di Bruno Ciccaglione

Se il libro di Antonio Scurati nasceva dalla sfida, inedita per la letteratura italiana, di raccontare la figura di Mussolini con un romanzo, la miniserie M – Il figlio del secolo di Joe Wright doveva invece confrontarsi con un soggetto messo in scena già moltissime volte in un ampio ventaglio di opere cinematografiche (dal Bonito Napoloni de Il grande dittatore di Chaplin al Rod Steiger di Mussolini ultimo atto di Lizzani, dal Mario Adorf de Il delitto Matteotti di Vancini al Filippo Timi di Vincere di Bellocchio, solo per citare alcune delle interpretazioni più famose).




Scurati si poneva ambiziosamente a confronto con una generazione di scrittori, più o meno suoi coetanei, che ambientano i propri romanzi nei momenti più bui del ‘900 raccontandone le guerre, i genocidi, i crimini contro l’umanità, le dittature, senza avervi però preso parte direttamente (chiari i riferimenti al Jonathan Littell di Le Benevole, al Javier Cercas de L’impostore, alla Katja Petrowskaja di Forse Esther). Il tabù di un romanzo su Mussolini veniva violato, dunque, nella convinzione che la forma letteraria del romanzo permetta di esplorare e conoscere la storia (e in generale la vita) in un modo e a un livello diverso da come hanno fatto e fanno gli storici, facendoci scoprire qualcosa di nuovo.
Joe Wright e gli sceneggiatori Stefano Bises e Davide Serino, oltre alle ovvie problematiche che sempre si affrontano nelle trasposizioni di opere letterarie, si trovano anche a rappresentare una figura che nel cinema è stata fin troppo raccontata e soprattutto a dover scegliere una cifra stilistica che consenta di risolvere anche una serie di dilemmi di tipo etico.

La serie supera brillantemente la prova e non solo grazie all’imponente sforzo produttivo di Sky, ma anche per la cura e l’intelligenza con cui sono realizzate tutte le scelte artistiche. Dalla fotografia alle scenografie, dal trucco e i costumi alla colonna sonora, fino alle straordinarie interpretazioni degli attori; tutti gli elementi lavorano insieme in modo coerente alle scelte di fondo di Wright, Bises e Serino, cui si è affiancato lo stesso Scurati. Si rivela acuta la scelta del produttore Lorenzo Mieli di affidare la regia ad un autore che proprio per il non essere italiano è capace di universalizzare il racconto del dittatore e del fascismo. Non è difficile immaginare, infatti, che la serie susciterà grande interesse a livello internazionale.

Innanzitutto la serie si allinea a uno dei tratti fondamentali del volume di Scurati: quello di parlare alle nuove generazioni e al pubblico di oggi non presentando loro una preliminare e assiomatica condanna, come forse era possibile e anche giusto fare rivolgendosi al pubblico delle generazioni precedenti, ma affidandosi al racconto documentato, aperto e mai reticente, nella convinzione che questo porti al formarsi di una critica più solida e consapevole di quella che a volte si tenta di ottenere con la mera propaganda.

Ma poiché sullo schermo non si possono fare le stesse cose che si possono fare in un libro, Wright sceglie la cifra non realistica della rappresentazione. Il tono è cupo e grottesco con incursioni nella commedia e nel farsesco, la lotta per la conquista del potere non ha nulla di trionfale od eroico, tanto sono numerosi gli snodi dove tutto sarebbe potuto andare in altro modo e Mussolini e i suoi sono i primi a sorprendersene. L’opportunismo, la cialtronaggine e la assoluta mancanza di principi di un leader che “guida le masse seguendole” (Scurati) nella serie appaiono in modo evidente e spettacolare.

Se nel libro sembra riecheggiare l’imperdibile inchiesta giornalistica di Sergio Zavoli Nascita di una dittatura, che si occupa dello stesso periodo storico e in cui nel 1972 fascisti e antifascisti si raccontavano direttamente e senza remore, la serie rifugge il realismo e la sua estetica appare espressionistica e grottesca. Ma, come nel libro, a guidare le scelte di sceneggiatura e di messa in scena c’è l’idea di far parlare i fascisti e Mussolini direttamente.

L’uso della prima persona singolare, con cui pure si apre il libro e che poi torna ricorrente, nella serie diventa una continua rottura della quarta parete da parte del protagonista, che si rivolge direttamente al pubblico cercandone la complicità, come fa il tipico maschio che al bar racconta sprezzante come le proprie meschinità gli abbiano consentito i più sfrenati piaceri. Il tono è da macchietta, da cabaret, in alcuni momenti siamo in piena commedia, sia pure con una sobrietà che non era facile da ottenere.

Luca Marinelli offre un’altra prova straordinaria, che assieme alla messa in scena di Wright riesce a cogliere una delle verità più sorprendenti del fascismo: la farsa e il ridicolo sono inestricabilmente mescolati, in un modo forse fino ad allora inedito, con il malefico, il violento, il tragico. Come ha osservato Tomaso Montanari, la serie ci restituisce un Mussolini che è una sorta di “pagliaccio mannaro, pagliaccio fin dall’inizio, mannaro fino alla fine”. La storia del fascismo e quella dei suoi uomini è sempre stata “a cavallo tra il delitto e il carnevale tra il delirio fastoso e la burbanza caporalesca, tra il cieco fanatismo e la cinica ipocrisia; tra la faccia feroce, e un furbesco strizzar dell’occhio”, come scriveva la redazione de Il Ponte, la rivista diretta da Piero Calamandrei nel numero Trent’anni dopo la Marcia su Roma, nel 1952.

La spettacolarità della messa in scena non rende meno ripugnante il resistibile assalto al potere di Mussolini, con un racconto che si incupisce sempre di più, fino al delitto Matteotti e al famoso discorso in Parlamento del 3 gennaio 1925 in cui Mussolini rivendica la responsabilità “politica, morale e storica” di tutto quanto è avvenuto, ottenendo nuovamente la fiducia dai deputati che gli spalancherà le porte della dittatura. La tragedia che si compie non sarà, come si illudevano i liberali guidati da Benedetto Croce, una “parentesi nella storia”. Al contrario la serie sembra allinearsi all’idea – di Piero Gobetti – secondo cui il successo del fascismo raccontava la “autobiografia della nazione”: una nazione che in assenza di quei processi di modernizzazione che avevano caratterizzato gli altri paesi occidentali, manifestava una tendenza alla “servitù volontaria”. Una visione che, come per il libro che l’ha ispirata, offre spunti inquietanti anche sul presente.
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