L’insolito caso di Mr. Hire (1989), di Patrice Leconte

di Laura Pozzi

Patrice Leconte regista elegante e piacevolmente discontinuo sul finire degli anni ottanta realizza una delle opere più pregevoli della sua filmografia: L’insolito caso di Mr. Hire. Il film tratto da Il fidanzamento del signor Hire, cupissimo romanzo di Georges Simenon è anche il remake di Panico, pellicola del 1946 firmata da Julien Duvivier.

Il corpo violato e senza vita di una giovane ventiduenne viene rinvenuto in un bosco vicino Parigi. La polizia brancola nel buio, ma i sospetti non tardano a focalizzarsi sull’ambigua figura del signor Hire, un sarto taciturno dall’apparenza ostile, dai modi tenacemente provocatori e da uno stile di vita caratterizzato da una lacerante solitudine. Hire non ama la gente e non ne fa mistero fino a quando nel suo universo disadorno irrompe l’intrigante e spregiudicata Alice, giovane dirimpettaia che tutte le sere ama spiare da una finestra. La sua ambigua e morbosa attrazione  trova compimento attraverso un gioco di sguardi che la conturbante ragazza una volta fatta luce sulle oscure abitudini del suo vicino deciderà di alimentare. Ma la radiosa fanciulla disvelerà a poco a poco un’anima impietosamente “dark” capace di trascinare il fragile e “perduto” Hire in un incubo mortale. Leconte realizza un vero e proprio thriller dell’anima cucito su misura sull’inalterabile maschera di un glaciale Michel Blanc. La macchina da presa segue fedelmente ogni movimento di un uomo alla deriva, penalizzato da una ricacciante fisicità e impossibilitato a stabilire qualsiasi legame che preveda un seppur minimo contatto umano. Lo sguardo è l’arma e allo stesso tempo lo scudo usato da Hire per rifuggire un coinvolgimento emotivo troppo oneroso da sostenere. Ma quando Alice, una peccaminosa Eva dalla quale è impossibile non farsi tentare gli consegnerà le chiavi per accedere al suo arido universo costellato da inganni e bugie per lui non ci sarà salvezza.

Il regista francese sceglie un registro narrativo inedito puntellato da rimandi hitchcokiani (impossibile non pensare a La finestra sul cortile) e delineato da suggestivi contorni espressionisti. Il volto pallido e spettrale di Hire che  dietro ai vetri della finestra osserva la sua “vittima” predestinata è un momento di puro spavento plasmato sulle terrificanti apparizioni di un moderno Nosferatu. La cura formale con la quale Leconte costruisce e deforma le immagini rivela una maturità espressiva capace di creare un’atmosfera impalpabile e una sottile tensione protesa ad azzerare qualsiasi ipotesi e a scalfire ogni minima apparenza. La narrazione a mano a mano accantona gli stilemi del noir per indagare le sottili e sfuggenti psicologie dei laconici protagonisti. La vicenda “gialla” comincia a sfilacciarsi, divenendo semplice ed enigmatico contesto sociale nel quale si consuma una delle più ermetiche e suadenti relazioni amorose. Il tutto giocato sul filo rasente del non detto, del non mostrato, dell’incompiuto. Rispetto al testo originale e alla pellicola di Duvivier, il film raffredda ogni impulso e slancio amoroso privando il friabile Hire di quel piacere fisico volto a sfamare un lancinante e doloroso bisogno d’amore. Esemplare la straordinaria sensibilità con la quale Leconte descrive e affina i lati più oscuri di una Sandrine Bonnaire quasi ricattatoria nelle sue angeliche sembianze e nel suo implacabile intercedere  verso un finale di rara potenza espressiva. Hire risulterà colpevole, ma la sua unica colpa sarà quella di aver concesso al suo cuore una flebile possibilità di appagamento, una gioia effimera. E il suo ultimo dialogo con Alice rimarcherà la sua assoluta estraneità ad un mondo senza logica, sprovvisto di regole dal quale è preferibile mantenere la giusta distanza. Leconte ci delizia con una regia raffinata e mai invadente accarezzata dalle struggenti note del quartetto op. 25 di Brahms, rivisitate da Michael Nyman che riesce farle magnificamente convivere con il pezzo originale. La musica accompagna le solitarie e notturne “incursioni” visive di Hire nel fatiscente mondo di Alice evitando qualsiasi romanticismo, ma avvalorando una prossima e spietata esecuzione dell’animo umano. Un gioiello da custodire gelosamente.   

  

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