Taxi Driver, di Martin Scorsese (USA 1976)

di Girolamo Di Noto

Molti film possono accompagnare la nostra vita, ma solo pochi ti conquistano perché hanno un’epica, un mondo dietro di sé.

Il fascino e la forza di Taxi Driver di Martin Scorsese non nascono soltanto dalla sceneggiatura penetrante di Paul Schrader, dalla morbida e accattivante fotografia di Michael Chapman, dalla memorabile e purtroppo ultima colonna sonora di Bernard Hermann, dalla sapiente regia di Scorsese che infonde uno stile iperrealista al film, quanto dalla straordinaria forza plastica del protagonista rappresentato, un “uomo del sottosuolo”, l’essere anonimo finito nel nulla della città, un uomo solitario e dimenticato che deve disperatamente provare di essere vivo.

Travis Bickle (interpretato da un Robert De Niro in stato di grazia) è un ex marine reduce dal Vietnam, che soffre di un’insonnia cronica che lo porta a lavorare come tassista notturno a New York, mentre di giorno riempie il tempo libero guardando film porno in squallidi cinema a luci rosse. La sua vita è fatta di poche cose. Qualche sera si trova al bar con i colleghi, una vita affetta dalle solite abitudini, nessun guizzo di cambiamento. I clienti che Travis porta nel suo taxi si fanno accompagnare al bar più vicino, al cinema per vedere l’ennesimo porno, dall’amante. Annoiato, alienato da un mondo che vede passare davanti a lui attraverso lo specchietto retrovisore, Travis cerca di reinserirsi, trovando, però, una società che non gli presta attenzione, presa a correre chi sa dove. Come il protagonista de ‘La Nausea’ di Sartre, Antoine Roquentin, anche Travis decide di “tenere un diario per vederci chiaro”, ma col passare dei giorni si rende sempre più conto di essere solo, assuefatto da una realtà nella quale prova a vivere, ma che lo fa solo galleggiare da un’azione all’altra senza la minima soddisfazione personale.

Non è un essere spregevole, ma uno che vive calato in una condizione di estraneità. Travis è nessuno e vuole diventare qualcuno. È l’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, che vive nella sua tana, in balìa di un senso di vuoto, alla ricerca di uno scopo. Schivo, solitario, un po’ scontroso, non sa esattamente cosa vuole, ma conosce ciò che lo disturba. Nei suoi vagabondaggi notturni, Travis è disgustato dal sozzume che lo circonda, dalla violenza sempre presente. Nessun film ha dipinto New York con toni più foschi: è “una città senza cielo”, popolata da gente che muore senza un perché, da cumuli di spazzatura affastellati lungo i marciapiedi, da papponi che sfruttano minorenni. “Questo è un inferno”, dice spesso il protagonista, riferendosi alla metropoli desolante. New York è spesso inquadrata attraverso il parabrezza bagnato e lo specchietto retrovisore che non fanno altro che riprendere figure vaganti, “vengono fuori gli animali più strani la notte”, come drogati, sfruttatori, prostitute, ma anche solitari alla ricerca di brandelli di felicità. In tutta questa melma un giorno scorge una figura femminile eterea: quella di Betsy (interpretata da Cybill Shepherd).

La ragazza rappresenta l’ideale di bellezza della buona borghesia americana, è una donna impegnata e lavora alla campagna elettorale del senatore Palantine. Travis la pedina, comincia a corteggiarla e lei inizialmente si dimostra catturata da lui, ma al suo primo vero appuntamento Travis mette in atto le sue debolezze invitando la ragazza in un cinema a vedere un film porno. Betsy disgustata non vorrà più vederlo e il suo rifiuto, prima ancora di gettare Travis nello sconforto, lo renderà sorpreso e meravigliato. Quel che ha sempre spiazzato lo spettatore nel vedere la scena del primo appuntamento in un cinema a luci rosse è l’ingenuità di Travis ma soprattutto il suo stupore di fronte alla più che giustificata reazione della ragazza. Travis non si pone il problema di cosa potesse pensare la persona al suo fianco, non vede una stranezza nel suo gesto perché semplicemente rientra in una sua routine.

Meta fissa delle sue giornate solitarie, quel cinema diventa l’escamotage per distrarsi dalla sua insonnia, il porno è l’unica forma di sessualità che si concede ed è talmente alienato che un film del genere appare ai suoi occhi come un qualunque film da proporre per una serata romantica. Cerca in un rapporto affettivo la risposta alle sue domande, ma è incapace di andare oltre il suo microcosmo.

Il fallimento con la ragazza spinge Travis a ricercare un altro modo per emergere dalla quotidianità e quando la prostituta Iris (la giovanissima Jodie Foster) si infila una notte nel suo taxi, cercando di sfuggire al suo protettore, diventa ossessionato dall’idea di salvarla. Il suo fragile equilibrio crolla e decide un’azione drastica e violenta, che avrà esiti impensati.

Scorsese ha avuto il dono di rappresentare e restituirci la vita di questo straordinario personaggio nella sua propria grandezza naturale. Un uomo solo che si muove in un contesto infernale come un angelo vendicatore, come un antieroe emarginato, che non è riuscito a diventare niente: né buono né cattivo, né furfante né onesto, né eroe né insetto. L’immagine splendida del taxi che fuoriesce dalla nebbia e il dettaglio degli occhi di De Niro che guardano a destra e a sinistra, illuminati dai neon rossi e blu della strada, non solo è un esempio di stile e degna inquadratura da manuale del cinema, ma è anche una perfetta sintesi di una vita alla ricerca di una direzione, di un senso, ossessionata da quella che avrebbe dovuto essere, tormentata da quella che non è stata.

Film che incide così profondamente nel cuore, da restarvi per sempre.


 

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