Space Dogs (Austria/Germania 2019) di Elsa Kremser e Levin Peter

di Laura Pozzi

37TFFDOC/INTERNAZIONALE

Risulta difficile anche a distanza di giorni scrollarsi di dosso l’intensa e bruciante sensazione lasciata da Space Dogs, aspro e toccante documentario firmato dalla coppia Elsa Kresmer e Levin Peter. Tra le opere più dolenti viste a Torino, il film già in concorso all’ultimo festival di Locarno parte dall’agghiacciante cronaca di Laika, la cagnolina lanciata nello spazio il 3 novembre 1957 a bordo della navicella spaziale Sputnik 2 per arrivare a formulare un’interessante e inedita riflessione sull’ effimero e controverso rapporto tra uomini e animali. Laika a differenza di quanto divulgato dalle massime autorità sovietiche dell’epoca, sopravvisse all’esperimento poco più di mezz’ora (e non una settimana) e fu usata come cavia al fine di perseguire scopi meramente politici in nome di un’assurda lotta al potere intrapresa contro gli Stati Uniti. Divenuta simbolo dello sfruttamento e manipolazione umana a danno di specie diverse, leggenda vuole che durante l’esplosione della navicella nel rientro verso casa lo spirito di Laika si sia dissolto nello spazio, tornando sulla Terra in veste di fantasma per vagare indisturbata fra le strade di Mosca.

Una sorta di angelo custode per i suoi simili e per tutti coloro visti e considerati come “ultimi”. I due autori adottano un originale punto di vista nel descrivere l’abituale lotta per la sopravvivenza dei cani che popolano la capitale russa. Posizionando la macchina da presa alla loro altezza, seguiamo e annusiamo la desolante quotidianità di una città alla deriva ridotta a giungla urbana da una delirante e incontrollabile corsa al capitalismo. Presenze silenziose, impalpabili, vagano disinvolte tra rifiuti, discariche, macchine usate sottolineando attraverso la ciclicità di personalissimi rituali, la perfetta integrazione con la realtà circostante. L’inconsueto sguardo canino non è esente però da crudeltà e non fa sconti a nessuno nel riaffermare anche in quel mondo l’esistenza implacabile della legge del più forte. Per questo la tanto discussa e cruenta scena dell’azzannamento di un gatto più che apparire di “cattivo gusto” risulta assolutamente consona al taglio narrativo scelto dai registi. Una testimonianza muta e solenne, intervallata dalla vibrante voce off dell’attore russo Aleksei Serebryakov, splendido ed emozionante nel rievocare i momenti salienti di quella spaventosa vicenda. Attraverso l’utilizzo di sconcertanti , ma significative immagini di repertorio veniamo a conoscenza della sfortunata sorte toccata ai tanti randagi vittime della tracotanza umana. Dopo la cattura, il “trattamento” e il viaggio interspaziale, i pochi sopravvissuti fatti accoppiare tra loro, davano alla luce i figli del cosmo, una nuova progenie motivo di orgoglio in grado di garantire maggiore possibilità di successo.

Una concezione dell’altro indegna, mostruosa, irrispettosa totalmente asservita alla logica del potere e del profitto. La supremazia dell’uomo sembra non conoscere limiti e nazionalità come dimostra l’utilizzo (da parte degli americani) di uno scimpanzè nel progetto Mercury. Il povero animale tornò dal “lancio” profondamente cambiato, in preda a continui attacchi d’ira. Così come le sventurate tartarughe lasciate fluttuare nello spazio e mai recuperate. Il film nella sua austerità, non si pone mai come semplicistico atto d’accusa nei confronti del genere umano. I registi si limitano a riportare e registrare fatti, sospendendo qualsiasi giudizio. Un’opera, amara, necessaria, lacerante, ma doverosa nel provare a rivedere e rieducare la nostra limitata visione di mondo.

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