‘La Casa delle Bambole-Ghostland’

“La Casa delle Bambole – Ghostland”, di Pascal Laugier( 2018)


Beth e Vera. Due sorelle, due caratteri diametralmente opposti. Beth ama scrivere racconti dell’orrore, è ossessionata dall’oscurità dell’esistenza e dal macabro incombere del male. Eppure è gentile e vulnerabile, molto più introversa e insicura di Vera, schietta e impulsiva. Quest’ultima odia la passione di Beth per le storie dell’orrore e di continuo la critica e deride, anche se forse la vera ragione è la gelosia che nutre per il rapporto tra la sorella e la madre. Un giorno le tre si trasferiscono nella vecchia villa retrò di una loro zia defunta, un luogo sinistro e goticheggiante, dove ad ogni angolo si incrociano antiche bambole di porcellana e vecchi cimeli. Ma la notte attende sorprese ben peggiori: madre e figlie vengono barbaramente aggredite da una coppia di pazzi maniaci: Beth si ritroverà immersa in un incubo rispetto cui i suoi racconti sono solo favole.

“La Casa delle Bambole – Ghostland” è un film impostato sulla variazione radicale di punti di vista e prospettive e su conseguenti spiazzanti colpi di scena. Il regista francese Pascal Laugier gestisce perfettamente la suspense e l’irrompere dei jump scares, dimostrando nuovamente la sua maestria nel dirigere film horror. D’altronde la sua esperienza in questo genere cinematografico è consolidata ed erano alte le attese per il suo ritorno alla regia dopo il successo degli acclamati “Martyrs” e “I Bambini di Cold Rock”. Un film veramente inquietante e raccapricciante, dove Laugier insiste su dettagli cruenti e rivoltanti, come la forza corrosiva del fuoco, e su una violenza brutale a tratti quasi insostenibile. Anche il non visibile ricopre un ruolo fondamentale, soprattutto nella prima metà del film, dove molto spesso si percepisce l’incombere di terrificanti presenze fuori campo.

Come da un titolo così non ci si può che aspettare, “La Casa delle Bambole”, in cui si impone maestosamente il concetto di perturbante freudiano, gioca con le inquietudini dell’immaginario infantile. Ci sono la strega, l’orco e le bambole, belle e mortifere creature che oscillano tra una perfezione e purezza angelica e un’ambiguità demoniaca. Inoltre il film omaggia, in modo assolutamente funzionale allo sviluppo narrativo, la grande letteratura horror, in modo esplicito Lovecraft, ma come non pensare ossessivamente anche alle affascinanti opere di E. T. A. Hoffmann o di Stephen King.

Il fascino della sceneggiatura è nell’ambiguità emotiva che Beth nutre per il macabro: da una parte c’è la fascinazione e la propensione a vivere in mondi angoscianti architettati dalla sua fantasia; dall’altra lo scontro con la realtà e la trasformazione in vittima. È interessante chiedersi e cercare di comprendere durante il film come si relazioneranno questi due aspetti. Beth potrebbe rinnegare le sue passioni e affossare nell’inconscio qualsiasi richiamo a storie di violenza, ma potrebbe anche trarre forza e nuova vita dal suo vissuto, trasformando i propri traumi in fonte di ispirazione. Il ruolo di Beth è perennemente ambivalente, spettatrice e allo stesso tempo protagonista del dramma che sta vivendo, immersa nel’agghiacciante squallore eppure incline a rifugiarsi nella sua vivida immaginazione, estraniandosi da tutto.

La paura non tarda ad arrivare: elementi di inquietudine ricorrono fin dai primi minuti, le tematiche e le atmosfere che seguiranno sono subito preannunciate e prestissimo irrompe l’insopportabile violenza degli antagonisti, posizionando quasi a inizio film il presentarsi di una spirale infernale di dolore.

“La Casa delle Bambole” infrange le iniziali certezze e i veli dell’apparenza, spiazzando con una struttura imprevedibile molto più vicina a quella di un thriller psicologico che di un classico horror movie. Il cast risulta convincente e l’incidente purtroppo verificatosi durante le riprese ai danni dell’attrice Taylor Hickson ( Vera adolescente) non fa che accrescere la sensazione in noi spettatori di assistere a un incubo quanto mai infernale, perfino nella realtà produttiva delle riprese. Un horror psicologico da tenere d’occhio, in cui verità e illusione si amalgamano al punto da divenire inconfondibili e suscitare irrefrenabilmente dubbi e domande, nonché rammentarci quanto sia controversa la fascinazione che nutriamo per le storie dell’orrore. In fondo Beth è la personificazione di questo masochismo umano.

Corinne Vosa

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