Canicola, di Ulrich Seidl (Austria/2001)

di Girolamo Di Noto

Se esiste un compito che può avere un regista oggi, è quello di dare un’interpretazione del mondo contemporaneo, una lettura che vada oltre il significato superficiale di quello che vede. Non si tratta solo di documentare il presente o di raccontarlo, ma anche di creare una propria visione, far “vedere le cose”, dirigere la propria attenzione sull’essenziale. Ulrich Seidl, uno dei registi più irriverenti e discussi degli anni Duemila, con Canicola, Gran Premio della Giuria a Venezia 2001, dà vita ad un mondo reale che tocca abissi di sgradevolezza, porta sullo schermo il sottile orrore della società contemporanea, reso ancora più disturbante ed efficace perché rivela immagini sgradevoli che da una società ordinata e opulenta come quella austriaca non ci si aspetterebbe mai di trovare.

Per nulla considerato un “fotografo di matrimoni”, Seidl, come del resto il connazionale Haneke, non ama scendere a compromessi, non vuole piacere, vuole dare fastidi,o ma le sue provocazioni non sono fine a se stesse o gratuite come quelle di Lars Von Trier, ma nascono dall’esigenza di raccontare nient’altro che “quella grandiosa umiliazione che è la vita”. “Cosa c’è da raccontare sulla felicità? La vita non tratta della felicità, al massimo tratta della ricerca di essa e dalla delusione nel riconoscere che è pressoché impossibile da raggiungere! “.

Maestro nel raccontare un’umanità profonda e dolente, Seidl intreccia in un weekend di agosto, nella periferia assolata di Vienna, sei storie di infelicità, violenza e solitudine. Ci sono due giovani fidanzati che finiscono sempre per litigare e insultarsi, una coppia di separati in casa alle prese con la tragica morte della loro figlia, un vigilante che passa il tempo in giro a cercare di vendere sistemi d’allarme e a scovare i responsabili degli atti di vandalismo che accadono nel quartiere, c’è un ingegnere in pensione, scrupoloso per ogni cosa, che cerca le grazie della domestica, una maestra umiliata dall’amante di una sera e infine c’è Anna, una ragazza logorroica che ama fare l’autostop e manda ogni volta in crisi con le sue osservazioni senza filtro e le sue domande impertinenti chi le dà un passaggio.

Mescolando attori professionisti e non, il regista austriaco offre il ritratto di un’umanità bistrattata, deviata, chiusa in se stessa ma anche sola e bisognosa d’affetto. Tutti i personaggi sono soli senza la possibilità di nascondersi, si rincorrono nella speranza di trovare comprensione, sostegno, sicurezza ma alla fine ottengono solo cattiveria e frustrazione. Seidl sparpaglia queste solitudini lungo le strade di una periferia composta solo di centri commerciali o in paesaggi desolanti come un parcheggio vuoto o in interni asettici, poco confortevoli in cui si vive appieno l’alienazione, la deriva, il profondo malessere.

Canicola è un film disturbante perché mostra la follia nella normalità, l’orrore nella routine e ottiene questo effetto perturbante impiegando non solo personaggi alienanti in luoghi apparentemente quieti, ma anche oggetti utilizzati in azioni discordanti dall’uso comune, destituiti di senso: degna di considerazione, ad esempio, la sequenza della palla da tennis che il papà disperato fa rimbalzare in casa in modo maniacale, la piscina vuota in cui lo stesso personaggio gioca a tennis contro la parete oppure l’automobile del fidanzato geloso che gira su se stessa o la candela accesa infilata nel sedere di un uomo repellente.

Seidl mette in mostra corpi carichi di tristezza, smunti, flaccidi, grassi, poco fotogenici, corpi sfatti a cuocersi al sole, un sole che non può scaldare dentro e che non fa altro che rendere tutto più irritabile, accentuando le frustrazioni. Canicola disturba non perché mostra mostri o demoni o foto di guerre e carestie, ma perché ritrae immagini come tante altre della nostra quotidianità, che la società maschera sotto il velo dell’ipocrisia e dell’opulenza, “persone normalissime che potete trovare in qualunque parte del mondo tra supermercati e fortezze unifamiliari”. Dietro la cornice di villette a schiera linde e anonime, dietro giardini curati in modo maniacale ma svuotati dalla componente umana si dipanano storie di disperazione, all’insegna della meschinità e della depravazione, nelle quali le parole sono usate per ferire, il sesso per umiliare, le violenze per dominare.

Come nei romanzi di Thomas Bernhard qui non c’è possibilità di redenzione, ma quello che emerge dai comportamenti dei personaggi non è che il gesto ossessivo, meccanico, che non tradisce nessuna emozione: il sesso, ad esempio, non riporta tracce d’amore, è utilizzato come valvola di sfogo per distrarsi dalla disperazione, non può prescindere da un ruolo da interpretare, come nel caso dell’anziano ingegnere che “rivede” la moglie morta nell’anziana domestica, oppure è semplicemente sciorinato dalla logorroica ragazza nei risultati del sondaggio sulle posizioni preferite durante gli amplessi dagli austriaci.

Persino parlarsi diventa un’impresa impossibile. Le bruciature presenti sul volto della maestra non sono che le conseguenze del fallimento di ogni tentativo di ricerca di un contatto umano. In questo girone infernale che si trova alle porte di Vienna ad emergere, oltre alla solitudine, è l’attesa, un’attesa come se non ci fosse più niente da fare, solo la volontà di non compiere nulla. Il padre che ha perso la figlia ed è separato in casa sembra uscito da una pièce di Beckett: che cosa o chi attende?

Canicola è un ritratto non scontato sull’infelicità, disperatamente brutale come alcuni film di Lanthimos, di una cupezza feroce come Salò di Pasolini, anche se il film di Seidl sembra fermarsi un attimo prima della rappresentazione della tragedia. Salò mette in scena la morte, in Canicola la vita è la morte al lavoro ogni giorno. Ciò che scandalizza in questo film non sono tanto le scene di sesso esplicito o quella in cui un personaggio è costretto a cantare l’inno austriaco con una candela ficcata nell’ano, ma quella rassegnazione che abbraccia tutti, il dover convivere senza l’impossibilità di farsi del male.

Maestro della tragedia “che non accade mai pur essendo sul punto di accadere”, Seidl racconta storie di solitudine avvicinandosi ai modelli di America oggi di Altman, a Kaurismaki, senza l’ironia di fondo del regista finlandese e strizzando l’occhio anche a certe opere di Ciprì e Maresco per lo squallore delle vite dei personaggi, per la loro deriva esistenziale e aridità dei sentimenti. Se però nei lavori dei due registi siciliani lo scenario è quello di una Palermo degradata, di edifici fatiscenti, di immondezzai e discariche, in Seidl a fare da sfondo è la periferia di una Vienna anonima, vera cornice della disumanizzazione più esasperata.

Cinema disperato, non per tutti i gusti, che va oltre il limite del disumano: il racconto di una disgregata combriccola di persone solitarie, alcune depresse e rassegnate, altre dileggiate ed esposte a gelosie e a vendette frustranti che trova in un’immagine significativa la più efficace rappresentazione: un’altalena che dondola, un uomo e una donna persi in uno sconsolato sguardo verso il vuoto, testimonianza del baratro in cui sono sprofondati.

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