Il servo (Joseph Losey, 1963)

Di A.C.

Un giovane alto-borghese di Londra compra una nuova casa e assume al suo servizio un domestico. Inizialmente impeccabile ed efficiente, il servitore si rivela un personaggio a dir poco ambiguo e un elemento sempre più spiazzante nella vita del giovane ricco, e a discapito proprio di quest’ultimo.

Da una sceneggiatura della penna egregia di Harold Pinter, Losey ne ricavò un raffinatissimo dramma da camera dai contorni morbosi e angoscianti.
Infatti quasi interamente nella cornice oppressiva di un interno domestico va in scena un sottile e spietato gioco di manipolazione e prevaricazione. Un comune rapporto servo-padrone che assume contorni anomali, rovesciandosi gradualmente fino a trovare il suo culmine in una sconvolgente scena finale.

Protagonista del film è la casa stessa: ambiente torbido e ingannevole, la cui deviazione della realtà è rappresentata da quella moltitudine di specchi su cui spesso si sofferma la cinepresa. Diventando così luogo di alterazione del logico, in cui le pulsioni più animalesche hanno il sopravvento su ogni dogma sociale precostituito. Pulsioni incarnate da una avvenente Vera Miles, capace di regalare al film una carica erotica impressionante per gli standard dell’epoca.

Eccezionali prove dei due interpreti maschili, in cui brilla un cinico e ambiguo Dirk Bogarde, attore il cui immenso valore resta tuttora poco riconosciuto.
Superlativo lavoro di regia, scrittura e recitazione di un film che tratteggia in maniera morbosa i rapporti di classe. Ancora oggi, probabilmente, ne risulta un’opera abbastanza scabrosa.
Un regista che vale certamente la pena di (ri)scoprire.

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