di Marzia Procopio

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2024, dove ha vinto un premio collettivo per il suo cast femminile (Adriana Paz, Zoe Saldaña, Selena Gomez e Karla Sofía Gascon, la prima donna transgender a ricevere il premio), “Emilia Pérez” di Jacques Audiard ha appena ottenuto quattro Golden Globe; candidata nelle sezioni Miglior Film, Miglior Film in Lingua Straniera, Miglior Regia e Sceneggiatura (Jacques Audiard), Miglior Colonna Sonora Originale, con due brani in gara come Miglior Canzone Originale, la pellicola ha vinto i premi per il miglior film nel gruppo commedie e musical, il miglior film di lingua non inglese, la miglior canzone originale e la miglior attrice non protagonista (Zoe Saldaña, finalmente senza i travestimenti usuali nelle pellicole con cui ha raggiunto il grande pubblico, su tutti Avengers, I guardiani della galassia, Avatar).
Prodotto da Netflix, il lungometraggio mescola più generi e affronta più tematiche provando a tenere tutto insieme sotto il macrotema della redenzione: Manitas, il più pericoloso e potente narcotrafficante del Messico (Karla Sofía Gascon) assolda la brillante ma sottovalutata avvocata Rita (Zoe Saldaña) perché la aiuti, dietro un compenso stratosferico, a completare la transizione sessuale che possa consegnarla alla sua vita più autentica, liberandola del corpo maschile assegnatole dalla Natura e rendendola finalmente donna. L’operazione comporterà lo stravolgimento della vita di diversi altri personaggi e metterà in moto una macchina narrativa che, raccontando le peripezie di Emilia e Rita, affronterà una serie di altri nuclei narrativi – troppi – che per forza di cose restano nel film solamente abbozzati o di maniera: lo squallore della Città del Messico in cui si esercita la malvagità dei narcotrafficanti, il destino delle loro vittime, la trasformazione del Maschile malvagio in Femminile salvifico e riparatore, la possibilità di una seconda vita che possa volgere il Male in Bene, la ricerca della felicità, che sola si trova nella verità e nell’amore: l’amore nuovo che rende la vita un deserto quando fa la sua fugace apparizione e poi viene inghiottito dagli eventi, l’amore antico, che a un certo punto esercita il suo richiamo irresistibile e fa precipitare l’equilibrio miracoloso affermando, se ce ne fosse bisogno, la potenza inarrestabile del connubio Amore e Morte. Perché possano intrecciarsi i fili di un ordito così ambizioso e complesso, naturalmente, Audiard ha bisogno di più stili, di più linguaggi, ed ecco quindi gli ‘a parte’ femminili in forma, più che di musical, di melodramma sulle note delle musiche di Camille e Clément Ducol; il gangster movie dei narcotrafficanti con le sparatorie, i morti ammazzati, le fughe rocambolesche; la storia di transizione (con le conseguenti polemiche da parte delle comunità LGBTQ+ per qualche stereotipo di troppo) e trasformazione, la commedia d’amore. In questo film, tutto cambia continuamente e tutto rifiorisce nel racconto, e questo è insieme il grande pregio e il grande limite del prodotto Netflix. La musica, come si è detto di Camille e Clément Ducol, conferisce ritmo ai dialoghi pur senza rimanere memorabile, mentre le coreografie di Damiel Jalet sono molto incisive perché trasformano i corpi stessi delle attrici – Gomez e Saldaña soprattutto – in vere e proprie scenografie (in un paio di scene, tra cui quella finale, i balli sono molto coinvolgenti). Audiard è un giovane vecchio di 72 anni che ha alle spalle una filmografia di tutto rispetto, quindi non sorprende che la sua regia sappia mettere insieme le molte anime del film senza mai staccarsi dalla narrazione e anzi animando, attraverso le canzoni e le danze, un mondo intero, colorato ed eccessivo, che ruota tutto intorno a Emilia, la grande tessitrice capace di cambiare le vite di tutti manipolandoli per i propri desideri ma comunque sempre pagando coraggiosamente. Strepitosa la fotografia di Paul Guilhaume, che segna i passaggi dal Maschile-Femminile e ritorno mettendo in risalto con colori desaturati lo squallore del Male (il narcotraffico, la vita clandestina anche quando è nella ricca Svizzera, i desaparecidos messicani) e con colori pieni e brillanti l’avvento del Bene, dell’Amore, dell’amicizia. Senza aver firmato il capolavoro di cui si parla, Audiard confeziona un giocattolone pop che molto concede allo spettacolo e molto diverte: in una scena fondamentale, che determina poi il destino di Emilia e di Jessi, la moglie di Manitas, Audiard sceglie la soluzione alla Tarantino, coerente con il genere del gangster movie, permettendo così allo spettatore l’identificazione e la catarsi. A patto di tenere sempre presente che si tratta di un divertito e divertente mash up di stili e ispirazioni dinanzi al quale è necessario mantenere la sospensione dell’incredulità, il film è molto godibile ed emozionante; le concessioni che il regista sceglie di accordare ai diversi canoni coinvolgono emotivamente il pubblico e però lo chiamano comunque anche a una riflessione sui temi del rapporto tra desideri e responsabilità, del passato che ritorna impetuoso, delle tracce trasformative di Bene e di Male che lasciamo al nostro passaggio quando abbiamo il coraggio di diventare ciò che siamo: l’Emilia Pérez custodita in ciascuno di noi.
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