Prima Guerra Mondiale al cinema

In attesa dell’uscita di “1917”, ultima fatica del regista Sam Mendes, ecco alcune opere irrinunciabili sullo sfondo della Grande Guerra.

All’ovest niente di nuovo (Lewis Milestone, 1930)

Prima grande opera antimilitarista hollywoodiana, a distanza di quasi 90 anni ancora visivamente stupefacente.
Milestone offre una panoramica del conflitto dalla prospettiva degli sconfitti del popolo tedesco. Una gioventù plagiata dalla propaganda patriottica e poi spezzata dalle atrocità della guerra, restituite con grande spettacolarità visiva e con sconvolgente efficacia.
Una dolorosa escalation di orrori destinata inesorabilmente ad un epilogo sconfortante.

La grande illusione (Jean Renoir, 1937)

Tra le opere più importanti del regista francese, che rivolge lo sguardo verso i connazionali prigionieri bellici mirando però a un racconto sfaccettato e universale dell’afflizione della guerra, vista in eguale spirito da francesi e tedeschi e dunque priva di manicheismi.
Nemici sul campo ma solidali nelle rispettive emozioni, due popoli che rappresentano due facce della stessa medaglia nelle sensazioni restituite dal conflitto. Tali sensazioni perfettamente espresse dal tormentato Gabin e da un eccezionale Von Stroheim, che regala una delle più emozionanti scene di omaggio al nemico caduto che il cinema ci abbia consegnato.

Orizzonti di gloria (Stanley Kubrick, 1957)

Celebre titolo della produzione di Kubrick, che mette in scena un war-movie dai contorni anomali in cui il nemico è invisibile e la storia si sviluppa all’interno di un unico esercito e con le fattezze di un “court-room movie”.
Un film di estrema lucidità, che lancia una critica sferzante all’assurdita della guerra nelle sue bieche macchinazioni politiche, nelle distorte ideologie di patriottismo, nell’ambizione folle e nella meschina ipocrisia dei suoi ufficiali; e il tutto a discapito di semplici soldati colpevoli unicamente della loro condizione di classe.

E Johnny prese il fucile (Dalton Trumbo, 1971)

L’opera unica da regista di Trumbo è una delle più coraggiose, visionarie e scioccanti parabole antimilitariste che il cinema ci abbia consegnato.
La storia angosciante di un giovane soldato ridotto letteralmente a vegetale ma cerebralmente in vita e cosciente del proprio stato. La discesa all’inferno di un uomo prigioniero del proprio corpo, vittima della guerra da essere umano e vittima anche in stato vegetativo di fronte alla negata possibilità di morire.
Un’operazione virtuosissima, la cui narrazione si alterna tra passato e presente con sequenze in flashback colorate e ricche di simbolismi (per le quali si avvalse della consulenza di Bunuel) e un b/n livido per quelle nel presente.

Gli anni spezzati (Peter Weir, 1981)

Tra i titoli della produzione australiana di Weir, che riporta alla memoria il massacro delle truppe australiane nella battaglia di Gallipoli, mandate come carne da macello dal reggimento inglese per pura comodità strategica.
La vicenda storica fa da sfondo alle avventura di due giovani amici, accomunati dalla passione per l’atletica. I sogni, le speranze e le convinzioni di un epoca ritratti con grande sentimentalismo ma poi troncati da una realtà brutale, dove il valore di una vita giovane non ha alcun significato per coloro che decidono delle sorti del mondo.

Torneranno i prati (Ermanno Olmi, 2014)

L’ultima fatica del compianto Olmi è un’opera minimale, che restituisce la quotidianità malinconica di una trincea italiana innevata e sperduta sull’alta quota.
Un film poetico, esteticamente suggestivo, fatto di silenzi contrastati dal rumore dei mortai in lontananza e di sofferenze e disillusioni all’interno di un plotone di soldati consumati nell’animo ancora prima che nel corpo. Momenti di orrore mai enfatizzati, ma restituiti con brusco realismo e non meno strazianti.
Olmi riporta alla memoria collettiva le storie di caduti ignoti e uomini qualunque, vittime di una guerra insensata e di un ingannevole inno all’amor di patria.

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