Chucky torna a giocare: La bambola assassina

di Fabrizio Spurio

La pellicola diretta da Lars Klevberg

è un reboot del film omonimo uscito nel 1988 per la regia di Tom Holland.

La vicenda racconta di Karen (Aubrey Plaza), giovane donna abbandonata dal marito, che un giorno decide di regalare al figlio quindicenne il bambolotto ipertecnologico Buddy, da lui soprannominato Chucky. In realtà il pupazzo nasconde una volontà omicida dovuta alla manomissione di alcuni programmi della sua memoria interna.

Il film si discosta dall’originale rimanendo però fedele allo spirito dell’opera madre. Nel film dell’88 Chucky era posseduto dallo spirito di un serial killer che aveva trasfigurato la sua anima assassina nel bambolotto. Aggiornando la trama ai giorni nostri si è preferito tralasciare il discorso soprannaturale piegando le motivazioni delle azioni omicide di Chucky ad un più attuale dilagare incontrollato della tecnologia. La società costruttrice di Buddy/Chucky, la Kaslan Corp, sembra quasi l’incarnazione di una multinazionale dell’ high tech che tutto crea e controlla. Attraverso un’applicazione sul cellulare è possibile richiedere e interagire con i numerosi prodotti Kaslan, con i quali può essere configurata anche Chucky. Questo però fa si che la bambola possa a sua volta controllare tutto ciò che può trovare nella rete Kaslan, comprese le futuristiche automobili autoconducenti con comando vocale. E sarà proprio una di queste vetture la trappola mortale per uno dei personaggi del film. Nella pellicola originale Chucky cercava di uccidere il bambino protagonista per poter incarnare la sua anima omicida nel corpo di una persona, un bambino appunto. In questo film le motivazioni sono diverse.

Chucky vuole essere l’amico del cuore di Andy (Gabriel Bateman), ed il suo unico scopo è fare la sua felicità. Anche se questo vuol dire eliminare chi fa danni o torti al ragazzo. Chucky si insinua nei sentimenti di Andy sfruttando la sua fragilità, il disperato bisogno del ragazzo di avere un amico. Andy si sente abbandonato da tutti, e Chucky diventa per lui più di un giocattolo. Ma il bambolotto pretende un rapporto di amicizia esclusivo. La sua furia quindi scaturisce solo dal suo sentimento di protezione verso il suo piccolo amico.

Ma la vera follia di Chucky esplode quando il ragazzo, scoperte le azioni omicide del bambolotto, lo rifiuta. Chucky non tollera che il ragazzo possa avere altri amici, decide quindi che se lui non può essere suo amico, allora nessun altro lo sarà.

‘La bambola assassina’ è anche una scoperta metafora del potere che la tecnologia sta esercitando sull’uomo. Il fatto che Chucky possa controllare tutto attraverso la rete alla quale è connesso incarna perfettamente il senso di controllo che ormai serpeggia nella vita di tutti i giorni. Ogni cosa che Andy dice e fa è archiviata nella memoria di Chucky e riutilizzata per i propri scopi delittuosi. Davanti all’orrore che Andy prova nei suoi confronti Chucky non esita a riproporre la ragazzo le immagini di quando lui ha “desiderato” la scomparsa delle persone che odia, primo tra tutti il nuovo fidanzato della madre. Le scene degli omicidi sono truculente e fantasiose, costruite con una sorta di divertimento sadico, rimandendo quindi in quel sentimento ludico e macabro che la vicenda intesse nella trama.

È palese che Chucky si diverte a giocare con le sue vittime, nel classico parallelismo del gatto con il topo, ma si spinge anche nella creazione di situazioni che sono delle vere e proprie trappole nelle quali le vittime quasi scelgono da sole di infilarsi. Naturalmente sono trappole mortali e dolorose. In tutto il film c’è un bilanciamento perfetto tra orrore e umorismo, come è anche giusto che sia. Sarebbe stato controproducente prendersi sul serio in una storia dove il protagonista è un bambolotto assassino ambulante. Non siamo nei territori macabri e diabolicamente cupi di Annabelle. Il film non vuole imitare l’orrorifico filone dei ‘Conjuring’ e fa bene perchè riesce a crearsi un suo universo personale. Naturalmente i fan della saga potranno storcere il naso in quanto il design del nuovo Chucky si discosta da quello che nel tempo si è imparato a conoscere e amare. Questo Chucky, a differenza dell’originale, ha un volto più aspro ed inquietante, mentre l’altro era un bambolotto dai tratti dolci e paffuti. Ma funziona comunque nell’economia del film, si può quasi pensare che questo sia un modello variant dell’originale, più tecnologico e computerizzato. Ma ci sono anche omaggi alla pellicola originale, che il regista non vuole certo dimenticare. Il palazzo dove vive Andy è simile al palazzo del film del 1988; Chucky, anche se diverso nel volto, indossa comunque la sua classica salopette blu e maglia a righe colorate. C’è anche una simpatica citazione all’universo Marvel, quando vediamo che Chucky, per funzionare, ha inserita nel petto una batteria luminosa molto simile al nucleo di energia innestato nel petto di Iron Man. Un film quindi godibile, divertente e spaventoso. Umoristico e crudele che lascia presagire nuovi sviluppi di trama.

Una curiosità: nella versione originale la voce di Chucky è di Mark Hamill, già interprete di Luke Skywalker nella saga di Guerre Stellari. E’ lui a cantare la canzone di Buddy che sentiamo nei titoli di coda.

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