Bona, di Lino Brocka (Filippine/1980)

di Girolamo Di Noto

La sottomissione femminile all’interno di una società patriarcale come quella filippina è il tema che attraversa Bona, il film diretto da Lino Brocka, che narra la storia di una studentessa della piccola borghesia filippina, Bona (Nora Aunor), che si invaghisce di Gardo (Philip Salvador), attore di B-movies, narcisista e donnaiolo. La violenza che si abbatte sulla ragazza quando suo padre scopre che i due hanno trascorso la notte insieme, spinge Bona ad abbandonare la famiglia per trasferirsi da Gardo. Completamente soggiogata dall’attore, finirà per fargli da serva e da madre. Fino al sorprendente epilogo, che spiazzerà lo spettatore, coinvolgendolo in una storia intrisa di vendetta e solitudine.

Se è vero che l’amore cieco e non corrisposto del personaggio ha legami con quello del protagonista del film di Truffaut Adele H., l’intenzione del regista va oltre l’ossessione amorosa. Al centro dell’opera, Brocka mette in evidenza soprattutto il patriarcato per denunciare, attraverso immagini allegoriche ma anche crude e realistiche, la violenza e l’alienazione sotto le leggi marziali del dittatore Marcus, la sottomissione presente in un sistema in cui la repressione è la modalità dominante.

La grandezza del cinema di Brocka sta nell’aver raccontato il disordine, la sopraffazione della realtà filippina e nell’aver trasmesso questo vigore disperato della baraccopoli ai suoi personaggi che, a partire dai protagonisti fino ad arrivare alle comparse, sembrano non avere vie d’uscita, si illudono, inseguono piccoli miraggi, vanno a sbattere pesantemente contro di essi e non si risollevano se non attraverso bevute e canti liberatori, finendo col risvegliarsi – dopo la sbornia – più poveri di prima, senza dignità e surclassati da un destino infelice che non lascia tregua.

Come Manila negli artigli della luce si apre con le prime immagini di una città che si avvia al lavoro e Insiang con la crudele scena che mostra come i maiali vengono sgozzati e poi scuoiati in un’inarrestabile e mostruosa catena di montaggio, anche Bona – seguendo all’inizio il taglio documentaristico – si apre con una scena che riprende una massa di devoti che celebrano la Festa del Nazareno Nero trascinato in processione. Questa inquadratura totale man mano Brocka la stringe fino a distinguere il volto felicemente raggiante di Bona, che vedremo poi impegnata, nella scena successiva, a seguire sul set il suo idolo, pronta ad intervenire per qualsiasi situazione.

Fin dai primi minuti si avverte già quel senso di adulazione che caratterizzerà tutto il film e che all’inizio è suggerito dal parallelismo tra il culto religioso e quello cinematografico. Quella di Bona è un’inspiegabile devozione verso un idolo che si fatica a comprendere: Gardo non è un attore affermato, ha fatto di tutto, dal canto al porno, senza successo: non è ricco, è vanitoso, ubriacone e donnaiolo. È immaturo dal sembrare un bambino petulante che ha sempre costantemente bisogno di attenzione, eppure Bona lo segue ovunque, gli lucida le scarpe, cucina, pulisce la casa, va a prendere l’acqua.

Come Catherine di Washington Square di Henry James, rinuncia a tutto solo per il suo amante di basso livello, così Bona trascura la sua famiglia, non ricambia l’amore genuino di Nilo (Nandind Josef), un vicino di Gardo che è forse l’unico a saperla apprezzare come persona, è costretta a lasciare la casa paterna per andare a vivere con lui, che la tratta come una serva e a volte – a seguito dei suoi deliri alcolici – come mamma.

Diverse sono le scene che vedono Gardo regredire a uno stadio infantile: vuole essere coccolato, viziato e Bona non esita a farsi trovare pronta con gesti istintivi da madre, come nella sequenza in cui strofina e insapona il corpo di Gardo mentre fa il bagno caldo, oppure quando viene scambiata dall’uomo – delirante dopo essere stato picchiato – per la madre morta qualche anno prima.

Come si è detto, i personaggi di Brocka non sanno dove andare, ma sembrano nuotare stagnanti in un’acqua immobile, statica: il padre e il fratello di Bona restano immobili nelle loro azioni dettate dalle strutture patriarcali; Gardo pur ricevendo cura, non impara a prendersi cura di sé stesso mettendosi sempre nei guai; la gente degli slum non si scrolla di dosso la povertà, mentre Bona, quasi ipnotizzata dalla sua generosità estrema, non riesce a scuotere via la sua ossessione, convivendo con una triste solitudine che emerge soprattutto nelle scene in cui Gardo è in presenza di altre donne. Se in alcune sequenze Bona trova la forza di affrontarle – a parole, rincorrendole con la scopa, spingendole in acqua – in una in particolare resta a guardare impotente, come nella struggente scena in cui Gardo e una ragazza si appartano in un motel e lei rimane a fissare la porta, con la musica da discoteca che suona dietro di lei.

Un altro elemento dominante del film è l’acqua, che viene inserita nei vari contesti del film apportando molteplici significati: il primo incontro tra i due protagonisti avviene durante un acquazzone, il bagno caldo come metafora delle cure materne che Gardo non ha avuto abbastanza, ma soprattutto l’acqua si delinea come elemento o troppo presente, come nel caso di una pioggia alluvionale che porta disagio ma anche un piccolo barlume di felicità nei bambini che la utilizzano come mare per le loro semplici barchette di carta, o assente dalle case perché prive di un impianto idraulico e che costringe le persone a mettersi pazientemente in fila per riempire secchi, indispensabili per vivere.

Presentato a Cannes nel 1981 alla Quinzaine des Réalisateurs e riscoperto al Cinema Ritrovato di Bologna, Bona è un film da non perdere perché sa coniugare il ritratto di una donna completamente soggiogata ad un uomo, al caos di una società ormai alla deriva, in cui salgono agli onori della cronaca non solo strade disseminate di spazzatura, fangose e invase dall’acqua, ma anche il disordine spirituale, la deriva etica, ben sintetizzati nella scena che inquadra nello stesso spiazzo la celebrazione di una messa e un gruppo di persone ubriache che cantano e bevono. Un film imperdibile, straziante ritratto di una società alle prese con il turbamento dell’attrazione e il vuoto che ne consegue, degno esempio di una promessa irrealizzabile di felicità.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑