Sotto il segno dello scorpione, di Paolo e Vittorio Taviani (1969)

di Bruno Ciccaglione

Già con i Sovversivi (1967), il primo film diretto da Paolo e Vittorio Taviani senza il terzo coautore dei film precedenti Valentino Orsini, i fratelli di San Miniato avevano aperto una nuova fase del loro cinema quando, davanti alla bara di Togliatti, uno dei protagonisti del film mormorava “Era l’ora!”, svelando così tutto l’impaziente e tumultuoso coacervo che si andava accumulando nella sinistra italiana. Seguendo il film nelle sale cinematografiche di tutta Italia, i fratelli Taviani sperimentarono le reazioni dei giovani: provocazione, coinvolgimento, rifiuto, passione e anche insulti. I due giovani autori ricorderanno: “Tornando a Roma dicemmo ai nostri amici: la tempesta sta per arrivare. Arrivò. È quello che noi abbiamo poi raccontato con Sotto il segno dello scorpione”.

Ma anche dal punto di vista formale, Sotto il segno dello scorpione, se ancora non delinea a pieno il cinema futuro dei Taviani, tuttavia segna la definitiva rottura con ogni idea di cinema realista (e anche con il neorealismo), per procedere invece verso un cinema anti-naturalistico e poetico. Si costruisce qui anche un nucleo di collaboratori che poi sarà al centro del lavoro degli anni successivi, si tratta del loro primo film a colori, si comincia a costruire uno stile registico: la camera fissa riprende scene di tipo teatrale, alternate a campi lunghi, con due o più personaggi inquadrati a figura intera. Incurante di chi parla, di sottolineare o enfatizzare le espressioni del viso o i movimenti del corpo, la macchina da presa resta immobile.

La vicenda è ambientata su una non meglio precisata isola vulcanica in un’epoca antica, anch’essa non chiaramente definita. A turbare il delicato equilibrio della piccola comunità di contadini e pastori, governata dal capo villaggio Renno (Gian Maria Volonté), sopraggiunge un gruppo di naufraghi scampati alla distruzione per eruzione della loro isola, molto simile a quella cui approdano. I naufraghi, ossia gli Scorpionidi, sono tutti uomini e tutti giovani. Sotto la guida dei loro capi, Rutolo (Giulio Brogi) e Taleno (Samy Pavel), vogliono rifarsi una vita sul continente e lasciare quest’isola, per non rischiare di subire ancora la stessa sorte che ha sterminato le loro famiglie. Ma per farlo hanno bisogno di convincere, con le buone o con le cattive, gli abitanti dell’isola ad aiutarli.

Inoltre, se vogliono garantire che la nascita di una nuova città abbia un futuro, avranno bisogno di portare con sé delle donne. Il confronto dialettico tra i due gruppi diventerà uno scontro cruento: i giovani Scorpionidi dovranno imporre con la forza il superamento delle millenarie superstizioni che governano la vita dell’isola: emblematica è la scena nella quale gli Scorpionidi si impadroniscono dei campanacci sardi, ritenuti sacri dagli indigeni, per usarli in un minaccioso rituale guerriero, una sorta di danza marziale che punta a persuadere gli isolani.

Lo scontro fra due diverse opzioni sul futuro è ideologico, ma anche generazionale. L’ambientazione naturale – le campagne con i bassi muretti in pietra, il paesaggio vulcanico, i paesaggi soleggiati in campo lungo – è selvaggia e violenta come la crudezza dello scontro; l’atmosfera evocata è quella della mitologia, con quanto di ineluttabile essa evoca (molti degli elementi del film saranno non a caso poi ripresi dallo sceneggiato della Rai che metterà in scena l’Eneide, a cominciare dal protagonista Giulio Brogi per arrivare al “ratto” delle donne). Ciascuno dei due gruppi pensa di essere più intelligente dell’altro: è questa la convinzione di Renno (Volonté), ma la contesa non si risolverà grazie all’intelligenza. La nascita di una nuova civiltà sarà possibile solo attraverso la tempesta di cui parlavano i Taviani nell’intervista, attraverso la rottura traumatica dell’equilibrio precedente.

Giulio Brogi

I dialoghi sono pochissimi e spesso volutamente resi quasi inintelligibili dal missaggio: le parole sono ridotte a chiacchiericcio, a elemento importantissimo sì, ma della della colonna sonora di musica concreta di Vittorio Gelmetti, assieme agli altri elementi sonori (il rumore del mare, i versi degli animali spaventati dal vulcano, del vento e della natura). Il film vive delle scene di insieme, non ci sono veri protagonisti, la massa e la collettività sono protagoniste (protagonista, dirà Aristarco, è la lotta di classe, come nel cinema di Ėjzenštejn).

Come delle formiche viste a distanza, gli esseri umani si muovono, si scontrano, muoiono in una favola mitica sullo scontro tra potere e opposizione in cui è l’istinto biologico di sopravvivenza a dominare tutto. Come spiegherà Vittorio Taviani in un incontro con il pubblico “Con Sotto il segno dello scorpione teorizzavamo, addirittura come uomini di cinema per i quali la tensione politica è soltanto un retroterra, che poiché il pubblico era stato addormentato da un certo tipo di film soporiferi, era necessario, con i nostri film, dargli un cazzotto sul naso: certo il pubblico si sarebbe ribellato, ma era quello che volevamo: il trauma lo avrebbe fatto balzare sulla poltrona e probabilmente avrebbe cominciato a porsi degli interrogativi.”

“Non mi ammazzate”

A Lucia Bosè, che interpreta la moglie di Renno, Glaia, e che aveva guidato la drammatica e non riuscita rivolta delle donne contro gli Scorpionidi ormai sul continente, spetta l’ultima battuta del film e una delle poche davvero segnanti: “Non mi ammazzate”. Non è la paura di morire a farle dire questa frase, lo sappiamo dopo aver visto che cosa ha tentato di fare Glaia. Si tratta invece forse di una apertura ad una vita nuova, certamente diversa da quella precedente a cui guardare. Un urlo terribile nella colonna sonora ci guida verso la chiusura del film, in cui la nuova nascente società muove i primi passi gettando le fondamenta di una nuova città.

La scena finale: la costruzione della nuova società

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