L’odore della notte, di Claudio Caligari (Italia/1998)

di Girolamo Di Noto

In occasione del 25º anniversario dall’uscita nelle sale, ritorna al cinema, in una versione restaurata, L’odore della notte di Claudio Caligari, regista di culto, scomparso troppo presto, che nella sua breve carriera artistica – tre lungometraggi in 15 anni – pur vivendo ai margini del sistema cinematografico, nonostante non fosse avvezzo a compromessi, è riuscito a riversare la sua personalità complessa manifestando una libertà espressiva encomiabile, attraverso la dolcezza di chi – come ebbe a dire Valerio Mastandrea, per lui attore, produttore, amico – “riconosce la magia del cinema e delle persone che lo fanno. Con la stronza intelligenza di chi urlava il diritto al cinema da conoscere e da poter fare”. Protagonista indiscussa dei film di Caligari è sempre stata l’umanità dei margini, caratterizzata da personaggi imbarcati in qualcosa di storto per campare e con la galera socchiusa davanti.


Se nel precedente film, Amore tossico, il regista mette in risalto uno spaccato sulla tossicodipendenza, concentrandosi su un’umanità triste e disperata, in continua ricerca di una felicità tanto desiderata quanto ormai definitivamente perduta, ne L’odore della notte l’attenzione è sempre rivolta all’estrema periferia romana, resta focalizzata su un’umanità dilaniata dallo “svortare” e la necessità di una vita ordinaria, ma prende in esame la criminalità, la violenza brutale, la rabbia.
Liberamente ispirato al romanzo Le notti di Arancia Meccanica del giornalista Dido Sacchettoni, il film ricostruisce le gesta di quella che, tra il 1979 e il 1983, fu celebre a Roma come “la banda di Arancia Meccanica”, un gruppo di delinquenti che irrompeva nelle case dei ricchi, malmenava e terrorizzava i presenti e fuggiva con ricchi bottini.


Guidata dall’ex poliziotto Remo Guerra (Valerio Mastandrea), la banda agisce alla folle ricerca di un personalissimo riscatto sociale: semina il panico nella capitale assaltando i quartieri alti per semplice gusto di veder soffrire chi ha avuto più fortuna.
Caligari dà vita ad un film spiazzante e coraggioso, che è sì un poliziesco di borgata anni ’70, ma che ha il pregio – come le bellissime opere pregne di amarezza e disincanto del francese Melville – di essere introspettivo, non limitandosi solo a raffigurare la violenza con crudo realismo, ma scavando nell’animo di chi compie le rapine, svelando vizi privati delle vittime, giocando su vari registri, che spaziano dal noir proprio di registi come Lenzi e Di Leo, a squarci esistenziali pasoliniani, dall’amara ironia ad una vena grottesca.
Caligari sa raccontare con tono duro e rabbioso i colpi della banda, i violenti pestaggi ma anche, grazie alla voce narrante del protagonista, il disagio dei vari componenti, il loro carattere: c’è Maurizio (Marco Giallini), viveur da borgata, che compie rapine solo per sperperare i soldi tra donne e feste, c’è Roberto (Giorgio Tirabassi), il più defilato, in bilico tra disperazione e rassegnazione, incapace di sostenere tanta violenza senza fare i conti con la propria coscienza, c’è Marco detto ” il rozzo” (Emanuele Bevilacqua), truce picchiatore dall’infanzia difficile.

Ma su tutti domina Remo, poliziotto indisciplinato, abulico, schifato dall’ordine sociale, che vive secondo un proprio codice: rubare a volto scoperto ricchi borghesi e tirare a campare. Ha la faccia pulita e stralunata, non vuole avere a che fare con la politica, ma è diviso tra due pulsioni opposte: una confusa rabbia antisociale che lo spinge ad irrompere in casa d’altri urlando: “Un po’ di roba per me” e la ricerca di un’identità, come nella sequenza in cui prova diversi camuffamenti davanti a un autoscatto. Remo è un cattivo senza redenzione che ricorda il Travis di Taxi driver non solo per le citazioni del film di Scorsese presenti nell’opera di Caligari, come nella sequenza in cui Remo punta la pistola davanti ad uno specchio o quando rovescia la tv con un calcio, qui però prendendo di mira il balletto televisivo di Heather Parisi che canta Cicale, ma anche perché entrambi vengono dal corpo militare, ma va sottolineata anche la vicinanza del protagonista con Michel, il ladro di Pickpocket di Bresson, schiavo del proprio vizio: la rapina sembra quasi diventare una dipendenza, soprattutto quando la voce narrante la descrive come un “sudore malato che ti resta addosso per tutto il tempo e se ne va solo quando hai finito il colpo”.


Remo si sente invincibile dopo una rapina, “libero, ma la mia era una libertà avvelenata “, ha una malinconia che lo avvolge che lo fa assomigliare agli eroi esistenziali come i Delon e i Belmondo del polar francese degli anni ’60, si muove come sonnambulo, ha lo sguardo sfuggente.
Caligari è straordinario nel raccogliere la rabbia di una generazione, nel raccontare alla maniera di Pasolini la periferia che mangia polvere, le solitudini, i sogni spezzati, ma non si limita al ritratto dei giovani di borgata senza speranza, né futuro, né posto nella società, ma affonda la lama anche sui vizi dei borghesi, svelando tresche extraconiugali, hashish a cui non viene dato nessun accenno nelle notizie sui giornali, soffermandosi inoltre sulle reazioni delle vittime: chi spaventato si arrende, chi grida aiuto, chi è sfrontato e reagisce, chi comprende o fa finta di aiutare, chi è costretto a cantare pur di aver salva la vita. Su queste due ultime reazioni si concentra maggiormente Caligari: celeberrima, in tal senso, è la sequenza della rapina in casa di Little Tony, che nel film impersona sé stesso.

Giallini che intima Little Tony a cantargli Cuore matto mentre è in corso la rapina nella sua casa è già di per sé cult, ma se poi aggiungiamo la battuta: “No a’ Toni, nun se semo capiti, me devi fa’ pure er basso”, invitandolo, in un momento critico, anche ad un arrangiamento musicale improvvisato, qui stiamo di fronte allo sberleffo puro, alla libertà espressiva di un regista che sa di rischiare cadendo nella parodia, ma che è anche consapevole di saper padroneggiare la sua arte, dicendo e facendo quello che gli pare.
Non ha poi peli sulla lingua quando affronta la politica in un’altra scena importante, quella della rapina nella casa di un politico democristiano, sorpreso a tavola mentre cena con un rappresentante del clero e altri commensali. Ad emergere è in questo caso la mentalità clientelare che fa dire al deputato: “Voi fate questo perché non avete lavoro, ma io voglio dare un lavoro a quelli come voi”, seguito da uno dei commensali che dice: “Ma sì, ti trova un posto di quelli dove non devi fare niente, solo timbrare il cartellino e a fine mese ritirare lo stipendio”.


Bastano poche battute, pochi frammenti di immagini a Caligari per offrire un ritratto spietato della capitale nei primi anni ’80: Roma non è altro che “una cagna in mezzo ai maiali”, come canterà De Gregori in una celebre canzone, luogo rappresentativo di una “laida e meschina Italietta”, come scriverà Caproni, popolata da “Loro, / che dentro son più tristi/ dei più tristi eversori”.

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