Hammamet (2020), di Gianni Amelio

di Laura Pozzi

L’idea, come più volte dichiarato dallo stesso Amelio, nasce da un mancato film su Cavour. All’ennesima richiesta da parte dei produttori Agostino e Maria Grazia Saccà di un’operazione incentrata sulla figura del grande statista piemontese e del suo esclusivo rapporto con la figlia, Amelio ‘rilancia’ il sasso senza nascondere la mano azzardando l’ipotesi di un film su uno dei più controversi uomini politici della Prima Repubblica: Bettino Craxi. Un’operazione ostica quella intrapresa dal regista calabrese, destinata a far discutere per quella sottile ambiguità di una riabilitazione politica che aleggia fra le righe del non detto. Amelio lavora in sottrazione e chiarisce fin da subito i suoi propositi: non è intenzionato a realizzare un film politico o d’inchiesta né tantomeno un biopic, ma piuttosto a descrivere e indagare la dipartita di un uomo al crepuscolo, avviato inesorabilmente a percorrere un viale del tramonto ottenebrato dal caldo sole di Hammamet. Craxi si congeda dal mondo il 19 gennaio del 2000 all’alba di un nuovo e oscuro millennio, minato da una malattia irreversibile, resa fatale da un intervento chirurgico eseguito a Tunisi anziché a Milano.

Amelio restringe l’arco temporale della storia plasmandola sugli ultimi sei mesi di vita del Presidente (il nome di Craxi, così come quello della stragrande maggioranza dei personaggi, non verrà mai pronunciato) quando nella sua gabbia dorata di esule volontario irrompe direttamente da Apocalypse Now Fausto, giovane dai modi accattivanti e dallo sguardo di ghiaccio, figlio di Vincenzo, suo vecchio compagno di partito morto suicida. Fausto (personaggio di pura finzione) è l’ospite inatteso, ma anche l’espediente narrativo che consente di creare tensione e conflitto nella monotona vita di un re (riecheggiando il grande Fabrizio De Andrè) “senza corona e senza scorta”. In quell’ eremo lontano circondato da palme e uliveti dove quando è bel tempo si può scorgere all’orizzonte l’amata e odiata Italia, Craxi coltiva i suoi ricordi, rimugina su un infecondo e doloroso passato (con un riferimento non troppo esplicito a Mani Pulite) evita la messa in discussione pur dichiarandosi colpevole di finanziamento illecito al partito.

Il film celebra la sua parabola autodistruttiva attraverso una serie di incontri e confessioni dove l’uomo sembra avere la meglio sul politico avallando un po’ forzatamente una narrazione che gioca e omaggia abilmente vari generi cinematografici pur non prediligendone nessuno. Così si parte da un incipit ansiogeno, ambientato sul finire degli anni ’80 durante lo storico congresso del partito socialista. Tra false ovazioni e lancio di garofani rossi si aggira uno spettrale Giuseppe Cederna, il tormentato Vincenzo che nonostante il momento di massimo splendore del suo leader, insiste nel metterlo in guardia dell’imminente disfatta. Il passato è una terra straniera al pari di Hammamet, ma il regista fa un po’ orecchie da mercante lasciando posto ad un passato recente a tratti inaccessibile per chi non ha avuto la possibilità di vivere e respirare l’aria fumosa di quel complicato periodo storico. Il tentativo di Amelio di restituire luce e memoria ad un personaggio (comunque la si pensi) imprescindibile della nostra storia recente è sicuramente encomiabile e a suo modo suggestivo, ma il voler enfatizzare ostinatamante la solitudine e malinconia di un uomo macerato e messo alle corde da un Paese ingrato e indifferente non restituisce la giusta misura delle cose. A conferma di ciò i momenti più riusciti sono quelli in cui il leader socialista si confronta con i suoi “simili” come nella tagliente e sarcastica disamina politica con un monumentale Renato Carpentieri nel ruolo di un non meglio specificato leader democristiano o nella ludica rievocazione della crisi di Sigonella.

Tuttavia Amelio è uomo di cinema come pochi e sa come far respirare uno script lacunoso e troppo personale per far centro al primo colpo. Per questo le numerose citazioni cinematografiche da Là dove scorre il fiume (1952) a Le catene della colpa (1947), appaiono salutari boccate d’ossigeno nel clima asfittico di una narrazione melmosa e poco empatica. Così come quel sogno premonitore dalle chiare reminiscenze bergmaniane, reso immortale dall’ultima apparizione dell’indimenticato e indimenticabile Omero Antonutti. Quasi scontata una menzione a parte per Pierfrancesco Favino. Hammamet è a tutti gli effetti il “suo” film, il suo alter ego cinematografico, il suo massimo attoriale. A livello interpretativo è quasi impossibile spingersi oltre e Favino in questa mimesi “disumana” esplica ancora una volta il vero significato dell’essere attore, mostrando (a differenza di molti) massimo rispetto per lo spettatore.

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