di Giuseppe Bonaccorsi

Con Nicholas Hoult, Zoey Deutch, Toni Collette, Chris Messina, J.K.Simmons, Kiefer Sutherland, Cedric Yarbrough, Gabriel Basso, …
In quella landa semidesolata che è Hollywood, da qualche tempo popolata unicamente da sequel scarsamente ispirati, a portare una ventata di freschezza ci pensa un giovane regista 94enne di nome Clint Eastwood.
Eastwood è sempre stato incline ad una regia asciutta, una trama secca e semplice, senza inutili orpelli, che arrivi dritta al punto, al nocciolo della questione, ad affrontare di petto la tematica che vuole trattare di volta in volta.
“Mystic River”, “Million dollar baby”, “Changeling”, “Gran Torino”, “American Sniper”, “Sully” e Il dittittico sulla guerra “Flags of our Fathers” – “Lettere da Iwo-Jima” condividono una narrazione schietta e aperta, diretta quasi al punto da essere sopportata a stento dallo spettatore…in alcuni casi è presente una presa di posizione del regista rispetto al tema trattato, ma Clint non sale mai in cattedra, non ha la pretesa di insegnare qualcosa o di essere portatore di verità dogmatiche inconfutabili. No.
Clint chiama sempre il suo pubblico ad una partecipazione attiva al suo film, direi catartica, lo porta ad empatizzare col protagonista, a comprendere le ragioni delle sue scelte, ma non gliele giustifica, piuttosto mette in scena una delle possibili soluzioni e pone sempre lo stesso interrogativo: “e tu, al suo posto, che cosa avresti fatto? che scelta avresti effettuato? a quale prezzo?”
Questo “Juror #2” non fa eccezione.
Il film pone un dilemma etico-personale in primo luogo, all’interno di una narrazione volta a scoprire, o meglio cercare, quel rapporto complicato, sempre che esista, tra Verità e Giustizia.
“La Verità non è sempre Giustizia”
Questa è la frase che rappresenterà certamente questo film nei dibattiti futuri, ma per comprenderne l’importanza bisogna riassumere brevemente la trama.

Justin (interessante il gioco di parole con “Justice”) è un ex alcolista. Lui e la moglie sono in attesa di un bambino: lei è al terzo trimestre di una gravidanza a rischio, poiché un anno prima avevano perso due gemelli.
Proprio in quel periodo, un anno prima del tempo in cui si svolge la storia, Justin si era recato in un bar a Savannah in preda ai suoi pensieri, in Georgia, aveva ordinato un superalcolico, ma non aveva ceduto alla tentazione di consumarlo ed era uscito, durante la tempesta, per tornare a casa.
Nel tragitto, sotto la pioggia battente e con scarsa visibilità, mentre guardava il cellulare alla guida(comportamento che costituisce colpa grave), sentì un rumore e si rese conto di aver investito qualcosa: probabilmente un cervo, come suggerivano i segnali di pericolo sulla strada, ma non vide nulla perché l’animale era probabilmente stato sbalzato dall’urto al di là delle transenne della strada, nel ruscello sottostante.

Quella stessa sera, nello stesso bar, una coppia litigava furiosamente: lui, James Sythe, che poi scopriremo essere un criminale recidivo, spinse la ragazza, tanto che lei uscì per tornare a casa da sola a piedi. Anche lui uscì, prese la macchina e andò nella direzione opposta.
Lo spettatore a questo punto sa già tutto: Justin, colpevole di guida pericolosa dato che guardava il cellulare mentre era al volante, investì Kendall, la ragazza che poi verrà trovata morta nel ruscello in basso rispetto alla strada.
Tornando al presente, un anno dopo questi eventi, il caso vuole che Justin sia estratto a sorte per ricoprire il ruolo di Giurato nel processo contro James Sythe, pregiudicato, accusato di aver ucciso la sua fidanzata Kendall Carter e di averla fatta precipitare nel ruscello per occultare il corpo.
Justin scopre di essere lui la causa della morte della ragazza solo una volta entrato a far parte della Giuria, dato che fino a quel momento era convinto di aver investito un cervo.
Il legal-thriller è in questo caso formalmente un “giallo del mistero svelato”: l’espediente serve solitamente allo scrittore o al regista per fare empatizzare maggiormente il pubblico con le sensazioni provate dal detective, ma non in questo caso.

A questo punto della storia, quello che sarebbe dovuto essere un legal thriller diventa la rappresentazione esterna, metaforica, del dilemma interiore del protagonista.
La giuria della quale Justin (chiaro e ricercato anche il gioco di parole con “Justice”) è chiamato a far parte rappresenta il tribunale interno al protagonista, il tribunale della sua coscienza.
Justin/Justice è chiamato a giudicare sé stesso nella maniera più oggettiva possibile e ogni scelta avrà un prezzo.
Se Justin tace, sarà salvo: la giuria condannerà facilmente all’unanimità un pregiudicato, e il caso non sarà mai più aperto. La Verità non verrà mai a galla…ma dovrà convivere per sempre col rimorso interiore di aver lasciato condannare una persona, un criminale, sì, ma per un reato (omicidio volontario) che quest’ultimo non aveva commesso.
Se Justin confessa, nessuno crederà mai alla sua Verità: tutti penserebbero che lui aveva bevuto e che guidando in stato di ebbrezza (autoindotto) avesse, per questo motivo, investito la donna senza accorgersene.
La Verità processuale verrebbe sì a galla…ma porterebbe ad una condanna durissima una persona che era già sofferente e che non si era accorta dell’accaduto per la pioggia (che probabilmente causò anche il mancato soccorso), oltre che per la guida pericolosa dato che comunque controllava il cellulare alla guida, e ciò lo rende colpevole in ogni caso.
Clint non ne fa nemmeno lontanamente una questione di “imputabilità giuridica” o meno, e scopre le carte sin dal principio: confessare la verità vuol dire che una persona che ha commesso magari un solo errore nella vita pagherà un prezzo molto più alto di quello dovuto (andrebbe comunque in carcere e non vedrebbe il bambino nascituro)/ non confessare significherebbe vivere nel rimorso di aver condannato una persona, sebbene criminale recidivo, per un omicidio che non ha commesso.

Durante il processo, un giurato ex poliziotto indaga per suo conto, trovando i modelli di auto riparate dopo la data dell’incidente automobilistico, una delle quali appartiene ovviamente a Justin, che lascia abilmente recusare l’ex poliziotto proprio perché indagare per proprio conto non è attività permessa ad un giurato.
Anche l’avvocatessa dell’accusa, leggendo i modelli delle auto e sapendo dove si trovava Justin la sera della morte di Kendall, iniziò ad avere dei dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, ma non li esternò, avendo bisogno di portare a termine la causa con un successo, perché utile alla nomina a Procuratore Distrettuale.
Dopo vari tentativi di Justin di pilotare la Giuria e ottenere un verdetto di innocenza all’unanimità, dato che la condanna dovrebbe avvenire solo se le prove indicano la colpevolezza dell’imputato “al di là di ogni ragionevole dubbio”…si passa con uno stacco repentino alla lettura del verdetto in aula.
La giuria giudica l’imputato: Colpevole.
Capiamo tutti che Justin, alle strette, abbia ceduto e si sia piegato all’emissione di un verdetto di colpevolezza.
Uscendo dal tribunale l’avvocatessa dell’accusa affronta comunque Justin, il quale le dice “La Verità non è sempre Giustizia”, riferendosi alla verità processuale.
La donna non dice niente, ma, dopo essersi insediata come Procuratore Distrettuale, si presenta a suonare il campanello a casa di Justin.
Il film si chiude con l’ultima inquadratura di loro due che si guardano negli occhi, sulla soglia della porta.

Come accennato prima, Clint non dà lezioni, offre solo uno spunto di riflessione: in questa vicenda compiono tutti scelte ambigue e sono tutti personaggi discutibili (o “scelte discutibili” e “personaggi ambigui”, vedete voi): Justin chiaramente non dice la Verità, ma tutti sappiamo che la sua Verità verrebbe equivocata e pagherebbe molto più del dovuto; ma anche l’avvocatessa dell’accusa omette i suoi dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, solo perché esporli (che sarebbe però un suo preciso dovere) metterebbe a repentaglio la promozione. Anche gli altri giurati votano secondo le proprie convinzioni personali maturate in passato e non secondo le prove esaminate realmente.
L’ultimo (e spero sempre che non sia l’ultimo in assoluto) film di Eastwood è un’opera intimista: esamina il difficile rapporto tra Etica, Verità (e il rapporto di questa con la “verità processuale”) e Giustizia.
“Giurato numero 2” prosegue nel solco di legal-drama “da camera”: film come “La parola ai giurati” (12 Angry Men), opera prima di importanza fondamentale di Sidney Lumet del 1957, o legal-thriller come “la Giuria” (Runaway Jury) di Gary Fleder, del 2003. Ma il film di Eastwood riguarda più il dramma etico-morale personale, lasciando solo sullo sfondo una critica all’amministrazione della giustizia nel sistema americano, pur facendo trasparire la considerazione che pilotare una giuria sia a volte davvero troppo facile…e altre volte addirittura troppo difficile, se ci sono pregiudizi da scardinare: anche la tattica di Justin di far leva sul “ragionevole dubbio” per fare assolvere James Sythe, fallisce di fronte alle convinzioni e ai pregiudizi dei colleghi di giuria.
A ben vedere “Giurato numero 2” è per molti versi e temi trattati lo specchio di “Mystic River”, dello stesso regista.
In “Mystic River” una persona innocente, ma strana, segnata da traumi del passato, paga con la vita per mano di un criminale, che lo scambia per colpevole e lo fa “giustiziare”…
Nel film “Juror #2” un colpevole, che deve giudicare sé stesso metaforicamente, la fa quasi franca autoassolvendosi moralmente, rispetto ad un criminale recidivo…
ma è “giusto” così? da un esame d’insieme dei due film emerge chiaramente una critica sottesa non solo e non tanto all’amministrazione della Giustizia, ma, oltre l’apparato giudiziario, alla statura morale della persona che si arroga il diritto di “fare giustizia”, nel senso di poter stabilire, a livello etico-morale cosa sia giusto e cosa non lo sia.
Anche sul vero finale del film Eastwood lascia decidere lo spettatore, in base alla sua sensibilità, senza fornire una soluzione “pronta all’uso” o voler dare insegnamenti: offrire una soluzione risulterebbe anche fin troppo banale dopo una premessa narrazione di questo livello.

Una considerazione riguardo il film di Eastwood è sul fatto che all’interno del processo penale vige il principio di “non autoincriminazione”, il che aiuta, non certo a giustificare, ma a comprendere più a fondo alcune scelte del protagonista.
Confessare al prezzo di autoincriminarsi non è un obbligo sul piano giuridico…ma lo è su quello morale?
9.5 Un film che invita a riflettere senza dare una soluzione, e soprattutto, senza considerare stupido il pubblico, oggi è già molto.
Tra i film di Clint Eastwood è molto bello anche quest’altro: https://wwayne.wordpress.com/2020/06/07/una-brava-persona/. L’hai visto?
"Mi piace""Mi piace"