Allende, mi abuelo Allende

Allende, mi abuelo Allende ( Cile-Messico/2015 ) di Marcia Tambutti Allende

A quarantacinque anni di distanza dal tragico golpe che portò alla morte di Salvador Allende e all’ esilio di tutta la sua famiglia, la nipote Marcia Tambutti Allende ricostruisce attraverso ricordi, filmati di repertorio, interviste e rare fotografie un ritratto intimo, affettuoso e mai sdolcinato del nonno, “l’abuelo” Allende.

Emergono emozioni contrastanti nel rievocare la memoria in questo splendido e commovente film, miglior documentario alla Quinzaine 2015.

Da un lato il desiderio di conoscere meglio, che è strettamente legato all’urgenza di non dimenticare, dall’ altro però emerge chiaramente il dolore del ricordo, l’esigenza di non scavare troppo nel passato perché è troppo straziante il pensiero che tutto quello che c’era prima adesso non c’è più “e ‘l modo ancor m’offende”, direbbe Dante.

La nipote indaga sul tempo passato, ricerca tasselli mancanti, ascolta con fervore e con pazienza le timide testimonianze, vorrebbe sapere, ma non sempre riesce nell’ intento di strappare qualche ricordo in più , in primis da Tencha, la vedova di Allende.

Poche sequenze sono dedicate a rappresentare l’Allende politico: immagini di repertorio, fotogrammi del presidente cileno impegnato nelle sue campagne elettorali, alle prese con le sue illusioni, le sue speranze rivoluzionarie si alternano a sequenze tristemente note del colpo di stato dell’ 11 settembre 1973.

L’intenzione della nipote non è quella di rievocare la figura pubblica di Allende, ma di richiamare alla mente la sfera privata, quella meno conosciuta. Il suo è un viaggio delicato che esplora l’intimità della sua famiglia talvolta con pudore, talvolta con esagerata, ma giustificata curiosità. Intervista la nonna, la madre Isabel, sua zia Carmen, i cugini cercando di far luce sulla vita privata del “Chicho”, come affettuosamente veniva chiamato il presidente dai suoi familiari.

Ricrea un mondo nostalgico, focalizza l’attenzione su momenti teneri e affettuosi del nonno, ma non sempre riesce a rompere il muro di silenzio che ha accompagnato almeno tre generazioni di una famiglia ferita.

Perché i ricordi sono difficili da esprimersi? Come mai la ricostruzione della memoria sulla vita di Allende non è stata semplice e non sempre è riuscita a scardinare l’oblio di certi ricordi?

Probabilmente perché chi vive di ricordi così tristi e importanti sente l’esigenza-quasi un’autodifesa- di preservarli nel suo bagaglio personale, forse perché non si ha la forza necessaria di riportarli alla luce.

Andare indietro nel tempo, voltarsi per poi tornare non è un’esperienza facile, richiede nondimeno la capacità di saper esprimere con le parole quello che si è vissuto e non sempre tutto questo accade in modo automatico: il più delle volte le interviste sono interrotte perché i testimoni non riescono ad andare avanti, sono bloccati da emozioni più forti di loro.

Quando non arrivano le parole, arrivano gli sguardi, le frasi interrotte dalla commozione, i silenzi. Laddove non giunge un ricordo nitido, interviene il cinema a sopperire a tale mancanza: struggenti, in tal senso, sono le immagini che inquadrano la figlia di Allende, Beatriz, apparentemente forte, in realtà segnata dal dolore e molto fragile( morirà suicida quattro anni dopo il colpo di stato ), o quelle che riprendono la casa di famiglia( luogo di ritrovo continuo ) o la casa al mare la cui vendita lascerà nella bocca di tutti un sapore malinconico, proprio di un tempo che mai più tornerà.

Film tenero, lontano dall’essere ampolloso, un ritratto sincero, personale, a tratti sfuggente di un uomo importante del Novecento, ingiustamente deposto dalla feroce e brutale smania del potere.

Girolamo Di Noto

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