di Girolamo Di Noto

Quando si è dinanzi alle immagini di un bellissimo film accade spesso di non seguire più la linearità della trama, di non badare esclusivamente al contenuto, ma cedere al gesto estetico, restare incantati dalla forma, dalla bellezza di uno sguardo, dalla plasticità di un corpo ben inserito in un’inquadratura.

Questa sensazione di rapimento estatico è ben definita nell’opera di Vittorio De Seta, non solo nei suoi documentari, ma anche nei film a soggetto, in particolare in Banditi a Orgosolo, giustamente definito da Martin Scorsese “insolito e straordinario” perché attinge alla realtà, racconta storie vere, ma sa reinventarle, innestando in esse stilemi della tragedia greca e del western, aspetti dicotomici che riguardano la colpa e l’innocenza, le leggi dello Stato e le leggi non scritte, l’uomo e la Natura.

De Seta è stato un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta e i suoi appunti scritti in fase preparatoria del film ne sono una chiara testimonianza: “Abissi di silenzio, lontano tintinnire di greggi. Pietraie desolate. Boschi fittizi e oscuri. Un altopiano. Precipizi di mille metri”.
Parole che non solo esprimono l’emozione del regista davanti ad un paesaggio – quello della Barbagia – inaccessibile e oscuro, pietroso, ostile, ma rendono anche chiara l’importanza di affidarsi ad ogni singolo dettaglio per raccontare la realtà, l’urgenza di concentrarsi solo sulle immagini per descrivere l’odore del sudore, la fame, la terribile solitudine, tutto ciò che si perde in genere in un film banale e poco introspettivo.

La storia del film è semplice: un pastore, Michele (Cossu), ingiustamente accusato di un crimine che non ha commesso, per paura della legge, si dà alla macchia, è braccato in un paesaggio arido e silenzioso, perde il proprio gregge e, ormai ridotto alla miseria, è costretto a diventare un bandito.

Scarno ed essenziale, interpretato da veri pastori, Banditi a Orgosolo è anche la storia di un’isola e della sua gente. Grazie alla sua straordinaria abilità nel fondere i personaggi con l’ambiente circostante, De Seta si sofferma sull’esistenza della vita del pastore, di cui si sente soltanto il rumore dei passi sulle pietre. È una figura solitaria, schiacciata in un immenso paesaggio, che contende al freddo e alla fame l’esistenza delle proprie greggi.

C’è un rapporto profondo che lega il pastore alla sua terra, la sua vita alla durezza della natura e De Seta sa ben restituire la concretezza di un uomo immerso in una vegetazione selvaggia, in un mondo arcaico, incontaminato, dove la gente si esprime in un dialetto antico e vive secondo le regole di una volta, considerando il mondo moderno estraneo e ostile.

Banditi a Orgosolo è, con La terra trema di Visconti, uno dei pochi film in cui i protagonisti interpretano sé stessi. Nel neorealismo, spesso gli attori erano presi dalla strada, ma per incarnare altri ruoli; Umberto D o il protagonista di Ladri di biciclette, ad esempio, non erano un vero pensionato o un attacchino.

In questo film sono tutti pastori, senza un copione ben preciso: “Spiegavo agli attori la scena e il senso di quello che andava detto, esortandoli a trovare loro le parole per esprimere la situazione. […] Avevo intuito che lavorando con attori non professionisti non potevo chiedere loro di studiare la parte perché lo sforzo mnemonico creava imbarazzo e faceva perdere la spontaneità”.

Il soggetto del film ricorda il capolavoro di De Sica, Ladri di biciclette: entrambi i protagonisti sono soggetti ad un’ingiustizia, avranno a che fare con un furto, dovranno dare spiegazioni al loro bambino, saranno costretti a rubare per sopravvivere, anche se diverse saranno le dinamiche: Michele non subisce alcun furto, la sua ingiustizia consiste nel venire accusato di reati che non ha commesso e sarà il destino a spingerlo a scelte ineluttabili. De Seta, in tal senso, non si ferma alla sola riproduzione della realtà, ma spinge il racconto in un’aura mitica: Michele è portatore di una colpa atavica, è il suo stesso status sociale di pastore a renderlo colpevole fino a prova contraria e il suo dramma che, inevitabilmente si compie come in una tragedia greca, consiste nel diventare veramente ciò che la giustizia si aspetta da lui, ciò che la giustizia possa pensare a priori di lui, ovvero di essere un bandito.

Quello che De Seta riesce a mostrare nel film non è solo la dura condizione di vita della popolazione, ma anche la distanza, la diversità di alcuni comportamenti: lo spettatore non può comprendere ma limitarsi ad accettare quelle regole di comportamento non scritte che spingono inesorabilmente un pastore, innocente o colpevole che sia, a darsi alla latitanza.

Comportamenti che De Seta non sta a giudicare perché in lui non è radicata la denuncia, l’accusa, ma la semplice constatazione. Ciò che a lui veramente interessa è l’essere umano, la sola cosa, come diceva Visconti, “che veramente colmi il fotogramma”.

E a tal proposito diverse sono le sequenze memorabili che il regista ci ha donato: la caccia all’uomo sugli aspri pendii della Barbagia, il gregge morente sulle rocce del Supramonte, bianco su bianco, “quasi un’immagine orientale del lutto”, il rito silenzioso della preparazione e della cottura del pane carasau, le tante immagini severe e dolci delle donne di Orgosolo, dell’arroganza dei carabinieri, della foga che stringe Michele, tutte immagini indelebili, fotografie senza tempo che rendono ancora oggi il film un’esperienza straordinaria, da non perdere e Vittorio De Seta il cineasta più innovativo del cinema italiano, una sorta di esploratore di sentieri che gli altri non hanno visto.

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