Suspiria, di Luca Guadagnino (2018): non basta il titolo per (ri)fare un capolavoro horror.

Luca Guadagnino firma il suo Suspiria, film che porta lo stesso nome del capolavoro di Dario Argento del 1977 ma che, per stessa ammissione del regista siciliano, si allontana dall’originale in modo pressoché assoluto.

E in effetti, l’atmosfera generale del film ricorda più da vicino Mother di Aronofski che il presunto modello di riferimento. Nicolas Winding Refn, a proposito di The Neon Demon, affermava di aver voluto girare un “horror senza horror”. E il risultato è stato un film teso e vibrante e l’unico omaggio tuttora riconoscibile al Suspiria di Argento. Il film di Guadagnino, invece, rappresenta tutto ciò che non deve essere un film dell’orrore. Si entra in sala aspettandosi di assistere a un’opera tesa, viscerale, inquietante e invece ci si trova davanti a una pellicola a tratti quasi intimista, che cerca di indagare l’animo dei personaggi ma che di fatto non va oltre la splendida cornice patinata delle scenografie e della fotografia in cui essi si muovono. Bellissime le ambientazioni, l’omaggio alla Bauhaus e i costumi, e ancor più le coreografie di bauschiana ispirazione. Dakota Johnson fa una buona prova di recitazione accanto alla meravigliosa Tilda Swinton, impegnata addirittura in tre ruoli, ormai attrice feticcio di Guadagnino e sempre convincente.

Ma a parte questo, Il film solleva diverse perplessità.

Il regista palermitano ha voluto per la sua opera un passo volutamente lento, ma il film è ulteriormente rallentato dalle diverse sottotrame presenti che non trovano un reale e valido punto di contatto tra di loro.

Il dott. Klemperer e la sua ‘suche’ per scoprire il destino della moglie, scomparsa durante la seconda guerra mondiale, non si inseriscono coerentemente nel mondo orrorifico della scuola di danza e cuore tematico del film di Guadagnino. A uno spettatore esigente e competente il vagare incerto e incredulo dello psichiatra e il suo indagare nei crolli emotivi e nervosi delle sue giovani pazienti crea un certo disappunto e dà la sensazione di scene giustapposte senza un criterio ben chiaro. Esaminando più da vicino la vicenda ‘stregonesca’ all’ interno dell’edificio, si rimane insensibili a quello che succede nelle sale, indifferenti alle vicissitudini delle ragazze, nessuna delle quali ha tempo per crearsi una storia personale caratterizzata adeguatamente.

Il film ruota intorno al ruolo della maternità e in particolare intorno al rapporto madre/figlia tra Susy e madame Blanc. Ma anche tale rapporto non viene sviluppato e viene circoscritto a dialoghi di poco spessore e a un paio di digressioni più significative sullo stile e sul significato della danza. La preparazione di Susy all’incontro con la regina nera Elena Markos è banalmente riconducibile a una lezione sui salti durante una coreografia. Guadagnino dissemina il film di particolari esoterici in modo piuttosto arbitrario. Le motivazioni dietro gli accadimenti soprannaturali all’interno della scuola non sono dipanate durante il film: perchè madame Blanc crea degli incubi nelle sue allieve? Perchè le streghe dicono che occorre un testimone ed è già stato scelto lo psichiatra? Qual è la funzione ultima del dott. Klemperer? Queste e molte altre sono le domande che sorgono spontanee durante il film e alle quali non si dà risposta, vista la molteplicità degli spunti narrativi che si devono seguire. Ad esempio, il rapporto imprescindibile tra Susy e la madre morente, che la ripudia, non è sviscerato e confonde e disturba lo spettatore.

Il problema è che Guadagnino è regista cerebrale e non visionario come Argento il quale colmava i suoi film di situazioni misteriose che creavano esse stesse un universo magico nel quale tutto poteva essere e avere giustificazione per il solo motivo di esistere. Guadagnino non conosce questi meccanismi, non partecipa alla creazione di un mondo magico ma è deciso a portare la sua ‘storia’ nel reame del reale disseminando la vicenda di continui rimandi alla situazione storico-politica dell’epoca, il 1977.

Berlino è una presenza continua e costante nella trama, con la sua pioggia incessante ma non simbolica, con l’atmosfera lugubre, con i muri, le bombe e gli attentati. Questa forte connotazione dell’ambiente esterno indebolisce e non aiuta alla creazione di un microcosmo di crudeltà e orrore all’interno della scuola che strida realmente con il mondo esterno e quindi risulti disturbante e scioccante.

E ulteriore elemento di debolezza della vicenda è che le streghe non fanno nulla: loro mangiano, ridono, fumano, si nascondono (ma neanche troppo) muoiono, al meglio sopravvivono. In esse non si ravvisa alcun interesse a esercitare una forma di potere all’esterno e a proporsi come alternativa, anche ‘politica’ ai disordini sociali fuori dall’edificio. Rimangono passivamente chiuse nelle loro stanze segrete a cercare di esistere e perpetrare la loro, di fatto inutile, congrega.

L’unica svolta in senso realmente horror si ha nel finale con una ‘rivelazione’ che lascia lo spettatore spaesato e disorientato perché non in linea con tutto l’universo creato durante il film.

Il messaggio finale è ambiguo: c’è bisogno di sangue, tanto sangue, il proprio sangue per dare il via a un neue kurs in cui l’unica forma di salvezza dall’orrore, però, è rappresentata dall’oblio e dall’incoscienza.

In definitiva, per chi scrive, Suspiria di Luca Guadagnino è un film non completamente riuscito, che si appoggia al titolo di un capolavoro del genere horror per poi staccarsene per quelli che ne erano gli aspetti più rappresentativi, probabilmente con l’idea di rendere un omaggio personale a un modello cinematografico della propria infanzia e forse… di assicurarsi una fetta più grande di pubblico.

Fabrizio Spurio

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