di Girolamo Di Noto

“Gli uomini vagano inquieti come tante foglie al vento per quello che sanno e per quello che non sanno”.
I grandi artisti – sosteneva Godard – “si distinguono probabilmente per il fatto che non si può pronunciare il loro nome senza che diventi impossibile spiegare in un altro modo la miriade di sensazioni e di emozioni che ci sopraffanno in certe circostanze eccezionali”.
Beethoven, ad esempio, è impossibile non accostarlo sotto le stelle, così come Balzac da Montmartre. Quando si pensa al grande regista svedese Ingmar Bergman il riferimento più evidente è nei primi piani dei volti di uomini, donne che non fanno altro che esprimere l’ansia del dubbio, un perpetuo stato di crisi esistenziale, una rivolta contro un’autorità assoluta che di volta in volta può assumere le sembianze di Dio, degli uomini, dell’istituzione del matrimonio.

La fontana della vergine, come altri capolavori del regista, racchiude i dilemmi interiori dell’uomo, la continua ricerca di Dio, contiene violenza, rabbia, inquietudine, ma soprattutto mantiene forte e indissolubile quella presa di coscienza del travaglio, che in questo film è molto presente e lo sarà ancora di più nei film successivi come Luci d’inverno e Come in uno specchio, tra fede e dubbio che tanto attanaglia l’uomo, desideroso di conoscere la volontà di Dio ma tormentato allo stesso tempo del suo silenzio, della sua assenza.

Ispirato ad una leggenda nordica del XIV secolo, il film racconta la storia di tre pastori ( Düberg, Isedal e Porath ) che, nella Svezia del Medioevo, violentano e uccidono una ragazza ( Petterson ) per poi cercare ospitalità dai genitori di lei( von Sydow e Valberg)i quali, scoperto l’accaduto, li uccidono.

Maestro nel dare vita alle introspezioni psicologiche, straordinario nel riuscire a mostrare all’esterno il paesaggio dell’anima, Bergman è stato capace di rendere per immagini quello che aveva da dire, è stato abile nel ridurre al minimo i dialoghi per rendere visibile l’invisibile, il trascendente, ma anche il non mostrabile come può essere l’efferato e inqualificabile gesto della violenza.

Per Bergman i volti erano tutto. Attraverso laceranti primi piani scopriamo l’angoscia di Ingeri ( Lindblom ), la serva adottata dalla famiglia, che mostra tutto il suo rancore velenoso che si porta dentro per una gravidanza non voluta, attraverso l’immagine, grazie anche alla splendida fotografia di Sven Nykvist, ci facciamo carico di tutto l’odio, lo strazio, il furore biblico del padre nei confronti di chi ha commesso il male e tutta l’azione di preparazione per la vendetta è mostrata in fotogrammi memorabili, come lo sradicamento dell’albero di betulla, il coltello della vendetta piantato sul tavolo, il rituale dell’aspersione con l’acqua purificata.

Nel saggio Al cinema pubblicato sulla rivista “Arts” nel 1926, Virginia Woolf auspicava che il cinema fosse in grado di “far vedere il pensiero”, potesse mostrare le emozioni mescolarsi e influenzarsi a vicenda.

Bergman prenderà alla lettera questo auspicio e svilupperà uno stile che si misura con l’interioritá umana. Come mostrare l’angoscia, le battaglie del cuore e della mente, la lacerazione dell’anima, il divino, il Bene e il Male, in che modo ” far vedere il pensiero”?

Il regista svedese mette innanzitutto a contrasto sacro e profano, ragione e passione: si invoca Odino e si prega Dio in un’altra parte della casa, si è cristiani al punto da far portare i ceri alla Madonna dalla propria figlia vergine ma si è vendicativi e di una brutalità primordiale quando arriva il momento di farsi giustizia. Bergman gioca sul chiaroscuro, specchio stilistico dell’anima, mostra sguardi carichi d’odio e sorrisi innocenti, mette in risalto la tranquilla luminosità del villaggio con la selvaggia oscurità del bosco, richiama l’attenzione su dettagli significativi come il corvo premonitore di disgrazia, il rospo che insozza il pane, il volto infido di un guardiano, i denti marci dei pastori, il collo candido della ragazza.

Quando non fa vedere il pensiero, Bergman esalta la parola, mette in primo piano l’uomo che pone domande destinate a restare senza risposta. Significativo, in tal senso, è il monologo del padre di Karin, disperato e rabbioso verso un Dio assente e silenzioso: “Ma tu vedi? Dio, tu vedi? Vedi la morte di un’innocente, vedi la mia vendetta e non l’hai impedito! Io non ti capisco, io non ti capisco!”.

Perché Dio ha permesso tutta questa violenza? Perché ha consentito l’esplosione selvaggia, ferina dei pastori nei confronti di una fanciulla candida e piena di vita, perché non ha fermato la mano di Tore quando nel vendicarsi dei pastori ha ucciso anche un bambino innocente?

Premio Oscar come miglior film straniero nel 1961, La fontana della vergine è tuttavia uno dei film più ricchi di speranza del regista: è vero che Dio viene rifiutato dalla serva, è vero che non si riescono a dare delle risposte a delle situazioni contraddittorie, eppure il film è una delle poche opere del regista in cui Dio si manifesta, come sottolinea la fonte dell’acqua purificatrice che sorge nel punto esatto dove si è verificata la violenza. Dio sembra concedersi solo dopo l’atto violento, solo dopo il dolore e la disperazione del padre condurrà alla promessa di un’espiazione.

Un’opera più aperta alla speranza, una saga medievale di sangue e miracolo che, come per tutti i grandi registi, non troverà appagamento e risposte definitive, anzi, darà vita – nelle opere successive – ad una continua e incessante ricerca di Dio, che porterà a tormenti e ad illusorie vittorie, una ricerca guidata da una curiosità insaziabile e dal genio creativo di un uomo che ha cercato di trovare un senso alla vita e alle sue innumerevoli contraddizioni.
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