Una notte di 12 anni. Un isolamento senza pietà


Hello darkness, my old friend
I’ve come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision that was planted in my brain,
Still remains
Within the sound of silence“.

(“The Sound of Silence”, Simon & Garfunkel)

Cosa ne è della mente di un uomo quando l’oscurità in cui è immerso è la sua unica compagna di vita?
1973, Uruguay. Sotto una spietata dittatura militare, nove Tupamaro (il movimento di guerriglia urbana che le si opponeva), dopo essere stati imprigionati e torturati, sono sottoposti a un’operazione militare segreta che durerà ben 12 anni, durante i quali saranno sballottati da un carcere all’altro in situazioni disumane, come bestie da macello. Il film segue la storia di tre di loro: José Pepe Mujica (futuro Presidente dell’Uruguay), Eleuterio Fernández Huidobro (futuro Ministro della difesa) e Mauricio Rosencof (scrittore e poeta di fama internazionale). Vivranno un’esperienza di completo isolamento, reclusi ognuno nella propria minuscola cella senza che nessuno, neanche le guardie, gli rivolga la parola, patendo fame, sete e pesanti umiliazioni, anche spesso legate a condizioni igienico-sanitarie inaccettabili e alla mancanza di necessità fondamentali.

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Non era affatto intenzione del regista Álvaro Brechner limitarsi a una semplice ricostruzione dei fatti storici, un livello comunque accuratamente presente, ma portare avanti una ricerca estetica che si rivelasse efficace nell’arduo compito di interrogarsi sui misteri della mente umana. Sembra impossibile a pensarci, ma è così: questi tre uomini sono sopravvissuti a una sofferenza fisica e psicologica abissale e non ci si può non chiedere come abbiano fatto. Questi personaggi non sono i supereroi di un cinecomic, ma i protagonisti di un film basato su una storia vera che ci parla di virtuosi uomini comuni. Eppure sembra un accadimento altrettanto straordinario, come tutte quelle volte in cui la realtà si rivela più incredibile della finzione. Ancora più interessante è analizzare i sentimenti e le reazioni che hanno animato e tenuto in vita questi uomini, così come il bilico tra ragione e follia, un confine che in condizioni così estreme inevitabilmente si affaccia alla nostra esistenza. Quest’ultima implicazione affascina Brechner in modo particolare, influenzando notevolmente l’assetto estetico e stilistico del film. Vi è un particolare exploit della dimensione onirica nella sequenza a metà tra flashback e allucinazione riguardante la cattura di Mujica. Sulle note del frenetico e ritmato Boléro di Ravel ha inizio una vorticosa alternanza di ricordi e associazioni inconsce, con un linguaggio stilistico destabilizzante che rievoca Lynch e il cinema surrealista. Ma ci sono anche altre sequenze oniriche più di stampo new age che hanno un forte impatto visivo ed emotivo e sono associate sia al personaggio di Mauricio che di Eleuterio: qui la natura trionfa con la sua maestosa bellezza liberando i protagonisti, e con loro lo spettatore, dal grigiore melmoso della squallida realtà in cui sono immersi.
I tre interpreti principali (Antonio de la Torre, Alfonso Tort e Chino Darín) si sono sottoposti a una preparazione molto intensa, perdendo ognuno in tre mesi quindici chili, così da essere ancora più in sintonia con i loro personaggi e patire sulla propria pelle parte del dolore a cui sono stati condannati. Come facilmente immaginabile, il regista si è avvalso delle testimonianze dei tre superstiti, offerte con entusiasmo e generosità. Una frase di Mujica è stata particolarmente spiazzante e illuminante per il Brechner: “Ci sono delle volte in cui mi sveglio la mattina e rimpiango la cella, perché mai ho avuto così tanto tempo per essere me stesso”. Questi uomini si ritrovarono soli con sé stessi e i propri demoni interiori, prigionieri di un disumano potere, ma non rinunciarono a sorridere quelle poche volte in cui aveva senso, o a giocare a scacchi su una scacchiera immaginaria comunicando tra loro con dei colpi sul muro, o ancora a scrivere poesie d’amore per le guardie.

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Presentato alla 75esima Mostra di Venezia, Una notte di 12 anni è un film di forte e sconcertante denuncia sociale, ma anche di introspezione e analisi psicologica. “Oscurità, mia vecchia amica” cita la sublime The Sound of Silence, la cui cover della cantante spagnola Silvia Pérez Cruz è presente in uno dei momenti cruciali del film. Questa canzone con la sua liricità esprime perfettamente le tematiche e l’anima del film: l’oscurità e il silenzio affliggono, tormentano lo spirito, ma l’intensità di questi momenti secondo Brechner ci mette in contatto con il nostro vero Io. Una misteriosa e potente forza interiore che abita in noi si risveglia, una forza che opera insieme all’immaginazione, colei che ci rende liberi anche quando il nostro corpo non lo è, permettendoci di evadere dall’orrore, sognare e ritrovare appunto un bagliore di speranza. Calato completamente in quell’inferno dantesco (“lasciate ogni speranza o voi che entrate”, si legge sul muro di una delle celle) nessuno potrebbe sopravvivere e tanto meno non rimetterci la ragione. La capacità di andare oltre il visibile e il materiale è uno dei nostri più grandi doni, forse il maggiore, nonché un’inestimabile fonte di salvezza.

Corinne Vosa

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