Ancora su ‘Sorry we missed you’: la famiglia ai tempi del post capitalismo.

di Marzia Procopio

C’è una famiglia bellissima, in “Sorry We Missed You”, di quelle che i genitori non litigano mai, i figli non vengono mai sgridati né messi in punizione ma solo invitati a riflettere, e se succede è perché c’è una pressione insostenibile. Due genitori che lavorano tantissimo, lei si occupa di anziani da accudire – paga oraria, spostamenti a suo carico – lui costretto a cambiare molti lavori finché decide un giorno di mettersi in proprio. Nella prima scena, nel colloquio in cui il protagonista Ricky ascolta le condizioni di lavoro di questa azienda di trasporti, c’è l’elenco delle parole rubate ai lavoratori di tutto il mondo globalizzato: non “salario” ma “parcella”, non “assunzione” ma “affiliazione”, non “lavori per noi” ma “offri servizi a noi”, e così via: un elenco talmente avvilente nella sua chirurgica spietatezza che la memoria, senza cartella stampa, non lo tiene.

Come i rider di Glovo, come chissà quanti altri lavoratori di cui non si sa nulla, Ricky parte già indebitato, perché per fare le consegne deve avere un furgone; per acquistarlo a rate, scelta comunque più conveniente rispetto all’affitto giornaliero dall’azienda stessa, la moglie deve vendere l’automobile con la quale si sposta da una casa all’altra. Lo sviluppo della storia a questo punto è prevedibile: un padre che non c’è, una madre che adesso, senza macchina, arriva a casa ancora più tardi (viene da un altro mondo l’anziana signora che lei accudisce e che si meraviglia dell’orario di lavoro, “dalle sette e mezza del mattino alle nove di sera?! E dove sono finite le otto ore?!”), una bambina molto responsabile a cui la mamma lascia tutti i giorni una serie di indicazioni minuziose, la lista dell’amore (la pasta è in forno, in piscina viene a prenderti X, e così via), un adolescente ribelle che alla fine combina un guaio un po’ più grosso e così manda in crisi l’equilibrio precario e pericoloso del sistema.

Ma il padre, a questo punto, e con lui l’intera famiglia, si ritrova ormai ingranaggio di un meccanismo inarrestabile: o continuare così, a rischio della vita (e il suo incidente ci permette di vedere, anche, la condizione dei pronto soccorso inglesi, così pieni di ultimi, di povera gente mite e paziente) o finire in mezzo alla strada per i debiti contratti.

Alla fine Ricky scappa da casa di mattina presto, con il figlio Seb che cerca di fermarlo insieme alla madre, e ricomincia il suo giorno da nuovo schiavo.

Nel cinema descrittivo e scarno di Loach non ci sono fronzoli: solo dialoghi accorati fra coniugi che si vogliono bene ma sono talmente stanchi che anche fare l’amore diventa “la prima delle cose da fare domani”; colloqui fra genitori e figli, cene indiane di quattro persone che tentano di resistere restando unite; un paio di discorsi con un datore di lavoro che al posto della coscienza ha la scatola nera che l’azienda usa per dirigere e controllare il lavoro dei corrieri. Solo la vita normale delle famiglie di oggi, quindi: la classe un tempo media che aveva sogni per i propri figli e riponeva fiducia nella scuola come luogo e strumento di miglioramento sociale ed economico, e che adesso si ritrova a vivere per lavorare senza potersi interrogare insieme agli altri.

Non ci sono colleghi con cui confrontarsi, luoghi in cui organizzarsi anche solo per permettersi a vicenda di affrontare i problemi che la vita quotidiana pone. Nessun diritto minimo, nessun salario garantito, solo la lista delle parole ormai proibite, quelle per cui i lavoratori del secolo scorso hanno lottato e perso la vita. “Sorry, we missed you” è la frase sul cartoncino con cui i corrieri avvisano i clienti di essere passati senza però trovare nessuno e con cui Ricky avvisa sua moglie di voler tornare, la mattina dopo l’incidente che poteva costargli molto caro, a trasportare pacchi; “Sorry we missed you” potrebbe anche essere il messaggio con cui i familiari di Ricky cercano di riportarlo alla ragionevolezza: smetti di lavorare, così non può andare avanti la nostra vita. Nel film, tra l’altro, si vede una classe sociale dentro quella più grande dell’ex middle class raccontata da Loach, quella che tiene in piedi tutto: la classe sociale delle donne, delle madri equilibrate e forti capaci di tenere insieme tutto assorbendo i colpi e mostrando così ulteriormente, qualora ce ne fosse bisogno, le difficoltà e la profonda solitudine degli uomini di oggi, gli ex padri di famiglia stritolati nei gangli di un mondo del lavoro divenuto difficile soprattutto per loro.

Un film che chiede soluzioni agli uomini politici del mondo; questo, sì, un film politico che tutti dovrebbero vedere per poi smettere di comprare su Amazon e di chiamare i rider, ché a prendere le pizze una volta ci si andava tranquillamente padri e figli, madri e padri, e nel frattempo si scambiavano due chiacchiere amorevoli.

2 risposte a "Ancora su ‘Sorry we missed you’: la famiglia ai tempi del post capitalismo."

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