‘Porte aperte’ (1990), di G. Amelio

Di A.C.

Palermo, anni ’30. In pieno regime fascista un pluriomicida reo confesso (Fantastichini) attende con impazienza di essere fucilato. Al processo, che vede giudicanti e giuria già orientati alla formulazione di una pena capitale, solo un giudice scrupoloso (Volontè) sembra voler fare luce sulle circostanze che hanno portato l’imputato alla commissione dei delitti e ad evitare la pena di morte. Ciò scatena non poco dissenso da parte delle istituzioni e dell’opinione pubblica.


Dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, Amelio firma un dramma giudiziario nel quale mette in gioco diverse riflessioni di carattere morale all’interno di un contesto storico molto difficile. Il titolo “Porte aperte” deriva da un’espressione ricorrente nel ventennio fascista, in cui si sosteneva che l’adozione della pena capitale avrebbe rappresentato un deterrente alla criminalità e garantito maggior sicurezza alla popolazione, al punto di poter vivere con le porte di casa aperte.
Molto asciutto nella regia, il film si interroga sul tema della pena di morte e su tutte le sue implicazioni morali. Su quanto effettivamente tale provvedimento possa rappresentare un efficace metodo punitivo a tutela della società, oppure degradare la stessa nell’utilizzo di un rimedio correttivo non meno disumano del reato stesso.


L’operazione di Amelio è molto sottile; non si avvale della retorica o del facile moralismo, ma riesce comunque a mettere in discussione gli aspetti etici della questione con una rappresentazione efficace ed un’analisi lucidissima sul potere e sulla giustizia.
Superba interpretazione di un senile Volontè, in uno dei suoi ultimi ruoli, e un giovane Fantastichini in stato di grazia.
Visione necessaria di un autore degno di maggior menzione tra i registi italiani in attività, e non priva di spunti di una certa attualità.

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