, ‘The Waves’. Del Toro ci presenta sì la forma dell’acqua, ma anche il suo suono e i suoi colori. Essi risuonano nelle gocce che si inseguono dietro il finestrino di un bus, nei rubinetti aperti, nella piscina del laboratorio, nella pioggia, nei verdi, negli azzurri, nei blu, negli zaffiro e nei malva. E tutta questa esplosione di stimoli per la vista e per l’udito è scomposta, mescolata e ricomposta in modo incantevole ed evocativo. E sempre a quell’elemento inafferrabile che è l’acqua fanno capo i riferimenti artistici de La forma dell’acqua.

Nella prima scena del film, la macchina da presa accompagna lo spettatore alla scoperta del mondo della protagonista. E alla fine di questo ‘tour subacqueo’ c’è proprio lei, Elisa, che fluttua incosciente (addormentata? Morta?) nell’acqua. Il rimando alla figura di Ofelia è lampante qui, ma non tanto alla Ophelia preraffaellita di John Everett Millais (1852) che aveva invece ispirato Hitchcock nel suo Vertigo (1958) e in cui l’acqua aveva funzione meramente decorativa, quanto piuttosto all’Ophelia di Paul Steck (1890) in cui l’acqua è protagonista e accoglie in sé il corpo di Ofelia come sua parte integrante in un processo di totale trasformazione e rinuncia all’io individuale a favore di un io collettivo. Nel film di Del Toro l’io individuale che si fa collettivo non si palesa nel solo finale del film come scelta di regia volta a stupire lo spettatore, ma si costruisce soprattutto nelle relazioni che intercorrono tra i tre outcast del film: Elisa ‘la muta’, Giles ‘il gay’ e Zelda ‘la nera’.

I tre personaggi che incarnano la visione di Del Toro sono personaggi muti per la società, gli invisibili, i ‘mostri’. Si considera ‘mostro’ ciò che devia dalla norma e non si capisce e per difendersi dalla propria incapacità a capire si chiude ogni tentativo di comunicazione. E’ quello che fa l’America nella Guerra Fredda, i suoi agenti, i suoi scienziati. Quando la comunicazione diventa impossibile, si può scegliere la via della ribellione o quella di fuga dalla realtà, in una dimensione parallela e alternativa. E questo è anche ciò che fanno Elisa, Giles e Zelda prima di “take arms against a sea of troubles, and by opposing end them”. Elisa è la principessa muta di questa fiaba ma anche una donna reale che rivendica la propria femminilità, la propria dignità e dimensione. Non parla ma dice tantissimo e si fa portavoce di quell’umanità muta di cui lei è esempio macroscopico ma che, in modo diverso, include tutti gli altri personaggi del film: “Che cosa siamo, tu e io? Noi non siamo nulla”.

Giles interpreta l’interiorità di Elisa, ne è la voce e funge da suo Pigmalione. Vive in una realtà parallela fatta di luci, musica, voci e canzoni lontane dal suo tempo. E’ l’outsider per antonomasia e si esprime attraverso interrogativi: “Sei sempre stato solo? Hai mai avuto qualcuno? Sai cosa ti è successo?” E’ solo e pensa di essere un ‘relitto’ come la Creatura, un essere fuori dal tempo e dallo spazio, anch’egli un mostro agli occhi dei più. Respinto e relegato ai margini dell’appartamento buio e tetro sopra il vecchio cinema al pari di Elisa, Giles è il testimone, gli occhi e la voce della fiaba di Del Toro. Zelda è invece la voce pubblica di Elisa. Nel silenzio di un matrimonio infelice, rivendica i suoi diritti con strenua autodeterminazione, loquace ma muta testimone di un mondo che ne mette in discussione la capacità comprensione e di espressione perché appartenente a un gruppo etnico senza voce. A lei sono affidati i segreti di Elisa, a lei i dubbi e la coscienza, a lei la funzione di Aiutante di proppiana memoria.

Ma quindi se il mostro, la Creatura, è l’eroe romantico, chi è allora il mostro nel film? Il vero mostro è colui che orina a terra e pretende che Zelda ed Elisa puliscano; il mostro è colui che allontana dal locale una coppia di colore e inorridisce davanti alle gentilezze di un omosessuale; il mostro è colui che esegue gli ordini senza porsi domande di ordine morale; il mostro è l’America che vede solo ciò che splende e non riconosce che la luce vera è altrove. Il mostro è l’Urss che ricatta e uccide i suoi agenti; il mostro è ‘il budino dagli occhi verdi’ che rende le famiglie più felici.

Il mostro è Strickland (un ottimo Michael Shannon), l’agente dei servizi segreti, l’uomo moderno, con un’auto moderna e una famiglia perfetta. L’uomo timorato di Dio che conosce a memoria le Scritture ma non esita a picchiare selvaggiamente chi dovrebbe proteggere e che si trova in uno stato di subalternità. E’ il maschio con il manganello, il vero mostro. Un uomo la cui sessualità è gridata e sovraesposta. Il mostro è ciò che non fa paura perché non è diverso ma dovrebbe farne proprio per questo. È curioso come le uniche figure maschili significative nel film siano un gay e una creatura fantastica. E come Elisa sia una specie di Cenerentola che diventa principessa solo dopo aver perso la sua scarpetta (rossa) e non dopo averla ritrovata. E come Zelda veda distintamente nelle debolezze di Strickland e di suo marito Brewster. E come la scena più memorabile del film sia quella in cui Elisa immagina di dichiarare il suo amore alla Creatura con un numero di ballo e canto tratto da uno dei suoi amati film musicali.

Le note struggenti di ‘You will never know’ di Alice Faye e la poesia che la voce di Giles recita sui titoli di coda resteranno a lungo nelle orecchie e nel cuore dei suoi spettatori e ne accompagneranno i giorni più ‘strani’, quelli bagnati di pioggia e malinconia: ‘Unable to perceive the shape of You/ I find you all around me./Your presence fills my eyes with Your love,/It humbles my heart,/For You are everywhere’.

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