Umberto D: il punto più alto del neorealismo italiano

“I personaggi di Chaplin erano pensati perché noi li amassimo. A Umberto D. non interessa se lo amiamo o meno. Ed è per questo che lo amiamo”. (R. Ebert)

Umberto D, di Vittorio De Sica, soggetto e sceneggiatura di C.Zavattini, con Franco Battisti, Maria Pia Casilio, Lina Gennari, Memmo Carotenuto e il cane Napoleone (1952).

Un anziano ex impiegato statale arranca per arrivare a fine mese e pagare l’affitto della camera nella quale vive con il suo amatissimo cane. In chiaro contrasto con l’avida padrona di casa, Umberto ha un rapporto di affetto paterno, fatto di delicate attenzioni e complici sguardi con la ‘servetta’ Maria. Le difficoltà di sopravvivere in un Paese che va avanti come un treno incurante di chi resta sui binari e non riesce a salire alla stazione faranno piombare Umberto nella più cupa disperazione.

La vicenda si svolge in una Roma che brulica di vita ed energia ma che appare fredda e insensibile al destino di persone come Umberto, muta testimone di vecchie ingiustizie e nuovi egoismi. Al rigore e alla nettezza di Umberto preferisce e apre le porte a una nuova borghesia sfarzosa, salottiera, volgare, pavida e superficiale rappresentata dalla padrona di casa ma anche dal ‘commendatore’ o dal medico dell’ospedale. In una società che perde di vista i suoi figli, l’alternativa alla morte è l’espediente, la piccola prepotenza, la furberia.

Ma Umberto è portatore sano di valori di onestà e di dignità antichi e imprescindibili e non può degradare la propria integrità morale e intellettuale in alcun modo.

Umberto D è un film che tocca le corde dell’anima e non di un’emotività superficiale e fine a se stessa. È un film sulla solitudine e sulla disperazione; un film sull’amicizia tra due esseri soli, un film su un’ Italia che cerca di risollevarsi cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto (memorabile a tal proposito la stroncatura dell’allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti); è un film che mette in evidenza come in questa nuova Italia non ci sia spazio per i vecchi come Umberto (il passato) o i bambini come quelli nel parco (il futuro).

Magnifica la scena finale con Umberto e il suo cane che percorrono il viale alberato rischiarato dalla luce di un tramonto portatore di un ultimo inestinguibile anelito di vita mentre i bambini attraversano il viale, fuori fuoco: perché quel viale che Umberto percorre è quello di una vita che loro non conosceranno mai e che non gli apparterrà mai e che probabilmente non vorranno conoscere.

Un De Sica infinitamente bravo e delicato nel leggere e interpretare la sceneggiatura di Zavattini senza sentimentalismo o compatimento lasciando allo spettatore un capolavoro che resta impresso nella mente e nel cuore in modo indelebile.

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